venerdì 2 agosto 2019

Ballade des dames du temps jadis


Dopo il feroce e un po' furbo "Madrigale senza suono" di Andrea Tarabbia, ho letto anche “Il giardino delle mosche” dello stesso autore. Un romanzo “penecentrico” e antisovietico. Con incredibile perizia linguistica si ripercorre la vita di un efferato serial killer, Andrej Čikatilo, il quale uccide, squarta, sezione e sbrana, cibandosene, alcuni organi "più viventi" delle vittime, soprattutto bambine e donne, ma non solo. Devo riflettere ancora su che cosa questi due terribili romanzi mi abbiano trasmesso o fatto conoscere al di là del gran guignol del principe di Gesualdo nel XVI secolo o della follia vendicativa di Andrej negli anni del tramonto dell'URSS. Ho ammirato la capacità dell'autore di seguire trame e sviluppare ossessivamente introspezioni, ma ne sono uscita atterrita sulle possibilità del Male, sul dettaglio trucido sezionato, vivisezionato, tutto maschile e autoritario, ebbro di potere, compiaciuto del dolore. Impenitente. 
Non c'è una chiara polemica anticomunista ne 'Il giardino delle mosche’ (che vanta illustri precedenti di crudeltà immane, penso a Jack the ripper o a Jean-Baptiste Grenouille  o a Hannibal Lecter), ma è abbastanza evidente come l'autore non salva nulla di quella esperienza storica, tanto che il suo protagonista che si definisce, ovviamente, uomo buono, si attribuisce le stesse intenzioni dello Stato, il Dio delle carni, laddove la sua "carne" è flaccida e impotente. Possibile che non ci fosse un piccolo spiraglio di bene sia nell'una che nell'altra società ed epoca?
Tutto questo mio pistolotto in realtà è collegato a un incontro di ieri, nel porto di Karlovassi. Quando si sbarca si intravede subito un piccolo grumo di casette sotto gli alberi a destra rispetto al molo.  Una di esse attira sempre la mia attenzione. Ha un giardino speciale che mi ricorda tanto la mia casa di bambina, fatto di latte di pesce conservato, di formaggio o di olio, trasformate in formidabili fioriere che occultano quasi l'assenza di terreno. Si ha l’immagine di un giardino galleggiante lungo un breve vialetto che porta all’ingresso della casa, sbarrato in parte da un muretto sul quale le latte fiorite ripetono il miracolo del giardino. Fino a ieri non ho mai visto nessuno che abitasse in quel piccolo eden. Fino a ieri sera.
Il porto di Karlovassi è un punto privilegiato per godere il tramonto sull’isola. E rieccoci qua davanti alla casa fiabesca. C’è una signora della mia età o giù di lì che innaffia. Mi avvicino, è il momento di avventurarmi col mio greco traballante, vorrei dirle che la sua casetta è meravigliosa, la più bella dell’isola. Abbiamo un vestito dello stesso colore verde salvia, gli stessi capelli grigi ribelli e raccolti Mi guarda sospettosa, ma si scioglie subito al mio Kalinicta!
Glielo dico, traballando sulle sillabe, offendendo il ritmo della lingua magnifica ed evocativa:
- To spiti su ine caliteri sto Karlovassi. E faccio cenno alla latta dipinta di rosso sulla quale spicca una falce e martello in giallo. Le brillano gli occhi, e il suo viso si distende in un radioso sorriso di riconoscimento.
Apò pu iste? Italìa?
Non so come rispondere, potrei dire ‘Me lene Maria’, sì vengo dall’Italia, il balbettio aumenta, la commozione anche.
- Despina! - dice mentre le nostre mani si intrecciano e si aggrappano quasi l’una all’altra.
E ripenso a Tarabbia e al suo Andrej. Al mostro, personaggio e Stato.
Quell’icona ci ha fatto riconoscere, ci siamo per un istante ritrovate nel vecchio condiviso sogno della fratellanza internazionalista, nella solidarietà e nella risposta ai bisogni di una politica oggi sempre più iena e balorda, nel tradimento di chi promette e si incista nei propri interessi di casta all’Est come all’Ovest. E le bugie cresciute come scorie sul mondo che volevamo. Ci siamo inventate tutto?
Mantengo dentro di me la commozione di quella stretta di mano per tutta la serata, anche dopo il tramonto che ha fatto divampare nel cielo un rosso indimenticabile. Tra compagne è così.

Aggiornamento:
*Spesso nella storia i sogni di costruire un mondo migliore sono stati sconfitti, Ma hanno continuato a lavorare sotterraneamente. E alla fine hanno contribuito a cambiare davvero. Io continuo a credere che questo mondo sempre più pieno di guerra, di violenza, di estreme disparità sociali, di bigottismo, di gruppi nazionali, razziali, locali, che si chiudono nella propria identità gli uni contro gli altri, non sia l'unico mondo possibile. E forse non sono il solo".
da "Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza" di Carlo Rovelli.



