domenica 6 maggio 2012

Prima che il gallo canti.


Ho capito, ho capito, zitti! Ehi, che chiasso che fate!
Sarebbe carino che i miei follower mi tempestassero di richieste e dessero da mangiare ai pesci dell’acquario, facendo salire il contatore delle visite. Ma così non accade. Nel mare magnum dei blogger, Otium sa di stantio, di muffa. Un po’ come si sente la sventurata stenditrice (orribile al femminile!) di queste note. In una parola: noia, in due: noia mortale, effetto dell’accumulo delle molte primavere (per non parlare degli autunni, degli inverni e delle estati), ma anche della stagione umidiccia e instabile che tutti stiamo vivendo. Dell’inclemenza del cielo.  Piove, allora si fanno i bigné. Piove, allora Francesca (mia giovane amica fa “inutili grissini”). Piove, allora Nicoletta (affermata psicologa, sforna torte salate e non, scalando le vette degli apprezzamenti entusiastici di suo marito. Mi rallegra altresì la previsione (a posteriori) che Alessandra, sull'isola brillante di vetri colorati, impasterà tra qualche giorno, grissini e, perché no?, biscotti a dispetto della pioggia.
Nell’alacrità delle cucine, forse,  molte donne ritrovano il senso (o la necessità) della vita, almeno in certi grigi momenti.
“Quante cose laboriose le manine sanno far, san lavare, cucinare, san cucire, san stirare…”
Me, mi ha rovinato l’asilo. Non so le altre.
Cosa fanno gli uomini nei tempi inerti delle domeniche piovose? Facile a dirsi: giocano. E salvano la loro anima fanciullesca, scatenando l’invidia di chi, come me, forse fanciulla non lo è mai stata. Non so se sia qualcosa di cui rammaricarmi.
Rincorrendo il tempo che fugge, prima che il gallo canti, cioè che finisca la stagione ( no, no la mia, ché io spero nonostante tutto di avere ancora del tempo, se non altro per bofonchiare) degli asparagi, propongo un piatto di riciclo (quasi vegano, se si fa eccezione di burro e formaggio: il che potrebbe far felici Alfredo e Maddalena).
Il piatto trae la sua origine da un mazzetto di asparagi, che rischia di perdere turgore (in questo potrebbe assomigliarmi…) in frigorifero e da un piatto di riso bollito candido nel suo abbandono del giorno avanti.
Le quantità? Non mi fate domande difficili, regolatevi  a gusto e a occhio, ché la bellezza e l’armonia sono misure infallibili. Il bello della cucina è che ciascuno/a può introdurre variazioni estemporanee, assistiti dalla casualità e dall’ispirazione.

Sformato di riso e asparagi (versione povera)
Per 4 persone
300 gr. di riso (sapete già la mia predilezione per l’arborio)
2 uova
100 gr. di parmigiano
1 mozzarella o avanzi di formaggi vari (facoltativi)
Burro
Sale e pepe q.b.
Prezzemolo e maggiorana tritati
Pan grattato
Un mazzetto o due di asparagi (adesso è il momento degli asparagi pugliesi: hanno invaso il mercato e costano relativamente poco)
1 spicchio d’aglio
Procedimento
Pulite gli asparagi, avendo cura di eliminare la parte fibrosa del gambo, e di pelare con l’attrezzino apposito la parte edibile della base. Legate il mazzetto e ponetelo in piedi in una pentola alta e abbastanza stretta (trattasi di asparagiera/asparagera, ma se ne può fare tranquillamente a meno). Se non avete riso avanzato, fatelo bollire nell’acqua in cui avete cotto gli asparagi, dopo averli debitamente estratti.
In una padella fate fondere una noce di burro con lo spicchio d’aglio e ripassate gli asparagi, a fiamma bassa. Tenere da parte le cime con un paio di cm di gambo, il resto tagliatelo a pezzetti minuscoli.
Cuocere il riso nell’acqua degli asparagi, oppure gettarvi il riso di riciclo per qualche minuto per insaporire.
Scolare, metterlo in una ciotola con i pezzetti dei gambi, le uova, il formaggio. Aggiustate di sale e pepe e non dimenticate il trito delle erbe aromatiche. Eliminato lo spicchio dell’aglio? Bene.
Imburrate uno stampo, spolverare fondo e pareti con pan grattato. Disporre uno strato di riso condito e aggiungete dadini di mozzarella o caprino o robiola o stracchino o croste di formaggi vari, aggiungere qualche asparago e ricoprire col riso avanzato. Decorare con gli asparagi rimasti, fiocchetti di burro e pane grattugiato.
In forno a gratinare per 15’ a 200°
La foto è quella che precede la cottura in forno. In realtà la gratinatura conferirà allo sformato una bella superficie dorata. E nelle pause...leggo!

