domenica 9 settembre 2012

In viaggio con Bubamara











Sono nel porto di Igoumenitsa, in fila sul molo, mescolata a tante altre persone. Non faccio caso a loro. Presto più volentieri orecchio allo scambio di battute tra marinai napoletani e greci, tra un malachas e un chi t’è muort’ mi perdo un po’ nelle sonorità mediterranee. Le parole note e ancor più quelle sconosciute sono la mia fissazione, la mia maledizione. Poi mi accorgo che non sono tra turisti, ma tra famiglie di almeno tre generazioni. Vecchi signori con collane  e medaglia, signore con fazzoletti a fiori a raccogliere i capelli, ragazze col velo e ragazze senza, sorrisi che luccicano di bianco e oro, bambini attaccati alle gonne delle loro mamme. Una di loro, Tania, mi dice, dopo un paio di sguardi, che lei lavora come badante. Solo allora capisco che faccio la fila con un gruppo di emigranti slavi. Bulgari per la precisione.

Saliamo sul traghetto. Il mio compagno è nel ventre della nave a parcheggiare. Mi dirigo verso la cabina assegnataci. Uno slalom tra coperte di velluto sintetico a fiori stese nei corridoi e su ogni spazio calpestabile, cuscini di raso con volant, fagotti aperti, piedi in bella vista. Non ci sono cattivi odori. Sguardi febbrili sul viso degli uomini, malinconici sui volti delle donne, incorniciati da crocchie di capelli setosi e corvini.
Al mattino, prima dello sbarco, ripercorro il mio itinerario tra ostacoli vari. Alcuni aitanti giovanotti escono dalle toilette con l’asciugamano sulla spalla. Scanso due bambini  che dormono abbracciati. Una ragazzina si trucca aiutata dall’amica: camicetta azzurra di maglina lucida, fiore di stoffa nei capelli, gonna con cintura di paillette. Una mamma, avrà sì e no vent’anni, deterge il culetto roseo di una bambina poggiata nel vano di un oblò nella sala del bar. Sui tavolini gli avanzi delle cene, bicchieri di plastica, una bottiglia di Gordon’s, ormai vuota, che ammicca. Si spande l’odore del caffè. Mentre aspetto che il mio compagno venga buttato fuori dalla cabina (lui e il dio sonno hanno una relazione mattiniera intensa) mi ordino un cappuccino e cerco un posto per sedermi. Difficile. Poi raccolgo uno sguardo che mi guida verso una sedia disponibile. Gli occhi che mi hanno sfiorato sono di un uomo di circa cinquant’anni (azzardo, perché ne dimostra di più). Ha un solo dente nell’arcata superiore, ma uno sguardo da pirata. Accanto a lui un ragazzo gli insegna a dire : mercato, bambino, acqua. Il suono "cqua" gli riesce difficile, lo ripete ridendo. Poi a un certo punto il “vecchio" lo interrompe e gli chiede con una certa ansietà: mercato, bazar? Il giovane annuisce. Annuisco anch’io, come se potessi intervenire in quella estemporanea didattica.
Mi intenerisce l’umiltà dell’adulto maturo di fronte alla dolce generosità del ragazzo più esperto.
L’odore forte di tabacco mi stordisce e mi dà la nausea, un retaggio delle gravidanze.
E poi arrivano loro, una coppia di turisti: lei ha un tailleur pantalone di lino bianco con camicetta nera, borsa bianca profilata di nero, sandali infradito di marca; lui sembra reduce da un safari: pantalone al ginocchio blu (civettuoli laccetti griffati ne arricciano l'orlo) con tasche dappertutto, maglietta kaki con coccodrillo a fauci spalancate, cappello texano con laccetto di cuoio, scarpe da trekking color sabbia, senza calzini (fa più fico?). Vorrebbero sedersi. Picche, risponde coralmente il salone affollato. I tavoli rigurgitano di persone, molti hanno i bambini sulle ginocchia, schioccano baci. La coppia arriccia il muso come la gallina che non riesce a far l’uovo,  mi guarda come a dire: che schifo. Anzi se lo dicono tra di loro. “Non pensavamo tanti!”. Questa nave non la prendiamo più!”. Poi cominciano a parlare della Grecia entusiasti dei peperoni fritti (Boh, penso io che i peperoni li mangio anche in Italia), delle melanzane (idem), del Chefalotiri (pecorino di quello vero) e gongolano dell’incontro con l’esotico, si compiacciono della semplicità (loro dicono: ma sono indietro!) dei padroni o gestori degli studios. “Che bello, però!”
I neocoloniali a questo punto, notato il mio sguardo che li sfiora senza vederli, pensano che sia una di loro, degli altri, e non si preoccupano delle corbellerie che riescono ad accumulare in pochi minuti.
La nausea mi prende più forte, anche se nessuno sta fumando da un po’. Vorrei dire loro che lo yogurt è un’invenzione dei bulgari, che l’acqua di rose che la signora si sta spargendo sulle mani,"ma che odore c'è?", è bulgara. Rinuncio. Preferisco ancora bearmi della bellezza opulenta di quelle crocchie scure (qualcuna delle nonne si sistema il velo), della “Bubamara”  che si fa pettinare dall’amica, della mamma che provvede all’igiene della bambina. Un culetto da mangiare di baci. Mi commuovo davanti al coraggio di questi uomini, alla fierezza di queste donne che fanno casa sull’impiantito di un traghetto, ridono e scherzano tra loro per prepararsi a un’avventura sconosciuta. Affermano con forza il loro diritto a esistere. Si danno coraggio. "Bubamara" si passa un filo di rossetto e trova una posizione meno precaria al fiore ribelle tra i capelli. E io sento il violino di Goran, lo sbattere delle ali dell’oca, il grugno del maiale che rosicchia un fanale di automobile, vedo persino un gatto nero e un gatto bianco. Applaudo silenziosamente e ringrazio.