sabato 29 giugno 2019

A spasso con mamma



L’ultimo dotto esegeta del mio romanzo "La luna in gabbia", Maurizio Vito (Ph.D. Lecturer University of Oklaoma), ha sottolineato il rapporto dei protagonisti con la spettralità. Lui ignora che io sono nata il 2 novembre, e mezza morta. Non sa che ho condiviso per un po’ quella linea impalpabile che separa i vivi e i morti. Su quella linea ci cammino spesso ancora adesso e, non so come, convinco qualcuno di loro a venire a spasso con me.
È stato così che alla Milanesiana, evento su Scerbanenco, mi è venuto di invitare la mia mamma. Lei che di notte, mentre finalmente tutti noi sei, papà compreso, dormivamo, si tratteneva a leggere. Leggeva anche alla luce di una candela, ché le lampadine allora si fulminavano presto ancorché venissero usate poco. Io la spiavo dal mio letto (noi si dormiva in un’unica grande stanza) e quello spiraglio di luce della porta socchiusa mi attirava come una falena.  Quella luce che avvolgeva la mia mamma aveva qualcosa di speciale. Chiamava anche me, volevo sapere quale gioia lei provasse da rinunciare al sonno e perderci gli occhi su quelle pagine. Quegli occhi stanchi di ricamatrice.
L’ho provata quella felicità, pochi anni più tardi, quando il giorno dopo la consegna del libro di lettura in seconda elementare, divorai tutto il libro di notte. Come la mamma.
Le chiesi dopo qualche tempo di poter leggere quello che leggeva lei, mi rispose di no. Non potevo leggere Bella, la sua rivista settimanale, non ne avevo l’età.
Una storia banale, tutto sommato; se non si sapesse che la mamma era semi analfabeta, aveva fatto solo la seconda elementare e pochi giorni della terza. Non avevamo il gabinetto in casa e nemmeno l’acqua corrente. Ma lei comprava Bella, anzi la comprava papà che gliela consegnava come un trofeo meritato il giorno che riscuoteva la paga.
Un giorno mamma mi chiese come si leggesse il nome Scerbanenco, un nome difficile anche per me, ma lei non si arrendeva.
Per questo oggi l’ho invitata con me alla Milanesiana. Eravamo in tre: il filosofo, io e la mamma. Una riedizione dell’io, mammeta e tu. Mi scappava da ridere. Ogni tanto mi giravo verso la sedia vuota alla mia destra. L’ho vista rapita, persa nella visione delle diapositive, in contemplazione di quel volto scavato dai grandi occhi, che dallo schermo ci ha offerto genio e gentilezza. Commossa alle parole di Cecilia, figlia di Scerbanenco. Io l'ho conosciuto un po' il tuo papà, le avrebbe detto, se fosse stato possibile.
Ho capito perché della Milanesana ho scelto questo evento e non altri. Per portare a spasso la mamma, la ricamatrice semianalfabeta che si rovinava gli occhi sul telaio e sulle parole di quel signore dal nome complicato. Se avesse conosciuto quello vero! No, " Volodymyr-Džordžo Ščerbanenko" per lei sarebbe stato troppo difficile,  e l'avrei messa in difficoltà. Scerbanenco bastò.

mercoledì 15 maggio 2019

Le storie dei grandi creano il mondo (e questa non è una storia)





