domenica 13 settembre 2020

Spaccare la roccia

 


Sono a pag. 532 del poderoso volume di racconti di Flannery O’ Connor, una scrittrice statunitense morta a soli 39 anni nel 1964. Un delizioso (pensavo) malloppo di 710 pagine, che mi avrebbe intrattenuto durante le lunghe vacanze in semi isolamento in Grecia, assieme ad altri tomi più o meno impegnativi.

Si tratta di una raccolta di trentatré racconti di varia lunghezza, che squarciano e dissezionano la società statunitense nei quarant’anni che intercorrono tra la nascita e la morte di Flannery. La chiamo per nome perché mi viene più facile. Flannery è ben più lieve suono di quell’irlandese O’ Connor. Flannery mi richiama la figura del flaneur, ma non ne conserva la soavità del sogno, la leggerezza dello sguardo, anzi. Dirige la sua osservazione verso gli abissi della società: alle perversioni educative, alle mentalità che si piegano malamente, fino al rifiuto, alle evoluzioni sociali.

Con Flannery non si sale, si scende; si scende nell’inferno del quotidiano della gente di paese, quasi sempre di campagna. 33 racconti, una sorta di cantica dantesca nei gironi della malvagità, dell’ignoranza, del pregiudizio, della violenza mascherata, della presunzione. Del disamore della gente cosiddetta normale. Del normale orrore celato nei gesti e negli atti di persone dalla vita asfittica, dove le rare prospettive si allontanano fino a diventare trappole da evitare.

Un solo racconto sarà sufficiente a dare la cifra esatta della scrittura implacabile di Flannery: Gli storpi entreranno per primi. Il primo rimando è sicuramente evangelico, gli ultimi saranno i primi, ma nel contempo stabilisce un paletto comunicativo chiarissimo, gli storpi entreranno per primi. C’è un’azione, quella dell’entrare, una modalità, quella della precedenza sugli altri. Rimane non detto il dove, elemento che incatena il lettore alla sua curiosità, alla sua voglia di capire. Un monito per gli scrittori di racconti, che si incatenano ai precetti delle scuole di scrittura senza deragliare dalle “regoline” producendo risultati afasici e deboli anche nella costruzione. Gli storpi entreranno per primi ci avverte che la narratrice sa bene dove andare, ha un focus narrativo preciso; al lettore/lettrice non resta che seguirla, affidarsi, sospendere la credulità. Pare ci dica, Flannery, di non avere fretta di capire, di non giudicare strano o eccentrico ciò che accade perché tutto verrà rivelato nel momento opportuno per chi saprà e vorrà comprendere. Diciamocelo pure: se una narrazione non ti svela nulla, non ti smuove il cervello o i sensi, non ti costringe a “vedere” l’altro da te, ad ammettere esistenze inimmaginabili, allora è perfettamente inutile, persino noioso leggere.

Fin dall’incipit abbiamo chiara l’ambientazione, i protagonisti. Il triangolo relazionale che muove tutto il racconto è formato da un sistema trinitario, il Padre Sheppard, Il Figlio Norton, e Rufus, lo Spirito malvagio e irredimibile.

Mi piace notare alcuni particolari: siamo in cucina, il padre mangia cereali inumiditi direttamente dalla scatola, il figlio sopraggiunge e si prepara la colazione. Rufus viene visto la sera prima rovistare nel cassonetto, ergo avrà fame. Norton fa colazione con una fetta di torta al cioccolato, spalmata di crema di noccioline e ketchup. Finirà per vomitare. Non vi vengono i brividi? Non notate le dissonanze? Il padre non attribuisce il vomito alla mistura orrenda che Norton ingerisce, ma al fatto che ha mangiato troppa torta (stantia) e invece il povero storpio Rufus ha fame. Apparentemente il quadretto c’è, ma sia l’assenza della madre sia le modalità della colazione ci mettono in guardia. Non siamo in uno spot pubblicitario, nessuna musichetta allegra, ma il ritornello di un padre che vorrebbe fare del figlio un bambino virtuoso e altruista e lo martella in continuazione con la sua pedagogia della bontà, dello scrupolo, del senso di colpa. Non sa nulla della sofferenza del bambino (ha perso da un anno la madre), lo redarguisce: bisogna andare avanti. E basta. Norton vive all’ombra ingombrante del padre, lo vede portare in casa Rufus che è appena uscito dal riformatorio e si è identificato nel ruolo negativo di Satana, lo vede dormire nella camera della mamma e fare scempio della biancheria gelosamente custodita nei cassetti. Un braccio di ferro tra Sheppard e Rufus sulla egemonia da esercitare su Norton. Ci si avvia verso un triplice tragico fallimento. Ogni azione viene capovolta nell’effetto contrario. Fate caso alla storia della scarpa ortopedica.

Alla fine del racconto c’è soltanto una parola che mi viene in mente: terribile! La verità è terribile. Ti atterra con la durezza del suono delle stesse lettere che la definiscono. Secca come la T, rombante come la R che accelera verso l’accento. Terribile verità. Flannery O’Connor atterra, ma non ri-suscita, affanna , ma non consola. Nemmeno quando parla della parola di Dio che Rufus mastica e ingoia, dopo aver strappato una pagina della Bibbia, come Ezechiele il miele. Rufus il malefico svela a Sheppard la falsità della sua bontà, la trappola di chi ti vorrebbe plasmare come sé stesso senza avvicinarsi davvero alle storie e al sentire altrui. Nulla va per il verso giusto, quando la folgorazione coglie Sheppard, ed è il bagliore malvagio degli occhi di Rufus a rivelarglielo, tutto è compiuto. Rufus è stato per Norton un maestro migliore di suo padre, gli ha insegnato a credere nella vita dei morti sulle stelle, dandogli motivo e slancio per un volo finale.

E tutto questo senza alcun compiacimento stilistico, con una prosa che procede affilata e precisa a dissezionare corpi e anime pietrificate. La prosa di Flannery scava imperterrita la dura superficie seguendone le crepe e le sedimentazioni per arrivare al cuore oscuro, al magma incandescente.

Domanda finale: con tutti i grandi scrittori che hanno svelato il cuore nero del loro paese, come abbiamo fatto a pensare che proprio quel paese potesse diventare un riferimento importante nelle nostre vite? Te la do io l’America, sembra dire Flannery con parole grondanti dolore e stupefazione.