sabato 25 agosto 2012

Erasmía ed Eufrosíni (e me medesma)








Non so se succeda anche ad altre. La prima sensazione che mi avvolge, quando metto i piedi su di una spiaggia, è di soddisfazione: mi sento magra e bella.  Un miracolo. Ciò accade nonostante il mio corpo, oltre a mostrare chiaramente i segni delle molte primavere, sia istoriato da cicatrici abbastanza evidenti. Ma il problema vero consiste non tanto in quello che la mano chirurgica mi ha tolto, quanto in quello che la natura matrigna mi ha donato col sopraggiungere della maturità. Meglio non lo so dire, tant’è.
La sensazione si accresce se, come capita, si è circondate da donne verso le quali la generosità dell’età si è manifestata con la stessa opulenza che con me.
Mi guardo in giro: le mie vicine sono due signore dalle morbide imponenti forme. Però loro sono alte, io piccola. Facile per me vedere in loro l’epifania duplicata della dea Giunone (siamo in Grecia!): l’una biondo rossa, l’altra nera come la pece. L’una con la “ricrescita” grigia, l’altra con il cuoio capelluto cromatizzato (non in senso musicale, ma di colore) dalla recente tintura. La prima ha una capigliatura folta come una criniera, la seconda comincia a soffrire la falcidie del capello a opera dell’ammonio.
Nella mia perfidia senile continuo a sentirmi bella e persino più giovane. Mi sposto all’ombra della grande tamerice che protende la sua chioma sulla spiaggia. Vorrei evitare un colpo di sole.
È in acqua che avviene il contatto.
Kalimera, dice la biondo rossa, con un sorriso. Ha gli occhiali scuri e un rossetto arancione.
La bruna è impegnata nella concentrazione necessaria a superare la barriera del freddo che l’Egeo perfido innalza a ogni violazione.
         Buongiorno, rispondo io senza troppa convinzione mentre provo due bracciate di dorso. Se riesco a intravedere la punta dei miei alluci, non affondo.
Non c’è niente da fare. Nel galleggiamento triangolare (ché nessuna delle tre pare essere buona nuotatrice) apprendo nomi, provenienza, figli e persino la nostalgia delle qualità amatorie dei mariti che se ne stanno seduti all’ombra a guardare l’orizzonte.
In quale lingua? Un goffo esperanto fatto di cenni, gesti, sorrisi, smorfie della bocca e un miscuglio inestricabile di greco, italiano, inglese e persino qualche parola di spagnolo. Il marito di una di loro è stato marinaio con  Onassis, ma battevano bandiera ecuadoregna, io ho una figlia in Messico, quindi ci capiamo.
Erasmía ed Eufrosíni mi invitano a vedere il loro studios, ci tengono. Hanno cominciato a chiamarmi ‘agapimù’. Amore mio. Sarà per la mia statura, farò loro tenerezza, penso.
Seduti tutti attorno al ‘megάlo trapέzi’, l’unica differenza tra la nostra sistemazione e la loro è appunto il grande tavolo; io e mio marito ne abbiamo uno piccolo, formato pizza schiacciata o da bistrot parigino.
Una bottiglia di tè freddo, due bicchieroni colmi. Io non bevo bibite zuccherate… non scendo nei particolari e non solo per questione di lingua. Chiedere qualcosa χorίϛ zaχarιϛ (senza zucchero) per  Ery e Sofro (tali sono diventate) suonerebbe un po’ offensivo.
Ad un tratto le due si guardano, mi prendono le mani e dicono “OXI, OXI”, scuotendo la testa. Sarebbe “No, No, così non va!”
Sofro corre in camera e ritorna con un beauty- case grande quasi come la mia valigia. Tira fuori l’acetone, il cotone idrofilo e comincia a nettarmi le unghie da residui dello smalto color rosso sangue (incauta follia prevacanziera da parte mia). Mi arrendo. Devo aver fatto davvero una brutta figura davanti alle due signore del Pireo. Loro abitano lì, mi dicono compiaciute.
Siamo ai saluti. Mi offrono una batteria di bottigliette di smalto dai colori improbabili. Sono costretta a scegliere. Come si fa a dire di no? “DORA”, regalo! Ne prendo una color ‘lavander’ recita l’etichetta.
Segue un profluvio di efacaristò polì, xarixa pù sas ghnorisa, grazie tante, piacere d’avervi conosciuto.
A conclusione un duetto sincronizzato di agapimù. Per me, ché gli uomini in tutto questo carnevale hanno recitato poco. Anzi nulla.
Ery e Sofro sono partite il giorno dopo. Io mi sono messa lo smalto dall’incredibile color lavanda. Credo che in vista del Pireo alzerò le mani in segno di saluto per le mie amiche. Tra il profumo del mare e il vento che sa di spigo d'antan.