A giugno, finalmente, si poteva giocare sotto il sole che accecava e faceva sudare. Sentivo che la frangetta mi si appiccicava sulla fronte, alzavo il braccio e mi asciugavo strisciandovi sopra col dorso del polso. Sì, perché avevo le dita impiastricciate di terra umida con la quale aveva composto l’ultima torta, ricoprendo la superficie di fili d’erba erba e fiori. Ne avevo fatte in tutto tre, una gialla col tufo tenero, grattato dal muro di recinzione della casa, una scura con la terra del campo confinante il cortile e una color nocciola con la sabbia che aveva preso dal magazzino degli attrezzi di papà.
Aspettavo le amiche per giocare alle signore. Loro avrebbero portato i bicchieri e una bottiglia di “limonata”, fatta con acqua e carta crespa gialla e rossa, messa a bagno dalla sera prima. Presi la scopa e raccattai il terriccio sul pavimento di cemento levigato. Il cancello era chiuso, non c’era pericolo.
“Non uscire, mi raccomando. Io vado a prendere un secchio d’acqua dalla nonna. Adesso hai sei anni, sei grande, non puoi passare tutto il tempo a giocare. Io ho bisogno di aiuto”.
Mamma si era allontanata con i due secchi di zinco, appesi alle braccia e la pancia in avanti per la gravidanza. I secchi era grandi e pesanti. Avevo provato a sollevarne uno mezzo pieno una volta, ma l’avevo mollato subito a terra con grande sciupio di acqua che mi inzuppò i piedi; mi ero sfilata gli zoccoli di legno, calciandoli lontano, ché rischiavo di scivolare. Dritta sulle gambe nella pozza d’acqua con le braccia incrociate e con un’espressione corrucciata sulla faccia, guardandomi il vestito di percalle che, bagnato, si attaccava alle cosce come una seconda pelle. Ogni giorno la storia dell’acqua: ne serviva tanta per lavare panni, piatti e pavimenti, e noi dovevamo prenderla ogni giorno alla fontana pubblica che apriva solo per poche ore al mattino presto oppure bussare alla porta della nonna che aveva l’acquedotto. Così diceva la mamma, e io avevo capito che a lei non piaceva chiedere l’elemosina di un secchio d’acqua. Per questo la mamma di papà mi stava antipatica, ma non potevo dirlo.
Le torte erano lì, su un lungo blocco di pietra, appoggiato su due mattoni forati, ad asciugarsi al sole. E le amiche ancora non arrivavano. Le torte cominciavano a screpolarsi sul nostro salotto; così chiamava papà quella specie di panchina arrangiata. Lui tentava di rendere più leggiadro il piccolo cortile disadorno. Lo aveva arricchito di alcuni vasi di cemento che uscivano come un miracolo dalle forme fatte con assi di legno, gli scarti del cantiere, e riempite di calcestruzzo. Lui inchiodava, impastava e schiodava dopo che l’impasto si era asciugato.
“Vedi? In queste fioriere ci seminiamo le fragole”.
Io battevo le mani. Papà era più tenero di mamma, anche se si alzava presto ogni mattina e spariva per tutta la giornata a lavorare fino al tramonto. Ma la mamma si alzava ancora prima di lui. La domenica poi mi insegnava ad andare in bicicletta sullo stradone deserto: le macchine erano rare, e nei giorni di festa i padroni preferivano scorrazzare sul corso, anziché in periferia. Tutti i poveracci a piedi dovevano crepare d’invidia. Lo stradone era in lieve pendenza.
“Abbiamo fortuna di abitare in collina. Così impari ad andare in discesa e in salita. Pedala, pedala!”
E io pedalavo, sapendo che papà mi reggeva da dietro la sella. Mi resse fino a quando imparai a stare in equilibrio da sola, meglio e prima di mio fratello, ma anche questo non potevo dirlo ad alta voce perché la bicicletta era sua. Alle femmine non si regalavano biciclette, ma papà diceva sempre che le cose di casa erano di tutti e io non me lo facevo dire due volte a usarla.
Mamma tornò con un solo secchio d’acqua.
“Lo svuoto nella giara e torno indietro. Non potevo portarli tutti e due insieme. Tu non allontanarti che ci sono gli zingari in giro. Sono arrivati anche quest’anno. Tieni il cancello accostato, anzi mettici il ferro”.
Mamma mi parlava come ad una persona adulta. Io sapevo quello che dovevo fare quando ero a casa da sola. Da sola ci rimanevo anche di sera, quando mamma e papà uscivano, ma accadeva solo alla festa patronale.  L’arrivo degli zingari si ripeteva ogni anno, all'inizio della stagione. Si vedevano girare a gruppetti di donne che a due, a tre si facevano avanti fino sulle nostre porte. Uomini non se ne vedevano. Se ne raccontavano tante su quelle donne scarmigliate dagli occhi neri neri e grandi orecchini a cerchi.
“Vanno in giro con i ferri da calza nascosti sotto lo scialle - diceva nonna. - E se non date quello che chiedono, vi bucano gli occhi. Gli uomini prendono i bambini e tagliano il grasso dalle mani”.
 Insomma tutti noi da piccoli avevamo una paura salutare degli zingari. Se li vedevamo da lontano, scappavamo a rifugiarci dietro le gonne di mamma che chiudeva subito la porta e ci diceva di stare zitti che se ne sarebbero andati presto.
I grandi hanno sempre ragione, pensavo. Aveva ragione la mamma per l’acqua e aveva ragione papà a incoraggiarmi ad andare in bicicletta e a fare fioriere di calcestruzzo. L’unica a non avere ragione era la nonna, quando mandava mamma alla fontana e non le dava l’acqua.
 Era quasi mezzogiorno, il sole picchiava dritto sulla mia testa, e le mie amiche ormai non sarebbero venute. Di spalle al cancello, cominciai a disfare le torte lanciandole in aria. Ricaddero a terra una alla volta, spaccandosi in pezzi irregolari. Mi aggrappai al cancello e cominciai a dondolare, facevo avanti e indietro spingendomi col piede. Fu così che la vidi, vidi la zingara dall'altro lato dello stradone. Avanzava verso il cancello tenendo per mano un bambino.
Corsi in casa, chiusi la porta d’entrata e mi ficcai sotto il letto matrimoniale, sperando che mi nascondesse tutta. Tremando di paura, sbirciavo attraverso la frangia della coperta estiva che lambiva il pavimento, la sagoma della donna che bussava ai vetri della porta. Mi sembrava enorme, bussava e ribussava, ma io ero decisa a non uscire dal mio nascondiglio. Pregavo che arrivasse la mamma a salvarmi mentre architettavo di uscire dal lato opposto e prendere un coltello dalla cucina. Ma non osavo muovermi. Tenevo gli occhi fissi sulla porta che prima o poi avrebbe ceduto sotto i colpi della zingara. Sentivo i vetri vibrare.
Mamma era solita dire che non avevo paura nemmeno del diavolo, ma della zingara coi ferri in mano che mi avrebbe bucato gli occhi avevo una paura terribile. Vedevo la sua faccia scura, le sue mani avide afferrarmi la faccia e tenermela stretta per accecarmi. Cosa voleva da me? Il cuore mi usciva dal petto e mi rintronava nelle orecchie.
Il tempo non passava mai, la zingara dietro la porta, io sotto il letto. Poi improvvisamente voci di donne, urla, pianti. Riconobbi quella della mamma per prima, poi la nonna che cominciò a prendere a schiaffi la zingara. Ormai ero fuori anch'io e vedevo le vicine gridare e la zingara che cercava di proteggersi la faccia dai colpi.
“Non ho fatto niente, io solo bussato. Volevo un po’ di pane per bambino. E un po’ di olio per me”.
Estrasse dallo scialle una bottiglietta semi vuota.
"Ecco, solo per riempire questa".
Io mi avvicinai al bambino che piangeva. Le donne si zittirono.
Non so se le diedero qualcosa. La zingara si allontanò in fretta col bambino che non riusciva a tenere il passo e si faceva trascinare sotto il sole, scalzi sulle pietre del selciato che scottava.
Io respirai. Ero confusa, ma capii d’un botto che i grandi non hanno sempre ragione. La zingara non aveva i ferri per accecarmi né mi avrebbe fatto del male. No, i grandi, o quelli che credono di esserlo, non hanno sempre ragione. Sono le storie che essi raccontano a dipingere spesso il mondo come non è.  E cominciai da allora a guardarlo con i miei occhi, oltre le sbarre di quel cancello nero che cigolava.