giovedì 27 agosto 2020

Piccole ordinarie follie







Non ho mai sperimentato lo stato di ebbrezza, quello di vera assoluta libertà, ho sempre vissuto le mie sensazioni con moderazione, qualità che non mi arriva dal carattere notoriamente impetuoso e istintivo, ma da un lungo esercizio di controllo derivante dall’educazione ricevuta. Non rinnego nulla, credo di aver vissuto con pienezza la mia vita. Ma continuo a scoprire nuove possibilità di percezione, di immersione in esperienze sensoriali per me sorprendenti. Il risultato è la continua meraviglia, l’immersione nel mio io più profondo e ci scopro il mio lato leggero, una stupidità di bambina. Non a caso stupidità ha la stessa radice di stupore, quindi stupida a chi? In questa mia ritrovata stupidità, o meglio sarebbe stupefazione, ocaggine, istupidimento, se non suonasse così pomposamente accademico, c’entra la solitudine.
Ogni mattina incontro il mare, la spiaggia, gli alberi, gli uccelli, le pietre in solitudine. Mi prende dapprima un senso di estraneità: che ci faccio qui? Che c’entro io in tanta (stupefacente) armonia? Poi lo sguardo scivola verso l’orizzonte e mi smarrisco ulteriormente: la massa viva e palpitante delle acque del mare infinito che racconta storie ineffabili. Tutto mi parla, ma non intendo le lingue molteplici degli elementi, se non una voce di accoglienza. Non mi sento più rifiutata e comincio a parlare da sola alle tamerici, ai passerotti, alle pietre. Ad ogni cosa che incontro nella mia passeggiata, piedi in acqua, nell’ora mattutina. Non c’è nessuno, nemmeno un cane, per dire. E questa è una fortuna, altrimenti mi sentirei ridicola, sciocca o amens, fuori di testa. Ma non sono mai stata io così come sono in questi momenti miracolosi. E canto senza freni, in omaggio a una delle tante carriere che avrei voluto percorrere. Dicono che sono intonata, ho una voce di contralto che è stata la mia croce a scuola: mi scoprivano sempre quando tentavo di suggerire le risposte di una interrogazione alla mia compagna di banco, che se la stava facendo sotto e balbettava; la mia voce di contralto che un direttore d’orchestra mi esortò a coltivare perché “di voci come la sua ce ne sono ormai poche”. Chissà perché. Sua moglie, una soprano annuì e io ci credetti a quelle mie qualità canore misconosciute, pur nella consapevolezza di aver consunto le mie corde vocali nel lavoro logorante (per le corde) di insegnante. Dicevano che quando spiegavo, mi si sentiva dal piano di sotto. E allora controllo! E ancora controllo.
Tocca al mare, alla tamerice, e ai pescetti che sgusciano tra le mie gambe, ascoltare rochi gorgheggi, cantatine di arie, e lucean le stelle, all’alba vincerò, ti si fatta ‘na vesta scullata, dimmi quando tu verrai, i giorni perduti a rincorrere il tempo, e con le mani amore per le mani ti prenderò e senza dire parole nel mio mando ti porterò… ohi vita ohi vita mia… tu che mi hai preso il cuor… a mano a mano...
E rido da sola, mi prendo in giro, ma imperterrita continuo. E mi sento ebbra, fatta anch’io di acqua e di vento, di sabbia e di fronda. Chi sono io per sentirmi diversa? Canto senza curarmi di nulla, mentre qualche incauto bagnante comincia ad arrivare in spiaggia. E solo allora la mia felicità panica si interrompe troncandomi in gola l’ultimo acuto o il suo fantasma. Ma proprio adesso arrivi, incauto spiaggista? Qui non siamo su una spiaggia da abbronzatura, stattene a casa. Le urla di due bambine che si gettano fra le onde rovinano il resto.
Ma cosa stavi facendo? La voce stupita (stupefatta, istupidita, stupida?) del filosofo mi riporta alla realtà: non sono più sola. Sembrava avessi qualche problema, ma stai male?
Ridatemi la mia ebbra solitudine, razionalisti scellerati. Se bruciasse la città, da te, da te, da te (non) io correreiiiiii...


venerdì 3 luglio 2020

La terapia




Quando Liliana avvertì il dolore, lei e Gigi erano a letto. Se si poteva chiamare letto l’incerata crepitante su pile di vecchi giornali, addossato all’inferriata del giardino comunale. Liliana si toccò la pancia: le trafitture arrivavano di sorpresa, feroci e determinate come zanne di una belva assatanata.
Cominciò istintivamente a massaggiarsela con movimenti circolari. Tredici volte come le aveva suggerito Giuditta. Quella che si dava tante arie solo perché aveva un carrello e un riparo sul marciapiede davanti a una farmacia dalle cui vetrate lei seguiva un programma di medicina naturale, senza soluzione di continuità, zittito solo quando il titolare calava le serrande. Aveva rimedi per tutto, lei.
- Solo pubblicità! - aveva replicato Liliana in una delle loro conversazioni.
L’amica aveva sgranato gli occhi, sulla bocca una smorfia acida.
E da quel giorno non si erano più cagate, come aveva riferito Liliana al suo Gigi.
Il suggerimento però era aggratis, quindi lei non aveva nulla da perdere. Ripassò mentalmente le regole. Liliana faceva sempre un po’ a casaccio. Un massaggio, e da sola. Bah!

Sdraiati e mettiti una mano sul basso ventre, sotto l'ombelico si situa il centro della nostra energia! L'altra mano, di piatto, sopra lo stomaco. Respirando piano, fai un movimento come le lancette dell’orologio.

Arrivò l'attimo di tregua, le allargò il cuore e la mente. La pancia aveva smesso di ruggire. Le pieghe distese, le nervature allentate. Bene. Si voltò sul fianco e desiderò tanto riaddormentarsi. Glielo impediva il ronfare sonoro di Gigi, che al suo fianco, emanava fiotti di respiro rasposo come bitume fumante. Andava peggio quando il fiato sapeva di aceto, quello del vino scaduto da tempo, buono per lui.
Liliana non seppe se fu colpa della sinfonia sgangherata del Gigi o che altro: si ritrovò sveglia con le mani aggrappate alla pancia, le dita afferrate alla molle e grossa piega di carne.
- Gigi, svegliati!
Gigi tentò una debole resistenza, poi s’alzò. Non è che dovevano cambiarsi d’abito! Liliana estrasse dal mucchio di carabattole una bomboletta di deodorante alla rosa, rubato in una specie di bazar, e se lo spruzzò abbondantemente, sollevando la maglietta di cotone slabbrato.
- Che cazzo fai? - le disse Gigi.
- Dal medico si va in ordine, succedesse qualcosa…

All’accettazione li fecero accomodare. Liliana piegata in due sul sedile e Gigi ipnotizzato dalla visione del display sulla parete. Due o tre volte, lui si avvicinò titubante al vetro dietro il quale c’era la faccia annoiata dell’infermiera.
- Dovete aspettare! C’è chi sta peggio.
Gigi si strinse nelle spalle e ritornò da Liliana. La vide accartocciata su sé stessa. Dal groppo dei capelli lo spillone di legno sfuggiva all’architettura pericolante dell’acconciatura. Le toccò la spalla. Ne ottenne un flebile grugnito.
Finalmente l’infermiere con la sedia a rotelle la spinse per corridoi lunghissimi e deserti. Gigi gli caracollava dietro come un brocco sfiatato. Li lasciò in anticamera ad aspettare la dottoressa. Così disse l’infermiere, di aspettare.
- Occhèi - biascicò Liliana agitandosi e rischiando di cadere: un piede le si era incastrato sotto la predella. Fortuna che Gigi era lì, ogni tanto serviva anche lui.
Due ore dopo Gigi ronfava sulla barella accostata al muro, lei, sveglia, sulla carrozzella. Per distrarsi Liliana cominciò a guardarsi attorno, allucinata. La teca della posta pneumatica, le icone uomo/donna sulla porta della toilette, tre porte chiuse, un divanetto e la macchina distributrice di merendine e bibite. A fianco la macchina del caffè. Espresso, espresso macchiato, decaffeinato, non zuccherato. Cappuccino, cappuccino decaffeinato. Cappuccino al cioccolato. Ecco, un cappuccio l’avrebbe bevuto volentieri. O una camomilla? In tasca non aveva un tolino, e figurati Gigi! Un morto, con la testa all’indietro e la curva prominente dell’addome disegnata nell’aria. Gli esplorò una tasca dei pantaloni senza esito.
- Che bestia!

