sabato 9 febbraio 2013

Ciccibùm



Ciccibùm.
Fu la prima cosa che mi venne in mente appena lo vidi.  
Due riccioli come virgole impertinenti sulle orecchie ne fecero immediatamente la mascotte del reparto. 
Nacque alle quattro e venti di mattina il mio Ciccibùm. Sì, perché, al di là del serafico aspetto del viso, era un maschio. Si dové portare anche lui la sua croce nel primo anno di vita: essere scambiato per una femmina, ma poco male, ancora non se ne accorgeva. Le cose nel reparto maternità nei sette anni della mia assenza erano cambiate. Le ostetriche più carine e gentili. Mi dissero che era morta la “maestra”, un donnino segaligno quasi invisibile, ma tutta di un ferreo pezzo: si sussurrava che vietasse alle ostetriche anche di sorridere.


Ciccibùm fece tutto da solo, mise fuori la sua testa dall’origine della vita e sembrò dire "presto", "rapidi”. La velocità fu tale che la ginecologa, un fior fiore di medico dicevano, dimenticò nella mia vagina un bel tampone. Ma Ciccibùm metteva fretta a tutti, e la fretta “l'onestade ad ogn'atto dismaga” tuona con perentoria gravità il poeta. Fatto sta che l’ostetrica mi chiese gentilmente il permesso di dare un’altra sbirciatina, quando la dottoressa illustre se ne andò gettandomi uno sguardo sussiegoso. Fui così salvata dalla setticemia e Ciccibùm ebbe la sua mamma a completa disposizione.


A sette mesi scalò il box e si scaraventò giù. Fu preso al volo dalla provvida sorella


A nove mesi correva come un pazzo nel corridoio, scansando con millimetrica precisione il termosifone.


A un anno o poco più costringeva gli astanti a esercizi di esegesi filologica: cobanna (dicesi acqua panna) quando aveva sete; abaciàc (quando voleva giocare con l’acqua o farsi il bagno. Ma la prima parola era stata “cane” e la prima frase era stata cantata in dialetto canosino: era l’ingiunzione della nonna che ripeteva “statt’ddù” (stai qui).


Ciccibùm collezionò in tempi brevi, la velocità è il suo forte, una lunga e ininterrotta serie di incidenti: nel pronto soccorso i medici ormai ci riconoscevano. Tra una mano ustionata e steccata,  ustione gastroesofagea col Niagara (scongiurata), un polso fratturato, due denti incisivi offerti  per due volte (e due volte miracolosamente rinati) in sacrificio alla dea della velocità sul rirrio (triciclo) e altre sciagure che mi fecero  invecchiare di vent’anni e rischiare ogni volta una denuncia per abbandono e incuria di minore.


Ciccibùm fu sull’orlo della mutezza (o mutismo, non saprei) quando si tranciò di netto la lingua. Gli rimase attaccata per un lembo. Gliela ricacciai in bocca, intimandogli di stare zitto e lo portai correndo in ospedale. Solo dopo mi resi conto che avrebbe potuto ingoiarla. Fu ricucita. Adesso, quando mi capita di ripensarci, le viscere mi si attorcigliano e vedo l’onda del sangue. Solo Kubrick mi può capire.

Due giorni dopo chiacchierava con la sua solita scioltezza, incantando le infermiere. Aveva tre anni. Vi risparmio gli incidenti degli anni che seguirono.


A sette anni parlava a velocità supersonica: la maestra ci perdeva la testa, e mi toccava fare da interprete.


A quindici anni disse che lui non sarebbe tornato a scuola: voleva lavorare.

A scuola ci tornò. Strappò, non sappiamo ancora come, un diploma da ragioniere con ottimi voti. Io solevo dire che lui galleggiava (come uno stronzo). Sì, lo so che la mamma di un figlio non dovrebbe dire ciò, ma è la pura verità. Gli insegnanti lo adoravano e lui se li giocava come un prestigiatore. Io vedevo i suoi libri giacere intonsi e negletti sulla scrivania della sua camera. Ogni tanto li spolveravo per consolarli dell’abbandono.


A diciannove anni mi telefonò dopo un colloquio di lavoro presso una banca, dicendomi che avrei dovuto insegnargli a fare il nodo alla cravatta.


Adesso è un serioso funzionario di banca.

Sono l’unica delle mie sorelle ad avere prematuramente capelli bianchi. Non chiedetemi perché.

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