martedì 7 agosto 2012

Metamorfosi




Non giova all'eterea farfalla
Ricordare il bruco molle
L’asfittico bozzolo
Che fu un tempo.
Né giova al pulcino
Sentirsi addosso
La membrana collosa
Del guscio calcareo
Che lo contenne.
Che sia la dimenticanza
Il segreto della vita?

domenica 5 agosto 2012

Metafore nel piatto




“Quello lì?”
“ Un vero  lambascione”
 In vernacolo pugliese, l’epiteto cola, molle e cinereo, su un individuo di genere maschile, per nulla attraente, con un che di stralunata inettitudine. Mi piace pensare che Stefano Benni avesse dentro di sé l’immagine  del lambascione appulo quando fa dire a Gesù: “Non state lì come coloro che son fessi!”, rivolto ai suoi dodici discepoli mollaccioni,  in "Terra". Altro che metafora barocca! Chissà per quali arditi, pellegrini traslati fondati sulle categorie “aristoteliche” di substantia, qualitas, quantitas e tutto il cucuzzaro retorico, la cultura contadina ha elaborato ingegnosamente la metafora del lampascione. Il mistero permane.

Certo il bulbo globuloso del lampascione (Muscari comosum) vive al buio, riparato sotto un bel palmo di terra. Estratto dal grembo della madre, ha un aspetto misero, sporco, di cosa di nessun valore. Ci si spiega come abbia preso anche  il nome di cipollaccio: l’aspetto è quello del parente povero della cipolla.
Non ha profumo, se non l’odore della terra smossa di fresco. Il colore, rosato, appare quando è ripulito della sfoglia più esterna. Da cotto assume un colore più indefinito che vira dal rosa al grigiastro. Eppure. Eppure fa parte del sogno di papille nostalgiche che, emigrate per varie sorti  in regioni senza lampascioni, fanno schioccare la lingua solo a parlarne. E gli occhi rivolti verso il cielo ad aspettare l’epifania del lampascione celeste, il dio lampascione.
Tra parentesi, se un giorno dovessi scrivere un libro (!) sulla cucina degli emigranti pugliesi potrei intitolarlo Il lampascione o della nostalgia. E solo per quel pizzico di amaro...
Avventurandomi su terreni a me più congeniali dirò che, come il maschio umano spesso accolto, ripulito, educato e acconciato da amorosi interventi femminili diventa a volte una creatura affascinante e desiderabile, così il lampascione, raccolto, mondato e cotto a dovere, diventa una gustosa delizia, proprio come l’uomo suddetto. Non me ne vogliate. È il caldo…