Liliana si assopì. Quando riaprì gli occhi, la macchina del caffè friniva, e un’infermiera occupava il suo campo visivo, impegnata ad estrarre il bicchiere di plastica, ricolmo di liquido fumante.
- Scusi, – disse Liliana - e la dottoressa?
- Arriverà, si metta tranquilla! - E scappò via come se avesse timore che Liliana potesse chiederle qualcosa, scroccarle qualcosa, per la precisione.
Liliana prese a guardare con amorosa persuasione quel ben di dio. Individuò anche i croccantini, piccoli dischi di pane abbrustolito. Di quelli che si buttano nella minestra calda e si ammorbidiscono, assorbendo il brodo. Chiuse gli occhi. Un brodo le avrebbe rimesso a posto la pancia.
Fu durante un’altra spasmodica contorsione che Liliana si illuminò. Aprì la bocca, spalancò gli occhi. Una chiave per l’erogazione dei prodotti era infilata nella fessura. Piccola, nera, mimetica, invisibile ma non per Liliana. Fece per alzarsi dalla sedia, ma non ci riuscì: le sfuggiva da sotto il sedere. Allora con entrambe le mani diede una spinta alle ruote e arrivò ai distributori.
Febbrile, estrasse la chiavetta, la reinserì e compose il numero della brioche all’albicocca. Al diavolo il mal di pancia e alla faccia dell’infermiera schifiltosa. Mangiò due brioche, un pacchetto di cracker, uno di noccioline, una bottiglia d’acqua e una coca-cola. Si spostò leggermente: un bel caffè. Poi ci aggiunse trionfante una cioccolata. Fu a quel punto che si ricordò di Gigi.
“Credito esaurito” lampeggiava chiaramente in rosso.
- Peccato - borbottò Liliana.
Mentre si scuoteva le briciole dal grembo, si accorse di sentirsi meglio. Mai stata così bene. Si mise in piedi. Un calore liquido prese a scenderle tra le gambe. Un fiume catartico. L’urina scivolava allegra, accarezzandole la pelle delle cosce, dei polpacci. Le arrivò ai talloni, allagò le scarpe scalcagnate. Liliana ebbe un attimo di sconcerto, ma si riprese subito. Tirò un profondo sospiro di sollievo, alzando le spalle e si accostò a Gigi. Lo scosse energicamente.
- Andiamo via.
Gigi aprì gli occhi. A quel comando imperioso non si poteva dire di no.

Quando la dottoressa arrivò, vide l’anticamera deserta, una sedia a rotelle e una chiazza sospetta di liquido sul pavimento, proprio davanti alla macchina del caffè.
- Ho dimenticato la mia chiavetta - disse l’infermiera sopraggiunta in quel momento.
- Capita – rispose seccata la dottoressa e sparì nell’ambulatorio.
Rimasero le luci di ghiaccio a fare compagnia al silenzio.


lunedì 2 dicembre 2019

Eteroforia







Il campanello squilla. Claudia si impone di ignorarlo. Era già a metà mattina, e non aveva concluso nulla. La rivista reclamava la consegna del pezzo settimanale. Lo squillo, dopo una decina di secondi, si materializza nell’aria con maggior insistenza. Claudia si stacca malvolentieri dalla tastiera del pc e va ad aprire. Se continuava così, non avrebbe mai fatto in tempo a finire il lavoro. Non le piace scrivere a soggetto: i pezzi di colore poi la fanno imbestialire, le risultano falsi, forzati, ma la direttrice ne rimane entusiasta senza che Claudia capisca il perché. Per quanto sottopagata, la sua collaborazione le permette di coprire piccole spese quotidiane come l’abbonamento al metrò, appunto. Appena inaugurato nella sua città. Questo sarebbe l’argomento in questione. Una noia brutale le ha fatto già resettare senza rimpianti almeno tre incipit. Patetico. Lezioso. Troppo tecnico. E così via. Nuovo Documento.

‒ Ciao, ho la demenza senile.
Claudia sente le labbra aprirsi e rimanere paralizzate per un tempo infinito. Sulla soglia c’è Amalia, la sua vicina del piano superiore. Le riesce di mormorare soltanto un vieni, entra, non stare sulla soglia.

Amalia è piccola di statura, corporatura esile, con golfino di cashmere, filo di perle al collo e una pennellata leggera di fard sulle guance. Amalia ha gli occhi color di foglia, limpidi.
Claudia e Amalia non si incontrano di frequente. Solo in ascensore. I primi tempi non c’era stato altro che un buongiorno condominiale, un sorriso di circostanza, una mezza frase sul tempo. Annuire su un ‘fa caldo oggi’ e basta. Poi, negli anni, Claudia ha imparato a leggere sul viso di Amalia il suo stato d’animo. Ha un modo tutto suo di tendere il collo di lato, quando ha qualcosa di triste da dire. Claudia aveva saputo così di sua figlia.
‒ Quella mi fa disperare, si vuol separare.
Mano a mano, altre piccole informazioni spicciole. Piccole finestre socchiuse verso di lei.
‒ Mio figlio? No, lui è più tranquillo, fa l’imprenditore.
‒ Quest’anno mio nipote va in prima media. Ma con quella madre…, forse vendono la casa…
‒ Chi cucina è mio marito … fa tutto lui. Non mi lascia libera nemmeno in casa. Le piante? Non posso dar loro da bere senza che lui non mi prenda dalle mani l’innaffiatoio.
Le frasi di Amalia sono spezzate, allusive, come se Claudia già sapesse tutto e non ci fosse bisogno di aggiungere altro. Claudia annuisce, sorride. Si salutano con un abbraccio.
Amalia non esce mai da sola. L’accompagna sempre suo marito, un signore distinto, alto. In ascensore lui si mette sul fondo lasciando loro due a confabulare nel tempo stretto di tre piani da scendere o da salire. Claudia non capisce se lui sia infastidito o indifferente a quei brevi scambi di parole tra lei e Amalia. Non ha mai sentito il suono della sua voce. La immagina spessa, baritonale, robusta come la sagoma dell’uomo che si staglia imponente contro lo specchio dell’ascensore come un nume tutelare o un totem enigmatico.
‒ Però ti sei presa un gran figo ‒ aveva sussurrato Claudia all’orecchio di Amalia, un giorno che le aveva visto il viso imbronciato. Come stretto da una preoccupazione urgente.
Amalia aveva sorriso spontaneamente, poi aveva guardato fugacemente il marito e spento il sorriso tra le labbra strette.

‒ No, non entro. Sono soltanto venuta a dirtelo.
‒ Non ti far pregare allora.
Claudia l’accompagna al divano, poi va in cucina a mettere su l’acqua per il tè. La porta è aperta, così che possa continuare a parlare con Amalia, ma ritorna subito. Non vuole lasciarla da sola più del tempo necessario.
‒ Ecco. Dirmi cosa?
‒ Ho la demenza senile.
Claudia vorrebbe dire ma no, sei bella viva, e altre corbellerie inutili, ma dirige il discorso verso il problema. Inutile tergiversare. Prende le mani di Amalia tra le sue. Sono gelide, inerti.
‒Ti sei fatta vedere da un medico?
‒ Sì, prendo i miei farmaci e mio marito controlla tutto.
‒ Lo vedo, lui è molto attento con te.
‒ Sì, la sera ci teniamo la mano sul divano, ma lui non parla. Non parla mai. A volte fa le parole crociate.
‒ Sarà il suo carattere, ormai lo conoscerai bene dopo tanti anni.
Amalia e suo marito hanno più di ottanta anni. Amalia le ha detto una volta di averne ottantatre.
‒ Ma che bella pelle che hai!
Amalia si era schermita. Ma si vedeva che era contenta del complimento.
Claudia si intenerisce. Pensa a lei e a suo marito. Taciturno anche lui. Si augura che anche loro si terranno per mano come i due coinquilini e si sente rincuorata. La vecchiaia li tallona. Tra un po’ andranno in pensione e …, come sarà la loro vita?
Amalia tace, con lo sguardo perso. Si alza improvvisamente, con uno scatto inaspettato e va via senza che Claudia possa fermarla.