venerdì 3 maggio 2019

Mari, l'enigmatico

Ieri sera a Rogno per ascoltare Michele Mari. Il paese mi ha un po' inquietato: piccolo, snodato lungo una provinciale che lo attraversa con qualche diramazione laterale. Circa 4000 abitanti, dice il vicesindaco. Case dignitose apparentemente disabitate: ho contato tre luci accese dietro le mute finestre. La pioggia insistente non creava certo un aspetto gaio. Poi un miracolo, quello di una biblioteca civica attiva, vivace come la sua responsabile. Qui, in un paese sulle colline bergamasche attorno al lago d'Iseo, l'enigma di Michele Mari, l'homo secretus. L'uomo che vorrebbe, a suo dire, essere conosciuto solo per i suoi libri. In effetti nulla (o quasi) ha svelato di sé, e io stessa mi sono tenuta lontana dai suoi scritti autobiografici perché credo che nessun testo possa essere velato o falsato più di quello dichiaratamente autobiografico. Perché cercare una verità impossibile? Mari è persona educata ma ferma nella sua splendida riservatezza. Nessuna concessione all'accoglienza o alla piaggeria. Un alieno nella fiera consueta delle presentazioni di libri. Ma non era proprio questo il caso. Pensavo di scrutare l'uomo, il magnifico giocoliere della lingua italiana, invece mi sono trovata a essere scrutata, pur annegata nel pubblico, da due occhi scuri, profondi come la notte, su un viso severo da predicatore domenicano. Un uomo barricato nei suoi sudari letterari con improvvisi scarti e scarne incursioni nell'umano in virtù di una clavicola "lasciata sul campo di calcio" in una partita della Nazionale Scrittori. Non so se il filtro letterario sia stato per Mari l'unico approccio alla vita. Non una parola sul suo rapporto col mondo. Non so se abbia amato qualcosa o qualcuno al di là delle "sudate carte ". Non so nemmeno se possa o voglia essere considerato ancora come "intellettuale", quella figura sociale intermedia di gramsciana memoria del cui apporto la società si nutre, o si nutriva, ammesso che ci sia qualcosa da spolpare. Insomma l'enigma Mari rimane ben custodito, come il panorama notturno di Rogno. A me non resta che continuare a leggerlo, per cercare di imparare qualcosa dalla sapienza dei suoi scritti. E non so se mi rimarrà ancora il desiderio di sapere qualcosa di più sull'uomo dal severo cipiglio, dal "gran dispitto". Per una cuoca prestata alla letteratura, come me, capite bene che "I demoni e la pasta sfoglia" è una credenziale perfetta.



venerdì 13 luglio 2018

Uno sguardo sul ponte

Si parte da Ancona. Il viaggio in traghetto è sempre un osservatorio magnifico. Adulti di tutte le età, ragazzi e ragazze, bambini e animali che interagiscono, persi nell’ozio della navigazione.
Si vede fin da subito che l’atmosfera è cambiata, tira un’aria di restaurazione, il fighettismo impera in un luogo dove si respirava una allegra scioperata anarchia. Ma lo sbracalio   arriverà inesorabile.
Al bar: non ci si può acquartierare più nei bar, ti siedi solo se consumi. I divanetti restano vuoti e tristi, solitamente popolati dai passeggeri che non prendono una cabina e cercano riparo dall’umidità della notte. Rimangono a disposizione pochissimi spazi esterni, quindi via all’arrembaggio da parte di quelli che, conoscendo la nave, sanno subito dove piazzare i materassini: ce ne sono di quelli ben più alti più dei 25 centimetri sbandierati dai piazzisti televisivi. In un angolo di prua, una signora musulmana piazza i bambini, almeno tre, su un tappeto, avvolti come fagotti e allineati accanto al corpo del marito, spaparanzato da un bel po’ in posizione supina e braccia allargate: il miglior posto è il mio. Sul corrimano, asciugamani stesi per creare intimità. Lei fa avanti e dietro, ripone, sistema, tira fuori, sciorina, mangiucchia e sputa da una parte il miele dall’altra la cera.
 