mercoledì 2 maggio 2012

Cuoca triste dopo una partenza


Cosa sceglieranno oggi le mie mani?
Forse una mela con le gote rosse
Uno spicchio d’arancia
Una fragola sfacciata
Che gongola
E si pavoneggia nel cestino
Insieme alle sue sorelle.
Cosa toccheranno oggi le mie mani?
Chicchi setosi di riso
Asparagi svettanti
Lattuga rorida
Di rugiada mattutina
Pomodori succosi
Dalla pelle tesa sulla polpa invitante.
Cosa impasteranno oggi le mie mani?
Farina, uova, zucchero
Bucce caramellate di agrumi aciduli
Gocce di vaniglia di Papantla.
Per chi prepareranno oggi le mie mani?
La cucina si è fatta silente
Orfana di risate argentine
Di aspre contese
Di sospiri e desideri
Della tua anima
E della mia che da lontano
ti cammina accanto.


domenica 22 aprile 2012

Non ci avrete mai

Sia la nostra forza
A scandire il ritmo
dei giorni
arcobaleno immortale
Stupore degli occhi
Ad ogni sua  apparizione.

domenica 15 aprile 2012

Senilità

Depressione senile, ti dici.
Può darsi.
L’anima cede muta
All’inesorabile scorrere del tempo
Alle malattie che stringono l’assedio
Alla memoria che comincia a tradire
Al corpo che arrugginisce e non rugge
Nonostante i richiami
Del desiderio,
Del cervello ancora
In allerta.
L’anima cede per prima
Inviluppata
Crisalide senza futuro
Nella spessa nube di ricordi e rimpianti
Sprofondando nel baratro muto
Che si apre fra te e il mondo
Si recide crudelmente
Lo scambio
Le spalle altrui
Scrollano di fastidio.
Il  groviglio di emozioni
È di inciampo
Alla rettilinea corsa degli altri.
Sei solo un vecchio
Anche in primavera.
A te non è dato rifiorire e tornare a vivere
Dall’invernale ferale letargo.

È l’anima che cede per prima.

mercoledì 11 aprile 2012

Via dalla pazza folla






Sì, sono a casa. Ho sempre odiato la Pasquetta. Odio i diminutivi, i vezzeggiativi. Preferisco le parole che sanno di roccia, di ferro, parole sostanziose che non sappiano di uova annacquate.
 La mia casa poggia direttamente sulla roccia, in cima a una collina sovrastante una piccola città. Quassù, indipendentemente dalla stagione o dalla festività, il rumore del mondo giunge attutito. Dal lato sinistro della mia casa si intravede giù in lontananza un nastro grigio: l’autostrada. La fila della macchine altro non è che una striscia muta e semovente, dai colori sbiaditi nell'aria mossa dal vento.
Cucio strisce di piccoli pon pon: una tendina nuova per la mia cucina. Tenue, esile diaframma fra me e il resto. Tra me e la Pasquetta.

giovedì 29 marzo 2012

Vedrai, vedrai/ vedrai che cambierà...




