sabato 21 luglio 2012

Caduta


Volare in tondo
A larghi giri
Come rapace ferito
Nell’imbuto del mondo
Voragine silenziosa
Irta di rocce scure.
Precipitare nel cerchio
Che si restringe vorace
Fino al culo dell’universo.

Attraversare la nullità
Infinita
Del tutto.

Cade la stella più bella
Nell’opacità densa
Del proprio destino.
Ad una ad una
Le piume delle ali
Già libere
La precedono nella discesa
E si posano pietose sul fondo
Per accoglierla
Inerme.



giovedì 12 luglio 2012

Giorni



Ci sono giorni
Che vorresti recidere
matasse ingarbugliate
in labirinti ciechi
piume morte al volo.


Ci sono giorni
che vorresti chiudere 
in gabbia di fili d’oro
e ascoltare senza posa
il loro trillo gioioso.

Intanto tessi  le trame screziate
Di abiti buoni per tutte le stagioni.


mercoledì 4 luglio 2012

Vita agra ma non troppo



Come chiedere scusa ai miei lettori (fortuna che sono meno di venticinque!) per le mie elucubrazioni esistenziali? La domanda mi prende ogni qual volta lo spettro poetico prende le forme di geremiadi  in linea con la crisi corrente. Ho pensato che una ricetta minimal, tratta dal gran libro delle tradizioni famigliari, può recuperami la simpatia di chi ha l’ardire di leggere le mie nugae. Rerum coquinariarum fragmenta, parafrasando il grande Petrarca (a cui la modernità deve l’introduzione nella lirica italiana dell’io dolente e dubbioso), e un pochino anche Apicio e il suo Res Coquinaria.
Sicché (si toscaneggia senza pudore alcuno) ho deciso di condividere una fresca ed economica prelibatezza. Piatto unico o secondo che lo si voglia considerare.


Fagiolini in fricassea


Ingredienti per 4 persone
500 gr. di fagiolini, altrimenti detti cornetti (altro non sono che fagioli non giunti a maturazione, a metà strada tra la verdura e i legumi, con ridotto contenuto calorico rispetto ai fagioli adulti e disseccati)
Uno scalogno
3 uova
Succo di 1 limone
Foglie di menta
Sale, pepe q.b.
Olio Evo

Procedimento: Mondare i fagiolini, spuntandoli da entrambe le estremità e cercare di tirare “il filo” dei lati (se sono freschi e giovani, non dovrebbero averlo). lavarli e lessarli in acqua salata. Scolare. In un tegame basso o padella fate stufare lo scalogno, tritato finemente, in poco olio (passi anche una nocciola di burro) e lasciatevi insaporire i cornetti.


 






Frattanto sbattete le uova fino a amalgamare bene tuorli e albumi, un pizzico di sale, una presa di pepe, e il succo del limone e le foglie di menta (o prezzemolo o basilico o tutto il bouquet). Noterete che le uova monteranno. Aggiungere ai fagiolini e abbassare la fiamma affinché le uova non si trasformino in frittata, ma in una crema avvolgente. Spegnere e servire, anche tiepidi vanno bene, vista la calura della stagione.
Accompagnati da qualche bruschetta, leggermente tostata, diventano più appetitosi.

Insomma, direbbe qualcuno, hai trovato il modo di introdurre un po’ di aspro anche qui. Sì, avete ragione: sono incorreggibile, incallita anima agra, ma senza pianto e stridor di denti.


Chi vince e chi perde





Mi si rimprovera spesso
Di essere competitiva.
Mai gara fu più persa di quella
Che con altri avrei ingaggiato.

Mi ha stritolato con le sue spire
Il boa zannuto del dovere.
Me ne sono adornata
Come una ballerina di fila
Tra l’invidia degli astanti ignavi.

La gara
è quella che la vita
 infingarda
elargisce come un dono.


Dipinto di Francine van Hove

venerdì 1 giugno 2012

Il calabrone goloso


Due sono le cose che mi sono venute in mente stamattina, dopo il caffè.
  •      Non avevo ancora fotografato (anche se malamente) i miei nuovi fiori.
  •      La voglia di pasta alla Norma (la prima della stagione).