Claudia sa che le riuscirà di scrivere un articolo decente solo se farà un giro in questa benedetta metropolitana. Forse è l’unica persona in città a non averla ancora provata. La prima domenica, le hanno riferito, è stata una fiera: famiglie, palloncini e bancarelle ad ogni ingresso. Si va tutti a vedere. Il sindaco che taglia il nastro, i borghesi ben vestiti, i “peones” extracomunitari vestiti come nei telefilm durante le cerimonie nelle chiese battiste, i vigili urbani in alta uniforme e, nella mente e negli occhi di Claudia, lo scheletro della Catrina che sogghigna sotto l’ampio cappello di piume. Ma quello è il “Sueño de una tarde dominical en la Alameda central”, un murale di Diego Rivera. Meglio sarebbe piantarla di lavorare di fantasia e fare una ricognizione sul posto in un giorno qualunque. Claudia obbedisce a una delle regole che i grandi scrittori dicono di applicare: parlare di ciò che si conosce.
Questa mattina piove a dirotto. Claudia prende la macchina. Sì, per arrivare alla più vicina stazione metro le serve assolutamente la macchina. Parcheggia. Non fa in tempo ad aprire l’ombrello che il vento lo rovescia e ne fa una barchetta scagliata contro la cima di altissimo albero del tulipano, sopravvissuto al disboscamento selvaggio per la costruzione della nuova stazione. Si stringe nell’impermeabile, al diavolo i capelli appena lavati, le scarpe e i piedi sono zuppi di pioggia. La stazione è deserta. Claudia impreca, prende fiato e si immerge nel silenzio gelido del bianco e grigio delle strutture. Un set abbandonato, questo pensa. Cerca in tasca le due monete per fare il biglietto. Tutto è nuovo, se ne sente l’odore. Scende in una stazione del centro. Pochi viaggiatori. Sarà questione di orari. Dovrà fare un paio di tragitti nelle diverse ore della giornata. L’ascensore è grande, una teca argentea, la prossima volta scenderà con la scala mobile. Macchina-metro-metro-macchina. In tutto un buon quarantacinque minuti di sali e scendi. Dovrebbe partire da stazioni diverse dalla sua, le suggerisce la sua mente di cronista. Lei abita nella periferia sud della città, una piccola città. L’unica città di quelle dimensioni in Europa ad avere i bruchi nel ventre. Magari in altre zone la cattedrale underground sarà più frequentata e il rito metropolitano potrebbe assurgere al fasto che gli compete. Lì sotto la vita sembra sospesa. I profili metallici dei corrimani dei pilastri. Porte scorrevoli che ingoiano silenziosamente i viaggiatori per vomitarli in un altro luogo. Tutto automatico. Claudia conosce le metropolitane di altre città europee: Milano, Londra, Barcellona, Parigi, Napoli. Nella loro pancia c’è un’altra vita fatta di passi affrettati, di voci che si rincorrono, di rumori e colori. Musicisti che strimpellano, persino negozi, bar e librerie. Nella sua città la metropolitana è grigia, di varie sfumature di grigio. Nemmeno un manifesto pubblicitario. Tra poco arriveranno, lo sa. Claudia coglie la conversazione di due viaggiatrici, labbra sottili, capelli di colore indefinito, di quando la tinta non prende più e il nuovo colore diventa grigio topo o biondo stinto, a seconda dei casi. Messa in piega con bigodini laccata a dovere. Tengono la borsetta stretta sotto il braccio e si guardano intorno.
‒ Però è bella, così. È pulita.
‒ Speriamo che lo rimanga, pulita. Con tutti questi stranieri che girano.
Un’opaca sospensione di vita. Alle due donne piace il silenzio e il grigiore, interrotto solo occasionalmente da figure umane distinte e isolate. Si parla sottovoce, proprio come in chiesa.

La mattina seguente Claudia si prepara a fare un’altra ispezione nel ventre della città. Stavolta ha deciso: partirà dal capolinea opposto, zona nord. Il cielo è sempre carico di nuvoloni scuri. Si prepara un acquazzone. Indossa gli stivali impermeabili e un soprabito col cappuccio. Entra in ascensore e, così bardata, quasi non s’accorge di Amalia che è lì.
‒ Ciao, Claudia
‒ Amalia! Dove stai andando? Da sola e con questo tempaccio?
‒ Veramente venivo da te.
‒ Da me? Ma io sto uscendo. Ci vediamo nel pomeriggio?
Amalia si stringe nelle spalle. Claudia legge la delusione nei suoi occhi, mentre l’ascensore atterra con uno scossone.
‒ Siamo arrivati, io esco e tu torna su a casa.
Amalia si sporge e le dà un bacio umido, inaspettato. Claudia ha la sensazione che Amalia non si sia soffiata bene il naso. Cerca nella borsa un fazzolettino e si deterge. La porta dell’ascensore si richiude.
Macchina-metro-metro-macchina. Un chiasmo faticoso, pensa Claudia rientrando e fermandosi davanti al portone per prendere le chiavi dalla borsa. Solleva finalmente la testa e davanti ai citofoni c’è Amalia.
‒ Cosa fai qui? Sei tutta bagnata.
Amalia passa il dito sui nomi degli inquilini. Come se non sapesse a chi suonare. Il suo dito indugia su un nome. Non il suo.
‒ Chi cerchi?
‒ Sono rimasta fuori, sono senza chiavi.
‒ Dai, apro io che ci bagniamo, su. Vieni da me. Com’è che sei rimasta fuori? E tuo marito?
Claudia in ascensore la guarda meglio. Ha i capelli scompigliati Amalia. Indossa una tuta verde stinta. Una sciatteria che non le appartiene. Stringe in mano un sacchetto di plastica bianca, continua ad arrotolare i manici attorno alle dita di una mano. Gli occhi rapiti in chissà quale visione.

‒Asciugati un po’ ‒ Claudia le porge un asciugamani.
Amalia non risponde, lascia cadere la salvietta a terra come se non la vedesse. Claudia fa finta di niente, la raccoglie e l’appoggia sulla spalliera di una sedia.
‒ Lui, e la sua…
‒ Di chi parli, Amalia?
‒ Io ti ho vista parlare con lei.
‒ Chi?
‒ La bionda col cane. Ti ho vista parlare con lei. Non dormiamo più insieme, con mio marito. Sono stata io a pretenderlo, eh! ‒ Amalia salta di palo in frasca. Questa è l’impressione di Claudia. È costretta a ricomporre i pezzi di un puzzle ingarbugliato.
‒ Ma di chi parli ora? Di tuo marito e la signora col cagnolino? Cosa vai a pensare, alla nostra età.
Claudia si è messa nel numero, nonostante i quasi trent’anni di differenza. Le sembra brutto rivolgersi ad Amalia, sottolineandone l’età. La sua amica non ribatte per correggere l’affermazione. Il suo pensiero è altrove. Lo sguardo di Amalia a tratti si accende di lampi mai visti per tornare rapidamente alla placidità innaturale del suo stato.
‒ E invece ti dico che è così, è già successo, io l’ho perdonato più volte. Adesso dormo sul divano.
‒ Cosa pensi di fare?
‒ Voglio tornare a casa, non ho le chiavi.
Amalia tormenta il sacchetto di plastica che stringe tra le mani. I suoi movimenti si ripetono identici, senza frenesia, senza rabbia. Sovrappensiero, in un automatismo incontrollabile.
‒ Ecco il telefono, chiama, e vediamo se tuo marito è rientrato.
Amalia non dice di no, prende la cornetta, marca il numero. La risposta è immediata.
‒ Io sono rimasta fuori. Telefono dalla casa della signora… non ricordo il nome. Vengo a casa.
Chiude la comunicazione e restituisce la cornetta a Claudia.
‒ Vuoi che venga con te?
‒ No, lui ha paura di te. Sa che ti dico le cose.
Amalia esce, prende l’ascensore e sale al suo piano. Claudia tende l’orecchio per assicurarsi che rientri. Si rilassa quando sente la porta richiudersi.