Una donna ogni due giorni viene uccisa, malmenata, spregiata. Non ho mai scritto di questo argomento. Mi sono cullata nell’idea ingannevole che le cose potessero cambiare, anzi che fossero cambiate. La libertà riconosciuta in modo evidente agli individui non ha condotto a un mutamento antropologico reale nelle relazioni maschio femmina.
Mi sono illusa per tutti questi anni che le donne, più libere, più forti e sicure di sé, avessero imparato almeno a  difendersi. Nulla di tutto ciò è accaduto, ma non mi rassegno. Possibile che il maschio senta ancora prepotente l’impulso omicida? Non sarebbe più facile dire semplicemente addio? Evidentemente no.
Le donne qualcosa hanno imparato, gli uomini non hanno ancora appreso l’arte della libertà. Hanno appreso invece  il timore della libertà, quella delle donne di rifiutarli quando l’amore declina o quando la loro storica capacità di sopportazione giunge al limite estremo: ti lascio.
Una società (maschilista) malata di eccessivo accudimento, questo siamo. Penso ai bambini colmati di mille inutili attenzioni, ossessivamente deportati a corsi di ogni genere (l’inglese da una madrelingua, il calcio da un allenatore riconosciuto, il tennis per i più fighetti, il ballo per le bambine, anche per quelle deliziose pagnottelle che non si sollevano sulle punte manco col paranco), con i genitori, più spesso le mamme, ridotti a tassinari. Nemmeno un istante libero da compiti, da adempimenti irrinunciabili, da vincoli sociali.
 “Ci vanno tutti”.
Lo sport fa bene, l’inglese è ineludibile, la danza o la chitarra o il piano e similari guadagnano adepti riluttanti e stufi. Poveri bambini. Senza nemmeno il tempo di annoiarsi, senza  un minuto per elaborare in solitudine il senso delle proprie o altrui azioni. Per imparare che anche la noia o l’inattività sono momenti vitali per la crescita.
Ne risentono di più i maschi. Ne sono convinta. E quando viene tolto loro il giocattolo affondano il colpo.
Mi si obbietterà che non tutti gli uomini sono violenti e femminicidi. Ma io continuo a vedere la coppia maschio femmina per mano, ma rivolti in direzioni diverse. Ci sono alcuni che si lasciano trattenere, anche se con una certa riluttanza, ma i molti lasciano la mano della compagna verso l’evoluzione e camminano in direzione contraria: la donna marcia faticosamente, e talvolta nonostante alcune donne, verso un orizzonte nuovo per entrambi, l’uomo verso la caverna dei primordi  da cui non s’è mai allontanato del  tutto.

giovedì 15 marzo 2012

Frontiera






Non vieni a visitarmi di notte
Quando le ombre dense ammantano
Pietose
L’incrociarsi quotidiano dei brandi.
Non vieni a visitarmi di notte
Quando gli occhi chiusi nel sonno
inseguono nuvole abbarbicate
ai tappeti volanti 
mossi in alto
dagli esiti delle battaglie.
Arrivi  alle prime ore del giorno
E feroce contendi alla luce
I miei passi.

domenica 11 marzo 2012

Le braccia


Prolungamento aereo del corpo
Ricordo di ali distese un tempo
Libere nel cielo
Prima della caduta.

Chiudono in un cerchio
Il fiato caldo degli amanti
Il pianto di un figlio
Il sorriso di un amico
Nei giorni scuri
penzolano
Sconsolate e plumbee
tradite dal peso delle spalle.
Oggi come ieri
rami solitari di alberi sdradicati
imbracciano un’arma
sulla soglia di una caverna
mai oltrepassata.

