mercoledì 31 agosto 2011

Attesa




Crisalide cieca
Mi ammanto di solitudine.
La vita bussa gioiosa
Lacerando il mio involucro
Di agraulis suspensa.
Distendo le ali
Elegantemente effimera
biancamarronearancio
nel profumo della vaniglia.   




martedì 5 luglio 2011

Per A. ( amica caduta, ma non da cavallo e presto risanata!) 22 Giugno 2006

                                                    
Ti sia lieve
quest’ozio inatteso,
fiera rivolta
contro il tempo tiranno
che ci invola
a noi stessi
e agli altri.
Magnanimo
a volte
lascia intravedere
un lampo fugace
di azzurra complicità
nei tuoi occhi:
ed è nostalgia.
                     


domenica 3 luglio 2011

Collezioni



Odio le collezioni
Necrofile raccolte
Che catalogano
Delicate e implacabili
Con precisione di imbalsamatore
Animali
Francobolli
Ninnoli

Non amo la contemplazione
Di fragili ali trafitte da spilli
Di perfette dentellature cartacee
Di diafane porcellane smaltate.
 

Colleziono frammenti 
di memorie
Nutro la nostalgia
di volti effimeri e reali
Sfiorati per strada
Abbracci mancati
Voci inascoltate
Sorrisi e lacrime
Buttati via.

Lampi di vita
Appena intravisti
E già svaniti.

martedì 28 giugno 2011

Trionfo mediterraneo o Ghemistà

Sono sicura che la scrittrice non è mancata a nessuno. Mi piace nutrire l'illusione invece che la cuoca abbia provocato in qualche affezionato sostenitore un vago sentimento di golosa nostalgia. E, allora, eccomi qui. 
Che cosa sto per proporre? 
Un piatto che sia “fresco” e adatto al caldo estivo, 
che sia mediterraneo, 
che sia unico ed equilibrato, 
che si possa mangiare caldo o tiepido, 
che si possa conservare per il giorno dopo acquistandone in sapore, 
che abbia almeno cinque ingredienti capaci di stuzzicare i sensi, tutti e cinque. 
La vista sarà la prima ad essere coinvolta. Fatevi guidare dai sfavillare dei rossi, dei gialli, dai verdi, dei bianchi delle verdure.
 Il tatto lo userete per scegliere i pomodori e i peperoni che avete avvistato nelle ceste in bella esposizione. Nel supermercato si può scegliere con le mani (guantate!). Le loro carni sode, prive di segnali di stanchezza (rughe, bozze, ammaccature) o di stagionamento eccessivo nei magazzini palpiteranno nelle vostre mani. Pomodori rotondi e grandi e peperoni non eccessivamente alti, piuttosto regolari alla base. 
L’odorato sarà trascinato dagli effluvi di basilico, finocchietto, aglio, cipolla, menta, prezzemolo quando ne preparerete il trito. 
Il gusto titillerà le papille gustative vostre e di coloro che accetteranno di condividere l’esperienza mangereccia. 
E l’udito vi delizierà con gli uhmmm, ahhhh, slurp, estasiati dei convitati.

Allora, sto parlando di

Pomodori e Peperoni ripieni di Riso (alla greca)

Per 4 persone: 
quattro pomodori 
quattro peperoni 
10/12 cucchiai di riso (Carnaroli, Arborio e simili, non parboiled, non giallo, non basmati. Un buon riso italiano, insomma.) 
1 spicchio d’aglio (possibilmente fresco) 
3 cipolle novelle o cipollotti
 Mazzetto di erbe aromatiche (in proporzioni variabili e sostituibili, a seconda del gusto. Ma il finocchietto selvatico è di rigore) 
Un pezzo di feta greca (facoltativo)
Patate e (o zucchine a fette spesse per riempire i vuoti!)
Olio, naturalmente evo 
Sale qb.
Preparazione 
Tagliate le calottine superiori di pomodori e peperoni e mettetele da parte.

Svuotate i pomodori di polpa, semi e filamenti e raccogliete il tutto in una terrina. Non buttate nulla dell’interno dei pomodori, ma frullatelo e tenete da parte. Eliminate i semi e i filamenti dai peperoni, facendo piano a non romperli.

Ponete le “scodelline”ottenute in una teglia, una vicino all’altra. Nel caso le irregolarità delle forme non consentissero di farle rimanere dritte, usate pezzi di patata o zucchina per riempire i vuoti.

Condite la polpa di pomodoro, frullata e raccolta nella terrina, con i ritagli di peperone e pomodoro che avete ricavato dando una forma regolare alle “coppettine”. Sale, un filo d’olio, erbe spezzettate a piacere, l’aglio schiacciato, la cipolla sottile sottile. Aggiungete il riso, sì, a crudo e rimescolate perché assorba il condimento. Deve essere abbastanza liquido. Nel caso non lo fosse, aggiungete un mezzo bicchiere d’acqua. Il riso deve fluttuare…

Per i più golosi: si potrebbe aggiungere al ripieno un pezzo di feta sbriciolata.