Il pc è lì che aspetta il suo pezzo di colore sulla metropolitana.
“Non basteranno trent'anni a pagarla, la tetra cattedrale sotterranea…” Claudia si ferma, chiude il documento. Sul monitor la finestra del word: salvare il documento? NO.
File. Nuovo documento.
“Amalia ha ottantacinque anni, un filo di perle sul golfino di cashmere…”


venerdì 2 agosto 2019

Ballade des dames du temps jadis


Dopo il feroce e un po' furbo "Madrigale senza suono" di Andrea Tarabbia, ho letto anche “Il giardino delle mosche” dello stesso autore. Un romanzo “penecentrico” e antisovietico. Con incredibile perizia linguistica si ripercorre la vita di un efferato serial killer, Andrej Čikatilo, il quale uccide, squarta, sezione e sbrana, cibandosene, alcuni organi "più viventi" delle vittime, soprattutto bambine e donne, ma non solo. Devo riflettere ancora su che cosa questi due terribili romanzi mi abbiano trasmesso o fatto conoscere al di là del gran guignol del principe di Gesualdo nel XVI secolo o della follia vendicativa di Andrej negli anni del tramonto dell'URSS. Ho ammirato la capacità dell'autore di seguire trame e sviluppare ossessivamente introspezioni, ma ne sono uscita atterrita sulle possibilità del Male, sul dettaglio trucido sezionato, vivisezionato, tutto maschile e autoritario, ebbro di potere, compiaciuto del dolore. Impenitente. 
Non c'è una chiara polemica anticomunista ne 'Il giardino delle mosche’ (che vanta illustri precedenti di crudeltà immane, penso a Jack the ripper o a Jean-Baptiste Grenouille  o a Hannibal Lecter), ma è abbastanza evidente come l'autore non salva nulla di quella esperienza storica, tanto che il suo protagonista che si definisce, ovviamente, uomo buono, si attribuisce le stesse intenzioni dello Stato, il Dio delle carni, laddove la sua "carne" è flaccida e impotente. Possibile che non ci fosse un piccolo spiraglio di bene sia nell'una che nell'altra società ed epoca?
Tutto questo mio pistolotto in realtà è collegato a un incontro di ieri, nel porto di Karlovassi. Quando si sbarca si intravede subito un piccolo grumo di casette sotto gli alberi a destra rispetto al molo.  Una di esse attira sempre la mia attenzione. Ha un giardino speciale che mi ricorda tanto la mia casa di bambina, fatto di latte di pesce conservato, di formaggio o di olio, trasformate in formidabili fioriere che occultano quasi l'assenza di terreno. Si ha l’immagine di un giardino galleggiante lungo un breve vialetto che porta all’ingresso della casa, sbarrato in parte da un muretto sul quale le latte fiorite ripetono il miracolo del giardino. Fino a ieri non ho mai visto nessuno che abitasse in quel piccolo eden. Fino a ieri sera.
Il porto di Karlovassi è un punto privilegiato per godere il tramonto sull’isola. E rieccoci qua davanti alla casa fiabesca. C’è una signora della mia età o giù di lì che innaffia. Mi avvicino, è il momento di avventurarmi col mio greco traballante, vorrei dirle che la sua casetta è meravigliosa, la più bella dell’isola. Abbiamo un vestito dello stesso colore verde salvia, gli stessi capelli grigi ribelli e raccolti Mi guarda sospettosa, ma si scioglie subito al mio Kalinicta!
Glielo dico, traballando sulle sillabe, offendendo il ritmo della lingua magnifica ed evocativa:
- To spiti su ine caliteri sto Karlovassi. E faccio cenno alla latta dipinta di rosso sulla quale spicca una falce e martello in giallo. Le brillano gli occhi, e il suo viso si distende in un radioso sorriso di riconoscimento.
Apò pu iste? Italìa?
Non so come rispondere, potrei dire ‘Me lene Maria’, sì vengo dall’Italia, il balbettio aumenta, la commozione anche.
- Despina! - dice mentre le nostre mani si intrecciano e si aggrappano quasi l’una all’altra.
E ripenso a Tarabbia e al suo Andrej. Al mostro, personaggio e Stato.
Quell’icona gialla sul vaso di latta ci ha fatto riconoscere, ci siamo per un istante ritrovate nel vecchio condiviso sogno della fratellanza internazionalista, nella solidarietà e nella risposta ai bisogni di una politica oggi sempre più iena e balorda, nel tradimento di chi promette e si incista nei propri interessi di casta all’Est come all’Ovest. E le bugie cresciute come scorie sul mondo che volevamo. Ci siamo inventate tutto?
Mantengo dentro di me la commozione di quella stretta di mano per tutta la serata, anche dopo il tramonto che ha fatto divampare nel cielo un rosso indimenticabile. Tra compagne è così.

Aggiornamento:
*Spesso nella storia i sogni di costruire un mondo migliore sono stati sconfitti, Ma hanno continuato a lavorare sotterraneamente. E alla fine hanno contribuito a cambiare davvero. Io continuo a credere che questo mondo sempre più pieno di guerra, di violenza, di estreme disparità sociali, di bigottismo, di gruppi nazionali, razziali, locali, che si chiudono nella propria identità gli uni contro gli altri, non sia l'unico mondo possibile. E forse non sono il solo".
da "Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza" di Carlo Rovelli.



sabato 29 giugno 2019

A spasso con mamma



L’ultimo dotto esegeta del mio romanzo "La luna in gabbia", Maurizio Vito (Ph.D. Lecturer University of Oklaoma), ha sottolineato il rapporto dei protagonisti con la spettralità. Lui ignora che io sono nata il 2 novembre, e mezza morta. Non sa che ho condiviso per un po’ quella linea impalpabile che separa i vivi e i morti. Su quella linea ci cammino spesso ancora adesso e, non so come, convinco qualcuno di loro a venire a spasso con me.
È stato così che alla Milanesiana, evento su Scerbanenco, mi è venuto di invitare la mia mamma. Lei che di notte, mentre finalmente tutti noi sei, papà compreso, dormivamo, si tratteneva a leggere. Leggeva anche alla luce di una candela, ché le lampadine allora si fulminavano presto ancorché venissero usate poco. Io la spiavo dal mio letto (noi si dormiva in un’unica grande stanza) e quello spiraglio di luce della porta socchiusa mi attirava come una falena.  Quella luce che avvolgeva la mia mamma aveva qualcosa di speciale. Chiamava anche me, volevo sapere quale gioia lei provasse da rinunciare al sonno e perderci gli occhi su quelle pagine. Quegli occhi stanchi di ricamatrice.
L’ho provata quella felicità, pochi anni più tardi, quando il giorno dopo la consegna del libro di lettura in seconda elementare, divorai tutto il libro di notte. Come la mamma.
Le chiesi dopo qualche tempo di poter leggere quello che leggeva lei, mi rispose di no. Non potevo leggere Bella, la sua rivista settimanale, non ne avevo l’età.
Una storia banale, tutto sommato; se non si sapesse che la mamma era semi analfabeta, aveva fatto solo la seconda elementare e pochi giorni della terza. Non avevamo il gabinetto in casa e nemmeno l’acqua corrente. Ma lei comprava Bella, anzi la comprava papà che gliela consegnava come un trofeo meritato il giorno che riscuoteva la paga.
Un giorno mamma mi chiese come si leggesse il nome Scerbanenco, un nome difficile anche per me, ma lei non si arrendeva.
Per questo oggi l’ho invitata con me alla Milanesiana. Eravamo in tre: il filosofo, io e la mamma. Una riedizione dell’io, mammeta e tu. Mi scappava da ridere. Ogni tanto mi giravo verso la sedia vuota alla mia destra. L’ho vista rapita, persa nella visione delle diapositive, in contemplazione di quel volto scavato dai grandi occhi, che dallo schermo ci ha offerto genio e gentilezza. Commossa alle parole di Cecilia, figlia di Scerbanenco. Io l'ho conosciuto un po' il tuo papà, le avrebbe detto, se fosse stato possibile.
Ho capito perché della Milanesana ho scelto questo evento e non altri. Per portare a spasso la mamma, la ricamatrice semianalfabeta che si rovinava gli occhi sul telaio e sulle parole di quel signore dal nome complicato. Se avesse conosciuto quello vero! No, " Volodymyr-Džordžo Ščerbanenko" per lei sarebbe stato troppo difficile,  e l'avrei messa in difficoltà. Scerbanenco bastò.