martedì 6 marzo 2012

Giallo contro l'invidia

“Lei, di che cosa si occupa?”
Stasera ho due ospiti. Una coppia stucchevole di fighetti. Lui, giovane avvocato rampante, lei, la sua compagna. Sembrano usciti freschi dalle pagine di Cosmopolitan o di Vogue. La patina lucida spennellata con dovizia sulle loro figure. Non so per quale accidente mio marito li abbia invitati. Sa che non amo certa gente e nemmeno lui, in verità. Glielo chiederò dopo, quando questa cena improvvisata sarà terminata.
Lui ha un rolex sfarzoso, lei è un culo freddo, alla Sigourney Weaver di ‘Una donna in carriera’
“Io cucino”
“Ah!”
In questa clausola dal ritmo sonoro discendente lo sprezzo di un giudizio sociale, culturale e poi umano. Giusto per mantenere nel ritmo la discesa dall’alto al basso, dall’ottimo al pessimo, dalla luce alle tenebre.
 “La signora cucina, cara”
 Il mio amabile interlocutore si rivolge alla sua accompagnatrice con un sorriso di malcelato compatimento. Sembra evidente che le stia dicendo “Fa’ la faccia seria, non ridere. Sorridi di circostanza. Una casalinga, che pretendi!”.
Seduti alla mia tavola, ospiti inattesi e tollerati per amore di pace coniugale.
 “Vi sono piaciute le zucchine gialle?”
La mia domanda li coglie di sorpresa. La sparo con sublime indifferenza, un q.b. di malizia. D’altra parte di cosa potrebbe parlare una casalinga se non di ortaggi? Gli occhi del trombone che ho di fronte si fanno stretti, porcini. Mi accorgo che si mette in guardia, teme che mi prenda gioco di lui. Intanto prendo i loro piatti che hanno doverosamente spazzolato. Hanno mugolato di piacere mentre ingoiavano estasiati piccoli bocconi, in punta di forchetta. Lui ha tentato una scarpetta, poi si è trattenuto. Culofreddo lo ha guardato con riprovazione. A me piace pensare, a giudicare da una smorfia del damerino, che lei gli abbia mollato un calcio sotto il tavolo.
“Eccole qui” e mostro, tornando dalla cucina, due splendenti  zucchine di colore giallo intenso, appoggiate su di un vassoio rosa fucsia.
“Sono queste che avete mangiato con la valeriana. Sì, l’insalatina!”
“Ma perché le fanno gialle?” Dice lui che tra i due è quello che sostiene , si fa per dire, la conversazione.
Sorrido io, questa volta, di sincero compatimento. La boria e l’ignoranza camminano a braccetto.
A fine cena, li ho accompagnati gentilmente alla porta per richiuderla definitivamente alle loro spalle. Non accetterò più che varchino la soglia della mia casa. Non hanno superato la prova. Non conoscono le zucchine gialle. Ma soprattutto pensano che le zucchine gialle siano state colorate, come le ortensie.
Eccole qui.
Come cucinarle? Come le loro sorelle verdi: in insalata, come ingrediente di risotti, di sformati, di farcie, come frittelle, o semplicemente saltate in padella con aglio (o cipolla), olio e prezzemolo.
Io, per valorizzare il loro sfavillante colore, le consumo crude, in aggiunta alle insalatine di primavera o da sole per ravvivare un piatto dai colori spenti. O per stupire un’ottuso commensale.
Insalata di zucchine gialle
Calcolate una zucchina e mezza  a persona, tagliatele a julienne lunghe circa sei/sette cm. Conditele in una ciotola di vetro con olio evo, limone, sale e pepe, ma solo pochi minuti prima di servirle, per evitare che macerino troppo. Scolatele dal liquido e servitele in vaschette monoporzione, cosparse di pinoli tostati leggermente, senza grassi aggiunti in un padellino antiaderente.
Alla prossima
.

giovedì 2 febbraio 2012

Ovvietà

La neve cade tacita
E impalpabile.
Non fa rumore la neve
Sorprende come l’assenza
Improvvisa, e meraviglia.

Per colpire e infrangere
lo scudo malinconico
Del cielo ovattato
I bambini fanno palle
Scagliate sui compagni
Dapprima con gesto divertito
Poi
Con voglia di offendere
Di colpire e riderne.

Il bianco lenzuolo copre
Effimero
Orme di passi quotidiani
Sospende menzognero
Il fatale andare
Del tempo
Si sciolgono le sue
Fragili teche di cristallo
E la cartolina del mondo
Riappare
Nella sua variopinta
Irta
esistenza.

lunedì 30 gennaio 2012

Uno e trino (in Aeroporto a Francoforte)