In realtà tra le due non vedevo alcun nesso se non quello di cominciare la giornata, la mia giornata di casalinga per elezione. Senza doveri, ma solo piaceri. Per me e per chi volesse poi farne parte. So, per esempio, che il filosofo che divide con me la sua quotidianità non troverebbe alcuna giustificazione esistenziale nella prima, mentre nella seconda penso che il signor Feuerbach lo traghetterebbe più facilmente alla condivisione. Siamo ciò che mangiamo. Uno dei casi in cui la scienza filosofica si ricorda che siamo carne e sangue e che dalla soddisfazione del corpo discende spesso,  non per tutti, anche quella dello spirito.
Se lui è il filosofo, io reclamo per me il ruolo (egregio, e non tollero contraddizioni) di Santippe. I filosofi, senza la tata, si sa, inciampano e cadono nei pozzi (Talete) , e qualcuno dei più avventati potrebbe finire dritto dritto nel cratere di un vulcano (Empedocle). Non sembri un compito da nulla vegliare sull’eterna infanzia universale, basterebbe non farsi soggiogare, ma questa è un’altra storia. 



Consumata una tardiva quanto futile vendetta muliebre, torniamo ai miei montoni, direbbe Panurge.
Qui di seguito  troverete le prove che entrambi i miei desideri, degni della semplicità della schiava tracia, di cui parla Platone nel Teeteto, si sono compiuti.

Pasta alla Norma
Ingredienti per due persone
Due o tre melanzane lunghe (sode, senza cedimenti, belle lucide)
Cinque/sei pomodori ben maturi o polpa di pomodoro in scatola (bio, ché è meglio)
Foglie di basilico
Uno spicchio d’aglio (adesso c’è quello fresco!)
Olio evo
Olio di arachide (solo per friggere)
Semola di grano duro q.b.
Sale
100 gr di pasta corta o lunga (mezze maniche o vermicelli)
Un pezzo di ricotta salata da grattugiare (a volontà)


Lavate le melanzane e affettatele a rondelle di circa un cm di spessore. Disporre su uno scolapasta a strati, con un pizzico di sale fino e coprite con un “peso”, per far perdere un po’ dell’acqua di vegetazione dell’ortaggio.




 Intanto cuocete una semplice salsa di pomodoro con olio evo, uno spicchio d’aglio e basilico sminuzzato a fine cottura. Occhio al sale, perché le melanzane sono già salate. Friggere le rondelle di melanzana, leggerissimamente (italiano casalingo, manco a dirlo) infarinate. Disponetele su carta per eliminare l’unto di troppo.
Cuocere la pasta, scolarla.  Versare sul fondo di una padella sul fornello a minimo un mestolino di salsa, aggiungere le melanzane, e la pasta. Alzare un po’ la fiamma e saltare rapidamente. Questo consente alle melanzane di insaporire la pasta, senza cedere al pomodoro quel velo di farina che potrebbe “impastare” il tutto.
Mano sicura e veloce, mi raccomando!
Impiattate, una manciatina di ricotta salata, dell’altro pomodoro, se vi piace, e un paio di foglie di basilico per richiamare il suo soave profumo.

E mo’ anche il filosofo si inchinerà, ve l’assicuro.
Ah! Alla fine, sul mio nuovo geranio, è arrivato un calabrone. Chissà quali profumi lo avranno attirato. Il geranio, vero?


domenica 6 maggio 2012

Prima che il gallo canti.


Ho capito, ho capito, zitti! Ehi, che chiasso che fate!
Sarebbe carino che i miei follower mi tempestassero di richieste e dessero da mangiare ai pesci dell’acquario, facendo salire il contatore delle visite. Ma così non accade. Nel mare magnum dei blogger, Otium sa di stantio, di muffa. Un po’ come si sente la sventurata stenditrice (orribile al femminile!) di queste note. In una parola: noia, in due: noia mortale, effetto dell’accumulo delle molte primavere (per non parlare degli autunni, degli inverni e delle estati), ma anche della stagione umidiccia e instabile che tutti stiamo vivendo. Dell’inclemenza del cielo.  Piove, allora si fanno i bigné. Piove, allora Francesca (mia giovane amica fa “inutili grissini”). Piove, allora Nicoletta (affermata psicologa, sforna torte salate e non, scalando le vette degli apprezzamenti entusiastici di suo marito. Mi rallegra altresì la previsione (a posteriori) che Alessandra, sull'isola brillante di vetri colorati, impasterà tra qualche giorno, grissini e, perché no?, biscotti a dispetto della pioggia.
Nell’alacrità delle cucine, forse,  molte donne ritrovano il senso (o la necessità) della vita, almeno in certi grigi momenti.
“Quante cose laboriose le manine sanno far, san lavare, cucinare, san cucire, san stirare…”
Me, mi ha rovinato l’asilo. Non so le altre.
Cosa fanno gli uomini nei tempi inerti delle domeniche piovose? Facile a dirsi: giocano. E salvano la loro anima fanciullesca, scatenando l’invidia di chi, come me, forse fanciulla non lo è mai stata. Non so se sia qualcosa di cui rammaricarmi.
Rincorrendo il tempo che fugge, prima che il gallo canti, cioè che finisca la stagione ( no, no la mia, ché io spero nonostante tutto di avere ancora del tempo, se non altro per bofonchiare) degli asparagi, propongo un piatto di riciclo (quasi vegano, se si fa eccezione di burro e formaggio: il che potrebbe far felici Alfredo e Maddalena).
Il piatto trae la sua origine da un mazzetto di asparagi, che rischia di perdere turgore (in questo potrebbe assomigliarmi…) in frigorifero e da un piatto di riso bollito candido nel suo abbandono del giorno avanti.
Le quantità? Non mi fate domande difficili, regolatevi  a gusto e a occhio, ché la bellezza e l’armonia sono misure infallibili. Il bello della cucina è che ciascuno/a può introdurre variazioni estemporanee, assistiti dalla casualità e dall’ispirazione.