 Lampascioni fritti (a dovere), di questo vi parlerò finalmente.
500 gr. di lampascioni
Due uova
50gr. di pecorino romano
Sale, pepe q.b.
Due cucchiaiate di pan grattato
Prezzemolo tritato
Sale e pepe
Olio per friggere

Mondare i lampascioni dai residui di radici e di terra, togliere la prima sfoglia e inciderli a croce alla base. Lavarli sotto acqua corrente fino a che non siano nettati. Immergerli in una pentola d’acqua fredda e portare a ebollizione, a fuoco lento, con un paio di foglie di alloro (ha la funzione di accelerare i processi digestivi e mitigare l’eventuale meteorismo intestinale; scongiurato se non si abusa dell’assunzione delle frittelle).
I tempi di cottura variano a seconda della grandezza dei bulbi, ma la prova forchetta, dopo i primi venti minuti, vi guiderà.
Scolare l’acqua di cottura e tenere i lampascioni in acqua fredda per alcune ore perché perdano un po’ dell’amaro. È il loro pregio, ma anche il loro punto debole per chi non ne ama il gusto.



Scolarli e metterli in una ciotola, disfacendoli leggermente con una forchetta e aggiungervi le uova, il formaggio, il prezzemolo, sale e pepe, e il pan grattato fino a ottenere un composto morbido che friggerete a cucchiaiate in olio ben caldo. Disporre man mano su un piatto ricoperto di carta assorbente.



Altre varianti:
 Fritti uno per uno, leggermente infarinati , su un crostino di pane di accompagnamento (idea per un aperitivo)
“Arraganati”, cioè disposti uno accanto all’altro, già lessi, in un tegame e conditi con poco olio, sale e pepe e gratinati (contorno per agnello, piatto delle feste!)
Semplicemente lessi, conditi come un’insalata, per una cena frugale d’antan (un pezzo di pane, un piattino-ino di lampascioni, un bicchiere di vino e basta).





Dimenticavo: il lampascione è anche un bellissimo fiore primaverile.






lunedì 23 luglio 2012

Fra pastella e pastetta









A volte lo studio della filologia riserva grandi sorprese. Ho finora pensato, con la convinzione di un macigno, che pastétta e pastèlla (conservo gli accenti tonici perché già questo sarebbe potuto essere indizio di errore da parte mia, ma chi non vuol vedere non vede!) fossero due sostantivi etimologicamente apparentati, ma distanti anni luce nella semantica. Apprendo tardivamente (?) che sia l’una che l’altra significano la stessa cosa. Due varianti dell’impasto semiliquido di cui rivestire verdure e frutta da tuffare nell’olio bollente per saziare occhi e stomaci di golosi commensali. Ma l’uso vince sulla regola, e pastetta per me continuerà a significare la viscosità disonesta di accordi sottobanco, cioè illeciti, a danno di qualcuno.

In questo siparietto culinario si parlerà di pastella, quella nobile, fragrante, dorata e mangereccia, non della sua variante indigesta.
Io le ho provate tutte, alla ricerca di quella più croccante, di quella che ti permettere di friggere prima di sedersi a tavola e essere sicuri che le frittelle non si ammoscino  immantinente.

Quella con farina e acqua ghiacciata
Quella con farina, olio e uova intere
Quella con farina e albume e ghiaccio tritato
Quella con farina, tuorli e un pizzico di bicarbonato o lievito istantaneo
Quella con farina di riso e albume
Quella senza uova ma con farina e lievito di birra
Quella con acqua gassata, uova, farina e … quella con la birra e tutto il resto.
Insomma, nessuna variante, secondo me, salva la frittura dallo squallido ripiego già dopo pochi minuti dall’esecuzione.