Storia vecchia, si sa. I maschi giocano dai sei mesi ai centonovant' anni.. Il primo trastullo è il pistolino, per cui ogni aggeggio che capita loro tra le mani ne diventa il surrogato, un surplus di potenza e godimento. Poi venne l’epoca del fucile e il ludico maschietto lo usò come il prolungamento del proprio organo. Sparava proiettili, centrava  bersagli. Al culmine della propria esaltazione, come dice la Franca nazionale, dall’alto del proprio prepuzio prese a costruire campanili e grattacieli, seppure in epoche diverse tra loro.
Un giocattolo per volta sembrava sufficiente a colmare la distanza tra il birillo esistenziale e l’universo. Con l’avvento della modernità il giocattolo unico non bastò più, sicché si fece uno e trino: fu così che nell’aereoporto di Francoforte mi é capitato di vedere una creatura di genere maschile armeggiare simultaneamente con lap top, cellulare e iPad. Mi si svelò così il mistero della trinità che tanto mi aveva angustiato nelle lezioni di catechismo. Non mi chiedete l’identificazione del singolo aggeggio nelle divine persone, sarebbe sacrilego e non vorrei urtare la sensibilità di qualcuno. I misteri della fede sono tali per definizione. Io mi sono sentita annientata col mio povero e-book reader nuovo di zecca.  Ho spento il mio reader e ho aperto un vecchio libro, per non incorrere nel rischio di sembrare in competizione con la trimurti tecnologica dell’homo ludens. O con la sua potenza tutta virtuale, ma così ben ripatita.

domenica 22 gennaio 2012

Noia

Sento il mio corpo pulsare
Di calore compresso
Leone in gabbia
che sogna ruggiti
e passeggia folle
da una sbarra all’altra
spalancando le fauci
ormai silenti.
 

Sono le orecchie a cogliere
Il fischio
Della noia.

sabato 14 gennaio 2012

Con la complicità di Vincenza ( ... terzo tempo della vendetta)


Avevo promesso di vendicarmi di Neruda (nel penultimo post), ma credo che, avendo osato tradurre  l’Ode al carciofo del poeta cileno che io adoro, l’impegno sia stato onorato. Pertanto compio il terzo tempo, quello che mi appartiene con maggiore credibilità: fornire la mia ricetta per i carciofi. Anzi, mia non è. Sicuramente la partenza è quella dei carciofi alla romana, ma della variante che li rende ancora più gustosi, ammesso che sia possibile, sono debitrice a Vincenza, coprotagonista del mio romanzo familiare (Così è la vita, amore mio), che in quanto a grinta guerriera nulla aveva da invidiare al carciofo. In quanto a tenero cuore non c’è storia. Cuore di mamma vince facile.
Ho in orrore le sbrodolate…mi riprendo immantinente.
Dunque avevamo lasciato i nostri carciofi, nettati e acconciati in acqua. Ripeschiamoli uno ad uno. Con l’aiuto di un coltellino appuntito pareggiamo la base in modo che stiano dritti. Scaviamo con cautela nel cuore per estrarne l’eventuale barbetta. Tritiamo uno spicchio d’aglio, una manciata di prezzemolo, una bella cucchiaiata di capperi dissalati. Mescolare tutto con un cucchiaio scarso di pan grattato per carciofo, sale e pepe q.b.
Riempire il “pozzetto” centrale e farcire, se si riesce, le brattee esterne, aprendole delicatamente. Dopodiché deporre i guerrieri in tal modo agghindati in una pentola bassa (doppio fondo o antiaderente), puntellandoli con i segmenti di gambo in modo da non lasciare spazi vuoti, aggiungendo olio evo, vino bianco (preferibilmente Malvasia bianca del Salento oppure un Orvieto classico) e acqua in parti uguali fino a raggiungere l’orlo dei carciofi (due a persona). A fuoco lento fino a che i rebbi della forchetta attraversino senza fatica la base del carciofo. Aggiustare di sale. A cottura ultimata, aggiungere fettine di mozzarella sulla capocchia di ciascun carciofo e spengere il fuoco, lasciando la pentola coperta per tre o quattro minuti affinché il formaggio si ammorbidisca col calore.
Servire caldi con lo stesso vino usato per la cottura.
La vendetta si è consumata in tre tempi:
la traduzione dell'Ode al carciofo di P. Neruda;
la tecnica per abbordare il carciofo (riabilitando Maria la cuoca dell'ode;
la mia ricetta.
Ecco, è tutto. Con buona pace del poeta.