mercoledì 15 maggio 2019

Le storie dei grandi creano il mondo (e questa non è una storia)





A giugno, finalmente, si poteva giocare sotto il sole che accecava e faceva sudare. Sentivo che la frangetta mi si appiccicava sulla fronte, alzavo il braccio e mi asciugavo strisciandovi sopra col dorso del polso. Sì, perché avevo le dita impiastricciate di terra umida con la quale aveva composto l’ultima torta, ricoprendo la superficie di fili d’erba erba e fiori. Ne avevo fatte in tutto tre, una gialla col tufo tenero, grattato dal muro di recinzione della casa, una scura con la terra del campo confinante il cortile e una color nocciola con la sabbia che aveva preso dal magazzino degli attrezzi di papà.
Aspettavo le amiche per giocare alle signore. Loro avrebbero portato i bicchieri e una bottiglia di “limonata”, fatta con acqua e carta crespa gialla e rossa, messa a bagno dalla sera prima. Presi la scopa e raccattai il terriccio sul pavimento di cemento levigato. Il cancello era chiuso, non c’era pericolo.
“Non uscire, mi raccomando. Io vado a prendere un secchio d’acqua dalla nonna. Adesso hai sei anni, sei grande, non puoi passare tutto il tempo a giocare. Io ho bisogno di aiuto”.
Mamma si era allontanata con i due secchi di zinco, appesi alle braccia e la pancia in avanti per la gravidanza. I secchi era grandi e pesanti. Avevo provato a sollevarne uno mezzo pieno una volta, ma l’avevo mollato subito a terra con grande sciupio di acqua che mi inzuppò i piedi; mi ero sfilata gli zoccoli di legno, calciandoli lontano, ché rischiavo di scivolare. Dritta sulle gambe nella pozza d’acqua con le braccia incrociate e con un’espressione corrucciata sulla faccia, guardandomi il vestito di percalle che, bagnato, si attaccava alle cosce come una seconda pelle. Ogni giorno la storia dell’acqua: ne serviva tanta per lavare panni, piatti e pavimenti, e noi dovevamo prenderla ogni giorno alla fontana pubblica che apriva solo per poche ore al mattino presto oppure bussare alla porta della nonna che aveva l’acquedotto. Così diceva la mamma, e io avevo capito che a lei non piaceva chiedere l’elemosina di un secchio d’acqua. Per questo la mamma di papà mi stava antipatica, ma non potevo dirlo.
Le torte erano lì, su un lungo blocco di pietra, appoggiato su due mattoni forati, ad asciugarsi al sole. E le amiche ancora non arrivavano. Le torte cominciavano a screpolarsi sul nostro salotto; così chiamava papà quella specie di panchina arrangiata. Lui tentava di rendere più leggiadro il piccolo cortile disadorno. Lo aveva arricchito di alcuni vasi di cemento che uscivano come un miracolo dalle forme fatte con assi di legno, gli scarti del cantiere, e riempite di calcestruzzo. Lui inchiodava, impastava e schiodava dopo che l’impasto si era asciugato.
“Vedi? In queste fioriere ci seminiamo le fragole”.
Io battevo le mani. Papà era più tenero di mamma, anche se si alzava presto ogni mattina e spariva per tutta la giornata a lavorare fino al tramonto. Ma la mamma si alzava ancora prima di lui. La domenica poi mi insegnava ad andare in bicicletta sullo stradone deserto: le macchine erano rare, e nei giorni di festa i padroni preferivano scorrazzare sul corso, anziché in periferia. Tutti i poveracci a piedi dovevano crepare d’invidia. Lo stradone era in lieve pendenza.
“Abbiamo fortuna di abitare in collina. Così impari ad andare in discesa e in salita. Pedala, pedala!”
E io pedalavo, sapendo che papà mi reggeva da dietro la sella. Mi resse fino a quando imparai a stare in equilibrio da sola, meglio e prima di mio fratello, ma anche questo non potevo dirlo ad alta voce perché la bicicletta era sua. Alle femmine non si regalavano biciclette, ma papà diceva sempre che le cose di casa erano di tutti e io non me lo facevo dire due volte a usarla.
Mamma tornò con un solo secchio d’acqua.
“Lo svuoto nella giara e torno indietro. Non potevo portarli tutti e due insieme. Tu non allontanarti che ci sono gli zingari in giro. Sono arrivati anche quest’anno. Tieni il cancello accostato, anzi mettici il ferro”.
Mamma mi parlava come ad una persona adulta. Io sapevo quello che dovevo fare quando ero a casa da sola. Da sola ci rimanevo anche di sera, quando mamma e papà uscivano, ma accadeva solo alla festa patronale.  L’arrivo degli zingari si ripeteva ogni anno, all'inizio della stagione. Si vedevano girare a gruppetti di donne che a due, a tre si facevano avanti fino sulle nostre porte. Uomini non se ne vedevano. Se ne raccontavano tante su quelle donne scarmigliate dagli occhi neri neri e grandi orecchini a cerchi.
“Vanno in giro con i ferri da calza nascosti sotto lo scialle - diceva nonna. - E se non date quello che chiedono, vi bucano gli occhi. Gli uomini prendono i bambini e tagliano il grasso dalle mani”.
 Insomma tutti noi da piccoli avevamo una paura salutare degli zingari. Se li vedevamo da lontano, scappavamo a rifugiarci dietro le gonne di mamma che chiudeva subito la porta e ci diceva di stare zitti che se ne sarebbero andati presto.
I grandi hanno sempre ragione, pensavo. Aveva ragione la mamma per l’acqua e aveva ragione papà a incoraggiarmi ad andare in bicicletta e a fare fioriere di calcestruzzo. L’unica a non avere ragione era la nonna, quando mandava mamma alla fontana e non le dava l’acqua.
 Era quasi mezzogiorno, il sole picchiava dritto sulla mia testa, e le mie amiche ormai non sarebbero venute. Di spalle al cancello, cominciai a disfare le torte lanciandole in aria. Ricaddero a terra una alla volta, spaccandosi in pezzi irregolari. Mi aggrappai al cancello e cominciai a dondolare, facevo avanti e indietro spingendomi col piede. Fu così che la vidi, vidi la zingara dall'altro lato dello stradone. Avanzava verso il cancello tenendo per mano un bambino.
Corsi in casa, chiusi la porta d’entrata e mi ficcai sotto il letto matrimoniale, sperando che mi nascondesse tutta. Tremando di paura, sbirciavo attraverso la frangia della coperta estiva che lambiva il pavimento, la sagoma della donna che bussava ai vetri della porta. Mi sembrava enorme, bussava e ribussava, ma io ero decisa a non uscire dal mio nascondiglio. Pregavo che arrivasse la mamma a salvarmi mentre architettavo di uscire dal lato opposto e prendere un coltello dalla cucina. Ma non osavo muovermi. Tenevo gli occhi fissi sulla porta che prima o poi avrebbe ceduto sotto i colpi della zingara. Sentivo i vetri vibrare.
Mamma era solita dire che non avevo paura nemmeno del diavolo, ma della zingara coi ferri in mano che mi avrebbe bucato gli occhi avevo una paura terribile. Vedevo la sua faccia scura, le sue mani avide afferrarmi la faccia e tenermela stretta per accecarmi. Cosa voleva da me? Il cuore mi usciva dal petto e mi rintronava nelle orecchie.
Il tempo non passava mai, la zingara dietro la porta, io sotto il letto. Poi improvvisamente voci di donne, urla, pianti. Riconobbi quella della mamma per prima, poi la nonna che cominciò a prendere a schiaffi la zingara. Ormai ero fuori anch'io e vedevo le vicine gridare e la zingara che cercava di proteggersi la faccia dai colpi.
“Non ho fatto niente, io solo bussato. Volevo un po’ di pane per bambino. E un po’ di olio per me”.
Estrasse dallo scialle una bottiglietta semi vuota.
"Ecco, solo per riempire questa".
Io mi avvicinai al bambino che piangeva. Le donne si zittirono.
Non so se le diedero qualcosa. La zingara si allontanò in fretta col bambino che non riusciva a tenere il passo e si faceva trascinare sotto il sole, scalzi sulle pietre del selciato che scottava.
Io respirai. Ero confusa, ma capii d’un botto che i grandi non hanno sempre ragione. La zingara non aveva i ferri per accecarmi né mi avrebbe fatto del male. No, i grandi, o quelli che credono di esserlo, non hanno sempre ragione. Sono le storie che essi raccontano a dipingere spesso il mondo come non è.  E cominciai da allora a guardarlo con i miei occhi, oltre le sbarre di quel cancello nero che cigolava.