Poi arrivò la tempura nipponica, molto cool, ma assolutamente in ritardo su tutte le pastelle conosciute. Mi sembrava la scoperta dell’acqua calda!
Nel nostro paese abbiamo la brutta abitudine di innamorarci perdutamente dell’esotico. Amanti del forestiero e denigratori del nostrano. Tempura fa immediatamente metropolitano e cosmopolita, pastella ci fa ripiombare nei secoli bui dell’Italia contadina.
Io non ho paura di essere tacciata di passatista e continuerò a preferire l’italica pastella, anzi la pastella del Lazio, che vanta una tradizione insuperabile: pastella con farina e acqua calda. Sì, proprio acqua calda in cui spegnere con vigorosi colpi di frusta della semplice farina. Se ne ricava una pastella chiara, ma sufficientemente collosa per attaccarsi a tutto quello che vorrete friggere, anche filetti di pesci dalla carne soda come il merluzzo.

Provatela con i fiori di zucca: lavati, asciugati delicatamente, farciti con un pezzo di mozzarella e un filetto di acciuga. 
Provatela con le foglie di salvia per l’aperitivo. Con i fiori di sambuco, con i fiori della robinia, con i fiori del glicine. 
Il sale (o lo zucchero nel caso di frittelle dolci) soltanto prima di mangiare. Mai nella pastella ( di qualsivoglia tipologia), mai prima di servire.
Il sale affloscia, infiacchisce inesorabilmente. E date retta a me: meglio l’acqua calda.

sabato 21 luglio 2012

Caduta


Volare in tondo
A larghi giri
Come rapace ferito
Nell’imbuto del mondo
Voragine silenziosa
Irta di rocce scure.
Precipitare nel cerchio
Che si restringe vorace
Fino al culo dell’universo.

Attraversare la nullità
Infinita
Del tutto.

Cade la stella più bella
Nell’opacità densa
Del proprio destino.
Ad una ad una
Le piume delle ali
Già libere
La precedono nella discesa
E si posano pietose sul fondo
Per accoglierla
Inerme.



giovedì 12 luglio 2012

Giorni



Ci sono giorni
Che vorresti recidere
matasse ingarbugliate
in labirinti ciechi
piume morte al volo.


Ci sono giorni
che vorresti chiudere 
in gabbia di fili d’oro
e ascoltare senza posa
il loro trillo gioioso.

Intanto tessi  le trame screziate
Di abiti buoni per tutte le stagioni.


mercoledì 4 luglio 2012

Vita agra ma non troppo



Come chiedere scusa ai miei lettori (fortuna che sono meno di venticinque!) per le mie elucubrazioni esistenziali? La domanda mi prende ogni qual volta lo spettro poetico prende le forme di geremiadi  in linea con la crisi corrente. Ho pensato che una ricetta minimal, tratta dal gran libro delle tradizioni famigliari, può recuperami la simpatia di chi ha l’ardire di leggere le mie nugae. Rerum coquinariarum fragmenta, parafrasando il grande Petrarca (a cui la modernità deve l’introduzione nella lirica italiana dell’io dolente e dubbioso), e un pochino anche Apicio e il suo Res Coquinaria.
Sicché (si toscaneggia senza pudore alcuno) ho deciso di condividere una fresca ed economica prelibatezza. Piatto unico o secondo che lo si voglia considerare.


Fagiolini in fricassea


Ingredienti per 4 persone
500 gr. di fagiolini, altrimenti detti cornetti (altro non sono che fagioli non giunti a maturazione, a metà strada tra la verdura e i legumi, con ridotto contenuto calorico rispetto ai fagioli adulti e disseccati)
Uno scalogno
3 uova
Succo di 1 limone
Foglie di menta
Sale, pepe q.b.
Olio Evo

Procedimento: Mondare i fagiolini, spuntandoli da entrambe le estremità e cercare di tirare “il filo” dei lati (se sono freschi e giovani, non dovrebbero averlo). lavarli e lessarli in acqua salata. Scolare. In un tegame basso o padella fate stufare lo scalogno, tritato finemente, in poco olio (passi anche una nocciola di burro) e lasciatevi insaporire i cornetti.


 






Frattanto sbattete le uova fino a amalgamare bene tuorli e albumi, un pizzico di sale, una presa di pepe, e il succo del limone e le foglie di menta (o prezzemolo o basilico o tutto il bouquet). Noterete che le uova monteranno. Aggiungere ai fagiolini e abbassare la fiamma affinché le uova non si trasformino in frittata, ma in una crema avvolgente. Spegnere e servire, anche tiepidi vanno bene, vista la calura della stagione.
Accompagnati da qualche bruschetta, leggermente tostata, diventano più appetitosi.