giovedì 12 gennaio 2012

Ghost hunter



Lui

Il gatto arriva quasi ogni giorno. Avanza con incedere aristocratico a passetti cadenzati. Solleciti. Si arresta proprio sul ciglio del cornicione e si accoccola con sussiego nel solco della giuntura dei coppi. Immobile guarda nel vuoto. Il cielo è liquido nella luce tenue del crepuscolo. Sembra voglia trattenere gli ultimi bagliori del giorno che va via. Le sue ultime gocce di luce. Gli uccelli sono ritornati tutti nei loro nidi. Forse un nido di rondine potrebbe essere proprio sotto uno di quei coppi. Paolo si sporge dalla ringhiera, aspira voluttuosamente il fumo e poi lo butta fuori in piccole pausate volute. L’immagine del gatto si fa confusa, offuscata dal fumo della sigaretta che sale fino ai suoi occhi. Il gatto rimane immobile, ieratico. Non c’è pericolo per le per le rondini, sarebbero comunque riuscite a volare via prima che il persiano bianco potesse, con spregio tutto felino del pericolo, sporgersi per scovare la preda. Il gatto sembra guardare un punto indeterminato. Paolo immagina la luce sottile delle sue pupille quasi serrate, dalla sua postazione può vedere il gatto non il bagliore dei suoi occhi.
Quando il persiano occupa il suo cono visivo, Paolo pensa a Oscar. Ha letto di lui qualche tempo fa su un giornale nazionale, il giornale che sua moglie gli fa trovare sul tavolino accanto al bicchiere già pieno della sua bibita preferita. Accade a Steere House, ospedale di Providence negli Stati Uniti. Oscar è un gatto che si posiziona ai piedi del letto dei malati di una famosa clinica statunitense quando la morte del malato è imminente. Non ha mai sbagliato. Oscar è bianco e nero, un comune soriano. Ha un bel mantello soffice Oscar, le sue zampette sono candide e vellutate. Eppure il placido gattone crea inquietudine tra i pazienti nella casa di cura: già perché l'animale, è ormai convinzione degli osservatori, riesce a presentire la morte dei malati.
Paolo si allontana dalla ringhiera. La sigaretta si è esaurita. “Non gettare giù il mozzicone!” L’imperioso ritornello risuona nelle sue orecchie. Schiaccia la cicca nel posacenere, che ha poggiato per terra con eccessiva insistenza, infastidito, inquieto. Anche il portacenere non manca mai sull’altarino dell’amore coniugale: sua moglie vive solo per lui. Senza la boccata d’aria e di fumo sul balcone non potrebbe accettare il ritorno a casa. Si gira verso la ringhiera in direzione della terrazza di fronte: il persiano è sparito, andato. Buonanotte. Paolo rientra, va al tavolino e si versa di nuovo dallo shaker un altro Margot. La sua inquietudine si stempera nell’alcool che gli brucia la gola, facendo piazza pulita dei suoi trasalimenti. È pronto per un’altra ottusa serata familiare.



Lei

Sì, io sono sua moglie. “Dovresti essere felice “, ha detto mia madre il giorno del mio matrimonio. “Di bello è bello, ha una posizione. Moglie di un notaio, ti pare poco?” Vai a fare la signora, figlia mia”. Sì, mi piaceva, io ho deciso, io l’ho sposato. E ora sono qui ancora dopo dieci anni a chiedermi perché, perché non ho il coraggio di lasciarlo. Mia madre, le mie amiche, il paese. Ecco, è tornato dal lavoro come al solito con la faccia truce, come a dire non rompermi le scatole anche tu. Entrando, incrocia sulla porta la donna delle pulizie. La scansa manco avesse visto uno scarafaggio. “Vado, signora, a domani”, lei mi guarda condiscendente e leggo il suo pensiero un tantino irriverente“Questo campione è tutto tuo”. Lei mi ha sorpreso con gli occhi rossi, qualche volta, e ha capito. La mattina è lei che rifà i letti delle due camere, che mette a posto. Le donne non hanno bisogno di parole.
Tutte le sere apparecchio per lui il “suo” tavolino. Drink, giornale e posacenere. Sì, lui pensa che voglia coccolarlo, ma sono anni che aspetto che l’alcol gli vada di traverso, che si riempia i polmoni del catrame di quella sua sigaretta venefica. Ma fuori, a fumare fuori! Una soddisfazione da niente. Lo vedo fumare in balcone e penso agli abbracci che non mi ha dato, ai baci che non ho avuto, ai figli che non ho partorito. “Ti ho sposato solo perché si smetta di sparlare in paese di me. Non mi piacciono le donne. Non piangere, troveremo un accordo, un equilibrio”.
“Hai visto quel persiano bianco sul terrazzo di fronte?” mi ha detto una sera. “Sembra che arrivi proprio quando ci sono io”. La cosa strana è che sembra capire quando sto per tornare dentro e se ne va”. Sai quanto me ne importa del tuo gatto, ho pensato mentre portavo ancora del ghiaccio per il suo MARGOT, martini bianco, triple sec, succo d’arancia e fragola . Peccato che la terrazza sia troppo lontana per un salto. Dai, gatto, saltagli addosso, strappagli gli occhi. Prendigli l’anima. Sono completamente fuori di me. Sarà meglio che beva anch’io un po’ del suo Margot.