Sformato di riso e asparagi (versione povera)
Per 4 persone
300 gr. di riso (sapete già la mia predilezione per l’arborio)
2 uova
100 gr. di parmigiano
1 mozzarella o avanzi di formaggi vari (facoltativi)
Burro
Sale e pepe q.b.
Prezzemolo e maggiorana tritati
Pan grattato
Un mazzetto o due di asparagi (adesso è il momento degli asparagi pugliesi: hanno invaso il mercato e costano relativamente poco)
1 spicchio d’aglio
Procedimento
Pulite gli asparagi, avendo cura di eliminare la parte fibrosa del gambo, e di pelare con l’attrezzino apposito la parte edibile della base. Legate il mazzetto e ponetelo in piedi in una pentola alta e abbastanza stretta (trattasi di asparagiera/asparagera, ma se ne può fare tranquillamente a meno). Se non avete riso avanzato, fatelo bollire nell’acqua in cui avete cotto gli asparagi, dopo averli debitamente estratti.
In una padella fate fondere una noce di burro con lo spicchio d’aglio e ripassate gli asparagi, a fiamma bassa. Tenere da parte le cime con un paio di cm di gambo, il resto tagliatelo a pezzetti minuscoli.
Cuocere il riso nell’acqua degli asparagi, oppure gettarvi il riso di riciclo per qualche minuto per insaporire.
Scolare, metterlo in una ciotola con i pezzetti dei gambi, le uova, il formaggio. Aggiustate di sale e pepe e non dimenticate il trito delle erbe aromatiche. Eliminato lo spicchio dell’aglio? Bene.
Imburrate uno stampo, spolverare fondo e pareti con pan grattato. Disporre uno strato di riso condito e aggiungete dadini di mozzarella o caprino o robiola o stracchino o croste di formaggi vari, aggiungere qualche asparago e ricoprire col riso avanzato. Decorare con gli asparagi rimasti, fiocchetti di burro e pane grattugiato.
In forno a gratinare per 15’ a 200°
La foto è quella che precede la cottura in forno. In realtà la gratinatura conferirà allo sformato una bella superficie dorata. E nelle pause...leggo!

mercoledì 2 maggio 2012

Cuoca triste dopo una partenza


Cosa sceglieranno oggi le mie mani?
Forse una mela con le gote rosse
Uno spicchio d’arancia
Una fragola sfacciata
Che gongola
E si pavoneggia nel cestino
Insieme alle sue sorelle.
Cosa toccheranno oggi le mie mani?
Chicchi setosi di riso
Asparagi svettanti
Lattuga rorida
Di rugiada mattutina
Pomodori succosi
Dalla pelle tesa sulla polpa invitante.
Cosa impasteranno oggi le mie mani?
Farina, uova, zucchero
Bucce caramellate di agrumi aciduli
Gocce di vaniglia di Papantla.
Per chi prepareranno oggi le mie mani?
La cucina si è fatta silente
Orfana di risate argentine
Di aspre contese
Di sospiri e desideri
Della tua anima
E della mia che da lontano
ti cammina accanto.


domenica 22 aprile 2012

Non ci avrete mai

Sia la nostra forza
A scandire il ritmo
dei giorni
arcobaleno immortale
Stupore degli occhi
Ad ogni sua  apparizione.

domenica 15 aprile 2012

Senilità

Depressione senile, ti dici.
Può darsi.
L’anima cede muta
All’inesorabile scorrere del tempo
Alle malattie che stringono l’assedio
Alla memoria che comincia a tradire
Al corpo che arrugginisce e non rugge
Nonostante i richiami
Del desiderio,
Del cervello ancora
In allerta.
L’anima cede per prima
Inviluppata
Crisalide senza futuro
Nella spessa nube di ricordi e rimpianti
Sprofondando nel baratro muto
Che si apre fra te e il mondo
Si recide crudelmente
Lo scambio
Le spalle altrui
Scrollano di fastidio.
Il  groviglio di emozioni
È di inciampo
Alla rettilinea corsa degli altri.
Sei solo un vecchio
Anche in primavera.
A te non è dato rifiorire e tornare a vivere
Dall’invernale ferale letargo.