venerdì 3 maggio 2019

Mari, l'enigmatico

Ieri sera a Rogno per ascoltare Michele Mari. Il paese mi ha un po' inquietato: piccolo, snodato lungo una provinciale che lo attraversa con qualche diramazione laterale. Circa 4000 abitanti, dice il vicesindaco. Case dignitose apparentemente disabitate: ho contato tre luci accese dietro le mute finestre. La pioggia insistente non creava certo un aspetto gaio. Poi un miracolo, quello di una biblioteca civica attiva, vivace come la sua responsabile. Qui, in un paese sulle colline bergamasche attorno al lago d'Iseo, l'enigma di Michele Mari, l'homo secretus. L'uomo che vorrebbe, a suo dire, essere conosciuto solo per i suoi libri. In effetti nulla (o quasi) ha svelato di sé, e io stessa mi sono tenuta lontana dai suoi scritti autobiografici perché credo che nessun testo possa essere velato o falsato più di quello dichiaratamente autobiografico. Perché cercare una verità impossibile? Mari è persona educata ma ferma nella sua splendida riservatezza. Nessuna concessione all'accoglienza o alla piaggeria. Un alieno nella fiera consueta delle presentazioni di libri. Ma non era proprio questo il caso. Pensavo di scrutare l'uomo, il magnifico giocoliere della lingua italiana, invece mi sono trovata a essere scrutata, pur annegata nel pubblico, da due occhi scuri, profondi come la notte, su un viso severo da predicatore domenicano. Un uomo barricato nei suoi sudari letterari con improvvisi scarti e scarne incursioni nell'umano in virtù di una clavicola "lasciata sul campo di calcio" in una partita della Nazionale Scrittori. Non so se il filtro letterario sia stato per Mari l'unico approccio alla vita. Non una parola sul suo rapporto col mondo. Non so se abbia amato qualcosa o qualcuno al di là delle "sudate carte ". Non so nemmeno se possa o voglia essere considerato ancora come "intellettuale", quella figura sociale intermedia di gramsciana memoria del cui apporto la società si nutre, o si nutriva, ammesso che ci sia qualcosa da spolpare. Insomma l'enigma Mari rimane ben custodito, come il panorama notturno di Rogno. A me non resta che continuare a leggerlo, per cercare di imparare qualcosa dalla sapienza dei suoi scritti. E non so se mi rimarrà ancora il desiderio di sapere qualcosa di più sull'uomo dal severo cipiglio, dal "gran dispitto". Per una cuoca prestata alla letteratura, come me, capite bene che "I demoni e la pasta sfoglia" è una credenziale perfetta.



venerdì 13 luglio 2018

Uno sguardo sul ponte

Si parte da Ancona. Il viaggio in traghetto è sempre un osservatorio magnifico. Adulti di tutte le età, ragazzi e ragazze, bambini e animali che interagiscono, persi nell’ozio della navigazione.
Si vede fin da subito che l’atmosfera è cambiata, tira un’aria di restaurazione, il fighettismo impera in un luogo dove si respirava una allegra scioperata anarchia. Ma lo sbracalio   arriverà inesorabile.
Al bar: non ci si può acquartierare più nei bar, ti siedi solo se consumi. I divanetti restano vuoti e tristi, solitamente popolati dai passeggeri che non prendono una cabina e cercano riparo dall’umidità della notte. Rimangono a disposizione pochissimi spazi esterni, quindi via all’arrembaggio da parte di quelli che, conoscendo la nave, sanno subito dove piazzare i materassini: ce ne sono di quelli ben più alti più dei 25 centimetri sbandierati dai piazzisti televisivi. In un angolo di prua, una signora musulmana piazza i bambini, almeno tre, su un tappeto, avvolti come fagotti e allineati accanto al corpo del marito, spaparanzato da un bel po’ in posizione supina e braccia allargate: il miglior posto è il mio. Sul corrimano, asciugamani stesi per creare intimità. Lei fa avanti e dietro, ripone, sistema, tira fuori, sciorina, mangiucchia e sputa da una parte il miele dall’altra la cera.
 