 
Piscina: viene riempita alla partenza, quella dei piccoli e quella dei grandi. Chiamarle piscine è un ardito eufemismo. In realtà entrambe sono due pozze: in quella dei piccoli, maschietti tempestati dai flussi ormonali sollevano ondate da tsunami, si smanacciano, ridono in direzione dei boxer di uno di loro che vistosamente lievita senza controllo, urlano, si spintonano per fare colpo sulle ragazzine appollaiate sui bordi ad ammiccare; in quella dei grandi sguazzano bambini di ogni età che non riescono a uguagliare in prodezze i colleghi dell’altra pozza.
La nave: è grande, spaziosa, cara come la fame. Un caffè costa 4,60 euri, una bottiglietta da 33cl di soda 3,60 euri. Per fare un viaggio di 24 ore bisogna fare un mutuo solo per l’acqua. Per non parlare del self service o del ristorante. Ci limitiamo a leggere il menù, a strabuzzare gli occhi e passare oltre.
Ci accomodiamo sul sun deck di poppa. La bandiera sventola sulla scia che manda scintille di luce. Fila di sedie contro il parapetto. Noi tre attorno a un tavolo sul quale io apro la borsa dei viveri: olive, formaggio, pane, insalata confezionata, biscotti, brioche. Sto attenta a fare tutto con discrezione, raccomando di stare attenti, non sporcare, non lasciare tracce del nostro passaggio.  Sul tavolo vicino al nostro sciamano gli sguazzatori, bagnati fradici, si scuotono come cani dal pelo lungo, ed è tutto un gocciolio. Mangiano, lasciano il tavolo coperto di briciole di patatine, di pop corn, di biscotti, di gallette (le ragazze). Sono inconsapevoli di quello che c’è intorno, esistono solo loro, la gioventù con tutti i diritti del mondo. Una di loro in bikini, continua a fregarsi i denti con uno spazzolino. Pause improvvise durante le quali lo spazzolino trova accogliente sistemazione tra i seni acerbi, fasciati da un bikini ridotto ridottissimo. Afferra la giacca di panno pesante, tessuto a jacquard e la indossa, si acconcia i capelli alla Amy Winehouse, riprende a sfregarsi i denti con energia, si sentono le setole andare su e giù. Ora lo tiene in bocca, mentre sfaccenda, temo possa ingoiarlo. Poi se ne va lasciando bicchieri vuoti, carte accartocciate, un cucchiaio. Scansati, Mondo, che passo io.
Le donne francesi: tutte magre da far invidia pazza, il ventre concavo, le braccia esili, viso appuntito, capelli sottili. Tutto sottile. Hanno dai tre ai cinque figli ciascuna. Come santamiseria facciano a rimanere così magre rimane il mio problema del giorno. Le tedesche non sono da meno anche se qualcuna di loro è più morbida. I bambini sono mostruosamente disciplinati, autonomi, non scassano, si autogestiscono, fanno come se i loro genitori non esistessero, e anche i genitori fanno ugualmente. Non ho visto dare un bacio, un abbraccio, un rimprovero, un richiamo. La cosa mi mette a disagio.
Mamma, vuoi finirla di guardare la gente? Mia figlia mi censura.
La gente tutta è a meno di un metro da me, passa, sfiora la mia sedia, mi rompe i timpani, sento lo scricchiolare delle patatine tra i loro denti. Come faccio a ignorare? E poi che gusto ci sarebbe? Non li mordo mica, guardo e faccio le mie considerazioni. Loro agiscono io osservo.
Gli animali: prevalgono i cani, scorgo una giovane coppia che viaggia con un coniglio. È l’uomo a portare la gabbietta, lei si gira indietro e sorveglia che la gabbietta non sia inclinata. C’è il canino sul passeggino con occhiali da sole e giocattolo (chiamiamolo Baby), alle mie spalle un grosso pastore belga dal pelo nero corvino e gli occhi spiritati (è subito Devil), davanti a noi, sotto il parapetto, un barboncino legato a un guinzaglio rosso attorcigliato alla gamba di una sedia. Mi sposto, il cane nero alle mie spalle mi intimorisce. Mai dare le spalle al nemico! Così ho modo di indignarmi per la coppia teutonica che, romanticamente rapita dalla scia, non sa che il barboncino, chiamiamolo Tantalo, si stira per raggiungere la ciotola d’acqua che i perfidi hanno collocato a distanza. Mi alzo e glielo dico? Mi alzo e gliene dico quattro?
Rinuncio, rispetto la privacy di merda. E lo stesso faccio con la famigliola germanica, quella col belga nerocarbone e i denti affilati: mangiano dalla stessa ciotola, gli fanno leccare i rimasugli di sfogliatine in fondo al sacchetto, mordono la stessa carota, ingoiano un tortellino a testa, pescandolo da un contenitore rettangolare di plastica con le pareti impiastricciate di condimento. Cantico delle creature, ma c'era fratello cane? Ma si fanno queste cose?
Mamma, andiamo a guardare il tramonto.
Sì, è meglio.
Ci avviamo, e Baby, Devil, Tantalo e i loro padroncini scompaiono. Si dilegua anche la Amy. Anche i ragazzotti grondanti umori vari. Mi diventano tutti più simpatici, voglio bene a tutti o quasi, a Devil non ci riesco. Davanti a noi il solito stupido banale tramonto di una bellezza abbagliante. Tutto è arancione, rame, bronzo, oro. Che bello viaggiare sul mare. Domani si cambia traghetto. (Dall'Italia notizie di cialtroni rimpannucciati, premier eclissati e manette agitate da un bordellaro squisito. Mattarella c'è).



 

giovedì 17 agosto 2017

Cazzeggi senescenti ovvero della moltiplicazione dei Vassili




Uno dei segni più evidenti della vecchiaia, più che il decadimento fisico che si può mascherare in qualche modo, a condizione di avere tanti soldi e di volerlo fare, è lo specchiarsi una mattina e scoprire nel corpo i tratti dei propri genitori. Non solo nel volto, nelle mani, nelle movenze deambulatorie, ma anche in certi atteggiamenti e in certe azioni. E quando si invecchia ti riscopri figlio o figlia in debito per eventi naturali, dovuti al dna, o ai comportamenti che solo l’educazione lascia impressi, talvolta nascosti, ignoti all'io, fino a quando gli anni trascorsi non ti mettono davanti a certezze incontrovertibili.

Gli anni della giovinezza sono una vela al vento. Non ti chiedi quasi mai da dove derivi quella forza invisibile. Si sente e basta. Quel vento, gagliardo e prepotente, spira quasi sempre in direzione contraria: la voglia più grande è quella di allontanarsi, tentando una costruzione originale e alternativa che sia propria, che abbia tratti fortemente individuali non condivisi.