È l’anima che cede per prima.

mercoledì 11 aprile 2012

Via dalla pazza folla






Sì, sono a casa. Ho sempre odiato la Pasquetta. Odio i diminutivi, i vezzeggiativi. Preferisco le parole che sanno di roccia, di ferro, parole sostanziose che non sappiano di uova annacquate.
 La mia casa poggia direttamente sulla roccia, in cima a una collina sovrastante una piccola città. Quassù, indipendentemente dalla stagione o dalla festività, il rumore del mondo giunge attutito. Dal lato sinistro della mia casa si intravede giù in lontananza un nastro grigio: l’autostrada. La fila della macchine altro non è che una striscia muta e semovente, dai colori sbiaditi nell'aria mossa dal vento.
Cucio strisce di piccoli pon pon: una tendina nuova per la mia cucina. Tenue, esile diaframma fra me e il resto. Tra me e la Pasquetta.

giovedì 29 marzo 2012

Vedrai, vedrai/ vedrai che cambierà...




Una donna ogni due giorni viene uccisa, malmenata, spregiata. Non ho mai scritto di questo argomento. Mi sono cullata nell’idea ingannevole che le cose potessero cambiare, anzi che fossero cambiate. La libertà riconosciuta in modo evidente agli individui non ha condotto a un mutamento antropologico reale nelle relazioni maschio femmina.
Mi sono illusa per tutti questi anni che le donne, più libere, più forti e sicure di sé, avessero imparato almeno a  difendersi. Nulla di tutto ciò è accaduto, ma non mi rassegno. Possibile che il maschio senta ancora prepotente l’impulso omicida? Non sarebbe più facile dire semplicemente addio? Evidentemente no.
Le donne qualcosa hanno imparato, gli uomini non hanno ancora appreso l’arte della libertà. Hanno appreso invece  il timore della libertà, quella delle donne di rifiutarli quando l’amore declina o quando la loro storica capacità di sopportazione giunge al limite estremo: ti lascio.
Una società (maschilista) malata di eccessivo accudimento, questo siamo. Penso ai bambini colmati di mille inutili attenzioni, ossessivamente deportati a corsi di ogni genere (l’inglese da una madrelingua, il calcio da un allenatore riconosciuto, il tennis per i più fighetti, il ballo per le bambine, anche per quelle deliziose pagnottelle che non si sollevano sulle punte manco col paranco), con i genitori, più spesso le mamme, ridotti a tassinari. Nemmeno un istante libero da compiti, da adempimenti irrinunciabili, da vincoli sociali.
 “Ci vanno tutti”.
Lo sport fa bene, l’inglese è ineludibile, la danza o la chitarra o il piano e similari guadagnano adepti riluttanti e stufi. Poveri bambini. Senza nemmeno il tempo di annoiarsi, senza  un minuto per elaborare in solitudine il senso delle proprie o altrui azioni. Per imparare che anche la noia o l’inattività sono momenti vitali per la crescita.
Ne risentono di più i maschi. Ne sono convinta. E quando viene tolto loro il giocattolo affondano il colpo.
Mi si obbietterà che non tutti gli uomini sono violenti e femminicidi. Ma io continuo a vedere la coppia maschio femmina per mano, ma rivolti in direzioni diverse. Ci sono alcuni che si lasciano trattenere, anche se con una certa riluttanza, ma i molti lasciano la mano della compagna verso l’evoluzione e camminano in direzione contraria: la donna marcia faticosamente, e talvolta nonostante alcune donne, verso un orizzonte nuovo per entrambi, l’uomo verso la caverna dei primordi  da cui non s’è mai allontanato del  tutto.

giovedì 15 marzo 2012

Frontiera






Non vieni a visitarmi di notte
Quando le ombre dense ammantano
Pietose
L’incrociarsi quotidiano dei brandi.
Non vieni a visitarmi di notte
Quando gli occhi chiusi nel sonno
inseguono nuvole abbarbicate
ai tappeti volanti 
mossi in alto
dagli esiti delle battaglie.
Arrivi  alle prime ore del giorno
E feroce contendi alla luce
I miei passi.