 
Piscina: viene riempita alla partenza, quella dei piccoli e quella dei grandi. Chiamarle piscine è un ardito eufemismo. In realtà entrambe sono due pozze: in quella dei piccoli, maschietti tempestati dai flussi ormonali sollevano ondate da tsunami, si smanacciano, ridono in direzione dei boxer di uno di loro che vistosamente lievita senza controllo, urlano, si spintonano per fare colpo sulle ragazzine appollaiate sui bordi ad ammiccare; in quella dei grandi sguazzano bambini di ogni età che non riescono a uguagliare in prodezze i colleghi dell’altra pozza.
La nave: è grande, spaziosa, cara come la fame. Un caffè costa 4,60 euri, una bottiglietta da 33cl di soda 3,60 euri. Per fare un viaggio di 24 ore bisogna fare un mutuo solo per l’acqua. Per non parlare del self service o del ristorante. Ci limitiamo a leggere il menù, a strabuzzare gli occhi e passare oltre.
Ci accomodiamo sul sun deck di poppa. La bandiera sventola sulla scia che manda scintille di luce. Fila di sedie contro il parapetto. Noi tre attorno a un tavolo sul quale io apro la borsa dei viveri: olive, formaggio, pane, insalata confezionata, biscotti, brioche. Sto attenta a fare tutto con discrezione, raccomando di stare attenti, non sporcare, non lasciare tracce del nostro passaggio.  Sul tavolo vicino al nostro sciamano gli sguazzatori, bagnati fradici, si scuotono come cani dal pelo lungo, ed è tutto un gocciolio. Mangiano, lasciano il tavolo coperto di briciole di patatine, di pop corn, di biscotti, di gallette (le ragazze). Sono inconsapevoli di quello che c’è intorno, esistono solo loro, la gioventù con tutti i diritti del mondo. Una di loro in bikini, continua a fregarsi i denti con uno spazzolino. Pause improvvise durante le quali lo spazzolino trova accogliente sistemazione tra i seni acerbi, fasciati da un bikini ridotto ridottissimo. Afferra la giacca di panno pesante, tessuto a jacquard e la indossa, si acconcia i capelli alla Amy Winehouse, riprende a sfregarsi i denti con energia, si sentono le setole andare su e giù. Ora lo tiene in bocca, mentre sfaccenda, temo possa ingoiarlo. Poi se ne va lasciando bicchieri vuoti, carte accartocciate, un cucchiaio. Scansati, Mondo, che passo io.
Le donne francesi: tutte magre da far invidia pazza, il ventre concavo, le braccia esili, viso appuntito, capelli sottili. Tutto sottile. Hanno dai tre ai cinque figli ciascuna. Come santamiseria facciano a rimanere così magre rimane il mio problema del giorno. Le tedesche non sono da meno anche se qualcuna di loro è più morbida. I bambini sono mostruosamente disciplinati, autonomi, non scassano, si autogestiscono, fanno come se i loro genitori non esistessero, e anche i genitori fanno ugualmente. Non ho visto dare un bacio, un abbraccio, un rimprovero, un richiamo. La cosa mi mette a disagio.
Mamma, vuoi finirla di guardare la gente? Mia figlia mi censura.
La gente tutta è a meno di un metro da me, passa, sfiora la mia sedia, mi rompe i timpani, sento lo scricchiolare delle patatine tra i loro denti. Come faccio a ignorare? E poi che gusto ci sarebbe? Non li mordo mica, guardo e faccio le mie considerazioni. Loro agiscono io osservo.
Gli animali: prevalgono i cani, scorgo una giovane coppia che viaggia con un coniglio. È l’uomo a portare la gabbietta, lei si gira indietro e sorveglia che la gabbietta non sia inclinata. C’è il canino sul passeggino con occhiali da sole e giocattolo (chiamiamolo Baby), alle mie spalle un grosso pastore belga dal pelo nero corvino e gli occhi spiritati (è subito Devil), davanti a noi, sotto il parapetto, un barboncino legato a un guinzaglio rosso attorcigliato alla gamba di una sedia. Mi sposto, il cane nero alle mie spalle mi intimorisce. Mai dare le spalle al nemico! Così ho modo di indignarmi per la coppia teutonica che, romanticamente rapita dalla scia, non sa che il barboncino, chiamiamolo Tantalo, si stira per raggiungere la ciotola d’acqua che i perfidi hanno collocato a distanza. Mi alzo e glielo dico? Mi alzo e gliene dico quattro?
Rinuncio, rispetto la privacy di merda. E lo stesso faccio con la famigliola germanica, quella col belga nerocarbone e i denti affilati: mangiano dalla stessa ciotola, gli fanno leccare i rimasugli di sfogliatine in fondo al sacchetto, mordono la stessa carota, ingoiano un tortellino a testa, pescandolo da un contenitore rettangolare di plastica con le pareti impiastricciate di condimento. Cantico delle creature, ma c'era fratello cane? Ma si fanno queste cose?
Mamma, andiamo a guardare il tramonto.
Sì, è meglio.
Ci avviamo, e Baby, Devil, Tantalo e i loro padroncini scompaiono. Si dilegua anche la Amy. Anche i ragazzotti grondanti umori vari. Mi diventano tutti più simpatici, voglio bene a tutti o quasi, a Devil non ci riesco. Davanti a noi il solito stupido banale tramonto di una bellezza abbagliante. Tutto è arancione, rame, bronzo, oro. Che bello viaggiare sul mare. Domani si cambia traghetto. (Dall'Italia notizie di cialtroni rimpannucciati, premier eclissati e manette agitate da un bordellaro squisito. Mattarella c'è).



 

giovedì 17 agosto 2017

Cazzeggi senescenti ovvero della moltiplicazione dei Vassili




Uno dei segni più evidenti della vecchiaia, più che il decadimento fisico che si può mascherare in qualche modo, a condizione di avere tanti soldi e di volerlo fare, è lo specchiarsi una mattina e scoprire nel corpo i tratti dei propri genitori. Non solo nel volto, nelle mani, nelle movenze deambulatorie, ma anche in certi atteggiamenti e in certe azioni. E quando si invecchia ti riscopri figlio o figlia in debito per eventi naturali, dovuti al dna, o ai comportamenti che solo l’educazione lascia impressi, talvolta nascosti, ignoti all'io, fino a quando gli anni trascorsi non ti mettono davanti a certezze incontrovertibili.

Gli anni della giovinezza sono una vela al vento. Non ti chiedi quasi mai da dove derivi quella forza invisibile. Si sente e basta. Quel vento, gagliardo e prepotente, spira quasi sempre in direzione contraria: la voglia più grande è quella di allontanarsi, tentando una costruzione originale e alternativa che sia propria, che abbia tratti fortemente individuali non condivisi.

Capita così che i figli quasi mai vogliano fare nella vita quello che hanno fatto padri e madri. Succede anche il contrario, spesso in caso di privilegi ereditari e di conformismo inoculato come estrema difesa del proprio status. Ma qui non voglio fare lodi a Telemanco, a dire il vero non troppo autonomo nelle scelte checché ne dica lo psichiatra di moda, né rampognare Ulisse il viaggiatore o Penelope nella sua fedeltà a quel letto d’olivo deserto da un ventennio. Vorrei solo dire quello che sto provando da qualche tempo su di me: mi scopro sempre più simile ai miei genitori, in un’alzata di ciglio, in una ruga. A volto, se mi ascolto, persino in tonalità di voce. Nel modo di prendere o afferrare gli oggetti o di uscirmene in una battuta imprevista. Allora riscopro anche in me le timidezze di mio padre e l’assertività di mia madre, le mani grandi e nodose dell’uno e la prontezza di reazione dell’altra. Io che di mamma non ho gli occhi azzurri e la carnagione candida e di papà non ho l’altezza della statura e la forza delle membra. Eppure scopro quanto io cominci ad assomigliare a loro.
Sono particolari impercettibili e sfuggenti, ma si sa che da vecchi si gode di più tempo per osservare anche se stessi. E ci si chiede con insistenza chi sei e chi sei stato, se l’immagine di te che hai coltivato sia stata un’operazione del tutto autonoma o se sia soltanto un’elaborazione nel tempo di elementi già insiti, per natura ed “arte” sottoposti alle sollecitazioni del tempo e agli impulsi esterni ed estranei al soggetto. Quanto mi piace quest’agnizione? Devo dire molto.

È per questa eredità d’affetti se mi dedico al recupero delle piante martoriate da meltemi qui nell’isola. Tra queste un povero basilico vittima dell’incuria delle persone e del tempo atmosferico. L’ho trovato ribaltato ai piedi del terrazzino dell’hotel dove soggiorniamo. La padrona dell’hotel mi ha fatto capire che sarebbe meglio che ci pensassi io. Va bene. Così il Vassili spiumato, con le foglie accartocciate dal vento e dal sole, ma con con le cime di fiori pronti a sbocciare, è stato accolto in casa a far compagnia ad altri due Vassili (è il nome della tribù) ben più rigogliosi e protetti.

 È alla medesima eredità d’affetti si deve la presenza nei miei racconti di un qualche straniero da accogliere, da trattare con umanità e senza sdolcinature. È a questa eredità d’affetti che devo l’amore per la vita ovunque e in qualsiasi forma si manifesti, venisse anche dai monti Rifei in groppa all’Ippogrifo. Anche questo ho ereditato: la meraviglia di credere alle favole, quelle che divertono la fantasia, non altre.