Capita così che i figli quasi mai vogliano fare nella vita quello che hanno fatto padri e madri. Succede anche il contrario, spesso in caso di privilegi ereditari e di conformismo inoculato come estrema difesa del proprio status. Ma qui non voglio fare lodi a Telemanco, a dire il vero non troppo autonomo nelle scelte checché ne dica lo psichiatra di moda, né rampognare Ulisse il viaggiatore o Penelope nella sua fedeltà a quel letto d’olivo deserto da un ventennio. Vorrei solo dire quello che sto provando da qualche tempo su di me: mi scopro sempre più simile ai miei genitori, in un’alzata di ciglio, in una ruga. A volto, se mi ascolto, persino in tonalità di voce. Nel modo di prendere o afferrare gli oggetti o di uscirmene in una battuta imprevista. Allora riscopro anche in me le timidezze di mio padre e l’assertività di mia madre, le mani grandi e nodose dell’uno e la prontezza di reazione dell’altra. Io che di mamma non ho gli occhi azzurri e la carnagione candida e di papà non ho l’altezza della statura e la forza delle membra. Eppure scopro quanto io cominci ad assomigliare a loro.
Sono particolari impercettibili e sfuggenti, ma si sa che da vecchi si gode di più tempo per osservare anche se stessi. E ci si chiede con insistenza chi sei e chi sei stato, se l’immagine di te che hai coltivato sia stata un’operazione del tutto autonoma o se sia soltanto un’elaborazione nel tempo di elementi già insiti, per natura ed “arte” sottoposti alle sollecitazioni del tempo e agli impulsi esterni ed estranei al soggetto. Quanto mi piace quest’agnizione? Devo dire molto.

È per questa eredità d’affetti se mi dedico al recupero delle piante martoriate da meltemi qui nell’isola. Tra queste un povero basilico vittima dell’incuria delle persone e del tempo atmosferico. L’ho trovato ribaltato ai piedi del terrazzino dell’hotel dove soggiorniamo. La padrona dell’hotel mi ha fatto capire che sarebbe meglio che ci pensassi io. Va bene. Così il Vassili spiumato, con le foglie accartocciate dal vento e dal sole, ma con con le cime di fiori pronti a sbocciare, è stato accolto in casa a far compagnia ad altri due Vassili (è il nome della tribù) ben più rigogliosi e protetti.

 È alla medesima eredità d’affetti si deve la presenza nei miei racconti di un qualche straniero da accogliere, da trattare con umanità e senza sdolcinature. È a questa eredità d’affetti che devo l’amore per la vita ovunque e in qualsiasi forma si manifesti, venisse anche dai monti Rifei in groppa all’Ippogrifo. Anche questo ho ereditato: la meraviglia di credere alle favole, quelle che divertono la fantasia, non altre.

venerdì 28 luglio 2017

Tamerice taumaturgica: fa bene anche all'acidità.


Stare sulla spiaggia, all'ombra della tamerice, i cui rami sotto il sole brillano come quelli degli di Natale. Il mare, regalando notturne e salse umidità, permette a questa umile pianta di offrire ombra fresca più di qualsiasi tecnologico ombrellone: la vaporizzazione delle impercettibili gocce luccicanti è puro ozioso godimento non mercificabile.

Il mio sentimento subisce una brusca virata sull’acido. L'indifferenza non mi appartiene. Chi osserva la realtà intorno con occhio critico si becca immediatamente il bollo di censore o peggio di moralista. Eccomi qua, sono io che guardo in cagnesco bagnanti teutonici che, fuori della loro rigida e sempre lodata civiltà, si dimostrano incapaci di scelta: gettano il tubo della doccia nella sabbia invece che riporla nell'apposito gancio. E chi se ne frega se poi un altro comincerà i suoi lavacri con una bella smerigliata di ruvida rena. Occupano tutti i lettini intorno al proprio ombrellone e chi s' è visto s'è visto. Sono anni che li osservo a Samo, a Limnos, e in altre isole. Si comportano esattamente come la genia italica tanto vituperata. Sembrano incapaci di autoregolarsi laddove le regole sono sdrucite, elastiche. Dove nessuno ti rimprovera e ti punisce. E poi hanno come tanti altri turisti bisogno del valletto. Fanno tintinare il loro euro forte per farsi servire in modo indegno. Si fanno portare l’espresso italiano in tazzina fino in acqua da Paraskos, al quale non sembra vero poter esibire giovialità a pagamento, ma forse borbotta un “μαλάκαςpur sorridendo a trentadue denti. Quel Paraskos che il primo giorno avrei voluto ammazzare, lui e il suo lido colonizzatore sotto la tamerice, e poi ho compatito. Deve lavorare.

 Le tazzine sul materassino oscillano, imbarcano acqua salata. I due ridono a crepapelle, le monumentali tette della signora, offerte generosamente al beneficio di acqua e sole, sussultano come colline per un sisma, lui la soccorre tenendola da dietro con le braccia, ma a fatica piccolo e mingherlino com’è. Producono spruzzi e marosi per stare a galla. Bevono lottando per l’equilibrio impossibile.

Mi sembra di aver sentito che caffè e sale producano un qualche disturbo gastrointestinale. Ma forse col marco, pardon col l'euro forte, si comanda anche alla peristalsi del secondo cervello di cui l’essere umano dispone.