Il gatto

Che cosa stupida pensare che gli gatti non capiscano quello che succede. Gli esseri umani sono presuntuosi. Limitati. Quando parlo con Oscar, mio cugino americano, ce lo diciamo sempre. Loro, gli umani, pensano che noi gatti guardiamo nel vuoto e vediamo i fantasmi, che siamo dei ghost hunter. Per noi è naturale parlarci, anche se siamo agli antipodi di questa terra. Oscar, da qualche tempo, si è assunto il compito di fare compagnia a quelli che muoiono, nell’indifferenza di tutti, nella casa di cura dove lui abita, a Providence, Stati Uniti. I suoi amici hanno il morbo di Alzhaimer e nessuno bada loro, nessuno capisce i loro sguardi persi nel vuoto e il loro farneticare. Allora lui, quando arriva il momento del trapasso, si mette ai piedi del letto per accompagnarli, per dire loro “Non abbiate paura, non fa male”. Una sorta di terapia per scacciare la paura del buio che sta per ingoiarli.
Io scendo su questo cornicione e ho preso in carica i due che abitano proprio qui di fronte. Mi avvicino quanto più possibile e mi fermo sul limitare dell’abisso. Cosa faccio? Niente. Come Oscar aspetto. Li vedo passare l’uno accanto all’altro senza mai sfiorarsi. Sarà che a noi gatti ci piace tanto strusciarci. Be’, non son qui per parlare della mia felina goduria. Tra poco farà scuro, e allora li vedo anche meglio  al di là dei vetri chiusi. Vorrei accompagnarli nell’oltrepassare la soglia che li trattiene entrambi al di qua della felicità. Vorrei dire loro “Coraggio, non fa male, andate, ognuno per la propria strada". Per noi gatti la libertà è più goduriosa perfino dello strusciarsi. Ma questi non capiscono. Sono davvero limitati gli esseri umani.

martedì 10 gennaio 2012

Vendicarmi di Pablo Neruda (in tre tempi)





Il carciofo dal cuore tenero

si vestì da guerriero

impettito, eresse

una piccola cupola,

si mantenne

all’asciutto

sotto

le sue squame

attorno a lui

le verdure impazzite

si incresparono

divennero

viticci, infiorescenze,

bulbi commoventi,

dentro le zolle

dormì la carota

dai baffi rossi

la vigna

inaridì i tralci

da cui sgorga il vino

la verza

si diede a provar gonne

l’origano

a profumare il mondo

e il dolce

carciofo

lì nell’orto,

vestito da guerriero,

brunito

come bomba a mano,

orgoglioso,

e un giorno

a ranghi serrati

in grandi canestri

di vimini, camminò

alla volta del mercato

a realizzare il suo sogno:

la milizia.

Nelle filiere

mai fu tanto marziale

come alla sagra

Gli uomini

fra le verdure

con i loro bianchi camici

erano

i generali

dei carciofi

le file ordinate

le voci di comando

e la detonazione

di una cassa che cade

ed ecco

allora

arriva

Maria

con il suo cestino

sceglie

un carciofo

lei non ha paura

lo esamina, lo osserva

controluce come fosse un uovo,

lo compra

lo infila a casaccio

nella sua sporta

tra un paio di scarpe,

un cavolo e una

bottiglia

di aceto

finché

entrando in cucina

lo annega nella pentola.