Insomma, direbbe qualcuno, hai trovato il modo di introdurre un po’ di aspro anche qui. Sì, avete ragione: sono incorreggibile, incallita anima agra, ma senza pianto e stridor di denti.


Chi vince e chi perde





Mi si rimprovera spesso
Di essere competitiva.
Mai gara fu più persa di quella
Che con altri avrei ingaggiato.

Mi ha stritolato con le sue spire
Il boa zannuto del dovere.
Me ne sono adornata
Come una ballerina di fila
Tra l’invidia degli astanti ignavi.

La gara
è quella che la vita
 infingarda
elargisce come un dono.


Dipinto di Francine van Hove

venerdì 1 giugno 2012

Il calabrone goloso


Due sono le cose che mi sono venute in mente stamattina, dopo il caffè.
  •      Non avevo ancora fotografato (anche se malamente) i miei nuovi fiori.
  •      La voglia di pasta alla Norma (la prima della stagione).

In realtà tra le due non vedevo alcun nesso se non quello di cominciare la giornata, la mia giornata di casalinga per elezione. Senza doveri, ma solo piaceri. Per me e per chi volesse poi farne parte. So, per esempio, che il filosofo che divide con me la sua quotidianità non troverebbe alcuna giustificazione esistenziale nella prima, mentre nella seconda penso che il signor Feuerbach lo traghetterebbe più facilmente alla condivisione. Siamo ciò che mangiamo. Uno dei casi in cui la scienza filosofica si ricorda che siamo carne e sangue e che dalla soddisfazione del corpo discende spesso,  non per tutti, anche quella dello spirito.
Se lui è il filosofo, io reclamo per me il ruolo (egregio, e non tollero contraddizioni) di Santippe. I filosofi, senza la tata, si sa, inciampano e cadono nei pozzi (Talete) , e qualcuno dei più avventati potrebbe finire dritto dritto nel cratere di un vulcano (Empedocle). Non sembri un compito da nulla vegliare sull’eterna infanzia universale, basterebbe non farsi soggiogare, ma questa è un’altra storia. 



Consumata una tardiva quanto futile vendetta muliebre, torniamo ai miei montoni, direbbe Panurge.
Qui di seguito  troverete le prove che entrambi i miei desideri, degni della semplicità della schiava tracia, di cui parla Platone nel Teeteto, si sono compiuti.

Pasta alla Norma
Ingredienti per due persone
Due o tre melanzane lunghe (sode, senza cedimenti, belle lucide)
Cinque/sei pomodori ben maturi o polpa di pomodoro in scatola (bio, ché è meglio)
Foglie di basilico
Uno spicchio d’aglio (adesso c’è quello fresco!)
Olio evo
Olio di arachide (solo per friggere)
Semola di grano duro q.b.
Sale
100 gr di pasta corta o lunga (mezze maniche o vermicelli)
Un pezzo di ricotta salata da grattugiare (a volontà)


Lavate le melanzane e affettatele a rondelle di circa un cm di spessore. Disporre su uno scolapasta a strati, con un pizzico di sale fino e coprite con un “peso”, per far perdere un po’ dell’acqua di vegetazione dell’ortaggio.




 Intanto cuocete una semplice salsa di pomodoro con olio evo, uno spicchio d’aglio e basilico sminuzzato a fine cottura. Occhio al sale, perché le melanzane sono già salate. Friggere le rondelle di melanzana, leggerissimamente (italiano casalingo, manco a dirlo) infarinate. Disponetele su carta per eliminare l’unto di troppo.
Cuocere la pasta, scolarla.  Versare sul fondo di una padella sul fornello a minimo un mestolino di salsa, aggiungere le melanzane, e la pasta. Alzare un po’ la fiamma e saltare rapidamente. Questo consente alle melanzane di insaporire la pasta, senza cedere al pomodoro quel velo di farina che potrebbe “impastare” il tutto.
Mano sicura e veloce, mi raccomando!
Impiattate, una manciatina di ricotta salata, dell’altro pomodoro, se vi piace, e un paio di foglie di basilico per richiamare il suo soave profumo.

E mo’ anche il filosofo si inchinerà, ve l’assicuro.
Ah! Alla fine, sul mio nuovo geranio, è arrivato un calabrone. Chissà quali profumi lo avranno attirato. Il geranio, vero?