Mi riprendo dalla mia irritazione: intorno a me si mescolano vari idiomi. Famiglie albanesi emigrate in Grecia e di lì in Italia e/o in Svezia. I bambini parlano italiano, svedese, albanese, greco e l’immarcescibile inglese.  Per questo la tamerice sorride nelle sue goccioline d’argento al mondo nuovo. Mi sussurra canzoni per privilegiati. Lasciali perdere i buzzurri, goditi la mia ombra e la nuova compagnia. Anche questa estate intreccerò corone di ringraziamento.

sabato 22 luglio 2017

Più che la Pizia poté il Sole









Scrivere di viaggi è di per sé un viaggio. Esercitare materialmente una possibilità di riflessione che il tran tran quotidiano riduce o sottrae del tutto, essendo quello un viaggio con tappe stabilite ab ovo. E non sto qui a elencarle per ovvie ragioni. Per questo le note del mio blog subiscono un incremento apicale proprio nel peregrinare estivo, quando per fortuna posso dedicarmi a due attività mie, esclusivamente autodeterminate rispetto agli imperativi di un’educazione così interiorizzata e cristallizzata nelle molte mie primavere da rendermi quasi sconosciuta a me stessa: l’esplorazione del mondo e l’esplorazione tanto più impervia dei miei pensieri attraverso le note del mio blog. Il viaggio non mi spalanca semplicemente nuovi panorami geografici o vagamente e pretestuosamente occasioni socioculturali, ma rimanda a sbirciate interiori nuove o semplicemente sottratte alla noncuranza colpevole.


Sarà per questo che non dimentico nessuno dei miei pochi e limitati viaggi, i cui resoconti si riversano in una sorta di scrittura steganografica di ciò che mi accade.  So che la steganografia è oggetto di insegnamento accademico come tecnica di comunicazione, ma la mia è solo un’approssimazione di immagine non un calcolo di algoritmi. Un antico proverbio italico forse sarà più efficace delle mie spiegazioni. “Scrivere a nuora perché suocera intenda”. Parlare in modo obliquo affinché solo l’interlocutore interessato ne colga il senso vero sotto la maschera. Una tecnica, mi dico, vecchia quanto il mondo, e mi assolvo.


Si parte per la Grecia anche questa estate dopo una serie di accadimenti pesanti, di quelli che metterebbero il fuoco sotto il culo a chiunque e ti dicono ‘scappa’ per suggerirti immediatamente di non farlo. Destinazione finale Samo e Lesbo, con pause intermedie necessarie. Delfi, per esempio. Interrogare l’oracolo, uno dei rimedi più ricorrenti quanto incontrollabili negli esiti. Mi attende l’Onfalos della Pizia, quella signora seduta nell’adylon (spero per lei a turno con altre pizie) tra esalazioni indefinibili: se dalla terra bitumosa, o dal braciere di segala cornuta, alloro e altre erbe. L’oracolo di Delfi, nella sua classica solennità, mi appare subito un posto fatto soprattutto per i signori di una volta, di quelli con molte risorse, a giudicare dagli edifici destinati a contenere e custodire i tesori che Ateniesi, Beoti, Cnidii e altra gente portavano qui sulle pendici del Parnaso per ingraziarsi l’oracolo e soprattutto per mantenere in piedi quel clero cialtrone di sacerdoti, che amministravano le offerte, e delle Pizie che profetavano a caso o a comando. Si sa che gli uomini sanno, mica le donne per quanto invasate o fumate.


Alle otto: si va alle otto del mattino, al massimo! Sarà fresco allora. Vana speranza, ché alle dieci siamo appena al teatro e già grondiamo come piante di pomodori innaffiati sotto il sole. Penso che i Greci che vi salivano non erano certamente vecchi come me e il filosofo. Qui ci vogliono resistenza e gambe giovani, attributi che ormai vacillano. Ci rifugiamo nel Museo e qui, tutto quello che ci appariva confuso dall’afa e dalla stanchezza ci è apparso nel suo splendore. Le sale offrono frescura e luce: un luogo divino dove si rimane abbacinati dalla bellezza, proprio quella che si fatica a intravedere in mezzo ai cumuli di pietre annerite dal tempo, sgretolate da terremoti e guerre. Penso che questo sia già un vaticinio della pitonessa: devi faticare per godere.  Direi scontato. Le cose belle te le devi sudare, devi combattere, attraversare il buio (e anche le lacrime o stille di sudore) per varcare la soglia divina della consapevolezza. In queste sale non devi sforzarti di immaginare quello che fu tra i ruderi sotto la canea, devi solo aprire gli occhi e saziarti, e dimenticarti delle ginocchia vacillanti, della gola riarsa, e persino del gattino miagolante che fa da portinaio impaurito al tempio di Febo Apollo. Ci si aggira, orde di visitatori permettendo, tra gigantomachie, divinità olimpiche e terrestri in lotta, natiche turgide dei Dioscuri, l’ombra di una Sfinge con una faccia beota che ammicca verso il povero Edipo, tripodi bronzei e figurine lillipuziane; pareti grondanti degli ori delle decorazioni e un enorme scheletro metallico di un toro che sembra gettare fuoco dalle narici e richiama per grandiosità del simbolo il Guernica di Picasso.


La sensazione di essere lì non per caso, come vaticinava la vecchia Pannychis XI, ormai stufa marcia delle cazzate che i sacerdoti continuavano a pretendere (racconto indimenticabile tragico e ironico di Friedrich Durrenmatt, La morte della Pizia) ma per cogliere quel segno steganografico  viene rivelata, e solo a me, da una teca contenente una coppa attica dall’interno dipinto: Apollo lo splendido che suona la lira e una piccola nera cornacchia che gli tiene compagnia. La stessa sopravvissuta nella mia Luna in gabbia? Sarebbe blasfemia, vero? Ma come mai mi sono trovata davanti a questa sacra cornacchia che svolazza nel tempo e nello spazio fino alle mie modeste pagine? Sono qui per ricevere l'assenso del Parnaso? Pannychis XI direbbe ai servi del tempio di prendermi a pedate e cacciarmi fuori dell’area sacra. Esco per pudore e mi siedo in terrazza: montagna e mare con un solo colpo d’occhio. Quale vaticinio migliore di questo panorama? Ridi di te stessa e non rompere.









giovedì 2 febbraio 2017

Le mie focacce me le impasto da me.