Così termina

in pace

la carriera

del vegetale armato

che ha nome di carciofo

poi

scaglia a scaglia

spogliamo

la delizia

e mangiamo

la pacifica polpa

del suo verde cuore.   (Pablo Neruda)








“Questa qui dà i numeri” lo penserei anch’io, se non fosse che le mie letture (mi devo consolare ogni tanto dell' insipienza della mia scrittura) non mi avessero pilotato verso don Pablo. Leggo e rileggo la sua memorabile “Ode al carciofo”. Rimango a bocca aperta davanti al carciofo che emerge maestosamente sotto i miei occhi, impavido tenero guerriero. Una metalessi da fare paura. Quello che non riesco a digerire (ché di alimentazione si tratta) è la povera Maria, una cuoca pasticciona (butta con noncuranza il carciofo nella sua sporta tra scarpe, cavolo e una bottiglia di aceto), che arrivata a casa annega senza un biff lo scaglioso legume (passatemi il francesismo) in acqua bollente. Così com’è, cotto e mangiato, direbbe una nota signora degli schermi culinari.

Questo, no! Non posso sopportarlo. La poesia è pericolosa, le sue metafore mirano all’assoluto, agli archetipi che, una volta escogitati (devo ammettere divinamente dai poeti, quelli veri), ti si appiccicano addosso come la pece e… addio. Mi chiamo Maria, è noto, ma non vorrei rimanere imbrigliata nel prototipo della Maria dell’ode, con la quale condivido soltanto il gesto sicuro nella scelta del soldatino corazzato di viola e di verde.




Mi tocca quindi il bieco compito di distrarvi dalle affabulazioni estetiche di don Pablo e riportarvi nella prosaicità dei precetti asseverativi di una cuoca che aborre l’abborracciamento (notare l’allitterazione, nonché lo pseudo poliptoto) sulla preparazione del nobile ortaggio.

 Il carciofo, capolino del Cynara Scolymus, va acquistato solo se:

 Le sue brattee sono serrate, chiuse, e non lasciano intravedere il cuore che emerge

 Il gambo ha la lunghezza di circa 15 cm ed è turgido

 Le vostre dita, premendo la pancia del carciofo, avvertono resistenza (sennò che corazza è?) e non vuoto.




Quindi, una volta sul vostro piano di lavoro, cominciate a mondare il carciofo dalle brattee, (le poetiche squame) visibilmente più legnose. Proseguite senza usare il coltello che falcia senza pietà, insieme alle parti dure, anche le tenere (non si spreca come ho visto fare in Piazza Erbe a Verona dalla vecchina che mondava carciofi per la grassa borghesia cittadina, e come vedo fare, inorridisco, in cucine televisive). Il consiglio è quello di usare le mani, piegando le brattee una ad una: si spezzeranno nel punto in cui la ferrea durezza cederà a una consistenza più cedevole e dal colore che tende al giallino. Il carciofo si espugna assediandolo tutt’intorno. Una vera fortezza. Arrivati in cima, allora sì che potete segarne ciò che rimane e pareggiare.

Solo a questo punto affrontate il gambo che, a seconda delle preparazioni, richiederà un taglio diverso:

 Netto alla base

 Oppure lasciando due o tre centimetri.




I gambi non si buttano via: si possono pelare con facilità dato che il fusto è carnoso e striato longitudinalmente. Fate come fareste con un gambo di sedano, con un pizzico di decisione in più, per toglierne i filamenti. I gambi si cuociono insieme ai cuori. Sono la parte più dolce. Dimenticatevi di utilizzare i gambi, se i carciofi non sono freschi.

Tuffate i carciofi in una ciotola colma di acqua in cui avrete stemperato un paio di cucchiai di farina (se non volete che anneriscano, perché il carciofo non dimentica la sua natura guerriera e continua e sputare bile ferrosa. Il succo di limone, ottimo condimento a cottura ultimata, potrebbe intaccarne il sapore originario).

(continua…)