La ragazza, non più ragazza da parecchi lustri, un po’ matta doveva proprio esserlo. Le era preso lo sghiribizzo di scrivere romanzi e racconti, pur sapendo che da secoli c’era chi sapesse farlo meglio di lei. Non era una semplice constatazione, ma un’autentica, ben radicata, convinzione, quella stessa persuasione che l’aveva portata a piangere col principe Myskin e lo sfortunato ‘Toni Malavoglia; per non parlare degli spasimi di fame che aveva condiviso con Blimunda e persino delle doglie durante il parto di Sara da Conceição. Non è a dire che i suoi personaggi preferiti fossero sempre così altolocati: si ricordava bene la preparazione estetica di Angelica al suo matrimonio col conte di Peirac, quando le donne le avevano rasato il pube per renderla più seducente sotto le mani del marito. E non aveva nemmeno disdegnato donna Liala e i suoi aviatori.
Il guaio era che la benedetta alle sue convinzioni ci si abbarbicava, le nutriva, le coccolava persino. Ci si affezionava come la famosa (o famigerata) donna Prassede. Così accadeva che la ricerca del confronto si dipanava come una sorta di romanzo a tesi: ho ragione io e basta. E questo accadeva anche quando, con molta meno albagia, infilava un grembiule da cucina e impastava una semplice focaccia. Guardava e riguardava su youtube tanti tutorial e poi, borbottando, censurava, si scandalizzava e spegneva esausta; si potrebbe anche dire già cotta.
Quella ricerca di saperne di più, di conoscere la manualità e la sapienza altrui diventava frustrante e anche un pizzico petulante. Autoreferenziale, le aveva detto l’analista che ogni tanto faceva da bidone (ben remunerato) di scorie per le sue elucubrazioni. Insomma, lo slogan che cominciò ad amare e fece suo, sopra ogni altra pillola di saggezza oshiana dei social, divenne quello dello stimato scrivano Bartleby. “Preferirei di no”.
La ragazza era ed è testarda, vuole spiegare, rendere conto al mondo della sostanza delle sue strambe idee. Mica riusciva ad arrendersi al fatto di essere lei fuori fase, fuori catena di produzione. Fuori.  Un problema anche per chi le stava intorno che, guardando la sua crocchia di capelli bianchi e il viso privo di qualsiasi belletto di compiacenza, sbuffava in segreto, annuendo ipocritamente alle sue rimostranze.
– Cazzo vuoi, vecchia bacucca?
Ma lei, la ragazza non faceva una grinza, pur sapendo cosa si muovesse nell’intimo di qualsiasi malcapitato interlocutore le capitasse a tiro.
Fu per questo che andò, invitata e su appuntamento, nella capitale. Sapeva di non dover fare castelli in aria, di mantenere, come si dice?, un basso profilo. Training autogeno praticato con diligenza.
Fu molto contenta nell’apprendere che non avrebbe dovuto sborsare nulla per la stampa del suo romanzo, ingoiò quel 7% di royaltie, anche le misere 150 copie di stesura e il vincolo di un anno sui diritti. Increspò le labbra davanti alla condicio sine qua non: procurare cinque location, preferibilmente non librerie (!?) per le presentazioni, scosse la testa, ma si ricompose immediatamente.
Fu anche molto sollevata di alzarsi dall’ incerta sedia di plastica su cui l’aveva fatta accomodare e abbandonare l’aria di ripostiglio del piccolo locale dove lo sgangherato incontro si era svolto.
Come, improvvisato?! Dopo tutte quelle mail e le telefonate intercorse tra la ragazza e il coordinatore editoriale? Sì, tutto improvvisato: la signora (pezzo grosso della redazione) che fumava seduta sul gradino di accesso al locale (o location?), il ragazzo (editor) che la signora aveva dato per malato grave (ricomparso dopo una discreta telefonata) al quale pare fosse stato affidato il manoscritto, il boss in trasferta chissà dove da giorni…
Per farla breve nessuno sapeva nulla della ragazza, e nemmeno del suo manoscritto (pdf). L’ editor Tommaso non aveva letto una parola del testo.
– Ecco, mi ricordi per favore il titolo e di che cosa parla…
La ragazza fece, da persona educata, buon viso a cattivo gioco, fu spigliata, simpatica; le scappò perfino un “cago” e una “masturbazione” parlando della narrativa ggiovane: risero tutti allegramente.
Fuori l’aria si era ingrigita, minacciava un temporale.
– Con questo cielo, il Quirinale dev’essere una meraviglia – disse la ragazza al suo paziente accompagnatore. La prova provata? Nella foto che la ragazza scattò col suo cellulare e intitolò: Nubi sul Quirinale. 




– Peccato, il mio Tommaso è più sveglio – fanfugliò tra sé e sé, mentro rovistava nella borsetta, appoggiata a un pilastro davanti a un portone, sotto gli occhi del carabiniere di guardia.
– Cosa stai cercando? Di cosa parli? – ribatté l’accompagnatore.
– Gli occhiali, cerco gli occhiali – fece lei alzando la voce per tranquillizzare il piantone.
Arrivarono all’incrocio delle Quattro fontane.
– Dovrei cambiare nome del mio personaggio più carino, – continuò assorta la ragazza che mai avrebbe voluto associare il suo Tommaso a quello sprovveduto procacciatore di affari, ma “Preferirei di No”.
E così fu.