Riempite i pomodori e i loro fratelli peperoni, non fino all’orlo. Tenete presente che il riso cuocendo raddoppierà di volume.Coprite pomodori e peperoni con le rispettive calottine. Cospargete abbondantemente di pan grattato, origano (escluso dal ripieno!) sale fino e olio.

Ricoprite la teglia con stagnola per i primi venti minuti. In forno a 220° .Poi levatela per far gratinare e finire di cuocere (40-45 minuti in tutto).

Saranno pronti quando il riso avrà assorbito tutto il liquido e sulle verdure si sarà formata una crosticina di paradiso.

Servire non bollenti, irrorati col fondo di cottura.

Chi si sacrifica? Il forno, con questo caldo….

martedì 21 giugno 2011

Tango

Non dirmi ti amo
Quando i miei capelli
saranno del colore della neve
striata di terra opaca
orfani di linfa e vigore.

Non dirmi ti amo
Quando la mia pelle
Sarà un reticolo screpolato
Zolle di terra riarsa
Di antico deserto.

Non dirmi ti amo
Quando sarò composta
Nella mia bara di pino grezzo
E poi cenere volatile
su un campo di girasole.


Non dirmi ti amo
Allora.
Dimmelo adesso
Ché siamo ancora in tempo.
Dimmelo adesso
che sono ancora viva
e tua.

domenica 19 giugno 2011

Sole Galeotto

Quando saluto qualcuno che parte
Gli stringo la mano o l’abbraccio.
Quando saluto te che parti
Dico l’ennesimo addio
A un pezzo vivo della mia carne.

E non vale stampare
Due baci sonori
Sulla tua morbida gota di bambina
Mentre sento la tua pelle
Che freme nell’ansia di andare
Verso altri lidi
Verso altri più pressanti affetti.

Il sole tramonta languido sul mio orizzonte
Si affaccia vivido sul tuo nuovo giorno.

Intersezione ottica sulla volta celeste
Il nostro incontro stellare.

E così tu prosegui nel tuo volo
Io nel mio stare dall’altra parte a guardare
Gli ultimi assonnati raggi
Di questo sole galeotto.


(e la foto è mia)

venerdì 27 maggio 2011

Risveglio

Svegliarsi un mattino
Il cielo gonfio d’afa
Percepire l’affanno
Delle creature
Che l’aria diffonde
A stento.
Una famiglia di passeri
Cinguetta
Petulante
Nella luce gialla
Alla ricerca
Di briciole
Che una tovaglia generosa
Scossa maleducatamente
Da un balcone
Ha elargito.

mercoledì 18 maggio 2011

A Caterina

Si protende
La mia mano
In una vana carezza.
Sfioro la spuma del mare
Che ci separa
Infinito,
Il suo andirivieni
cantante.

Al bisbiglio delle onde
Ai pesci pettegoli
Al vento impiccione
Al dio delle tempeste
Affido il mio messaggio
Perché giunga a te
Impavida vela
Di Ulisse il Marinaio.

(e la foto è mia)

domenica 8 maggio 2011

Eredità materna


Non mi hai lasciato
L’azzurro degli occhi
Né l’incedere elegante,
nel  tailleur di seta blu.
Nemmeno la tua fede
Che infilava collane
Di amen e così sia

Ricevo dalle tue mani
L’umile forza
Dello strizzare panni.
Dal tuo sorriso aperto
Perle preziose
D’amore dato e basta.

Dalla tua intelligenza
L’arrendersi fiero
al poco o al tanto
che la vita offre.
Dalle tue mani alle mie
Una pagina stampata,
Un foglio di giornale
Buono per il fuoco,
Dopo la lettura,
Sotto la pentola dei fagioli.

Dai tuoi capelli ai miei,
Diadema lucente
Di regale vecchiezza,
Il niveo argento.


giovedì 28 aprile 2011

Cronaca

Sorseggiano un tè alla menta
Affacciati sulla piazza
I visitatori di Marrakes
 La splendida
Inebriati di aromi
Sulle note cantilenanti
E preziose
Di un nobile halaikì.


Voci  stupefatte
Tra la folla variopinta
Attorno agli incantatori
Di serpenti e di anime.

Il contastorie avvolto
Nei suoi antichi panni
Col viso annerito dal fumo
Raccoglie dal selciato
Una mano di Fatima
Filigrana d’argento
Khamsa precipitata dal cielo
E una cannuccia di plastica.

Domani avrà
Una vecchia storia da raccontare
Sulla brulicante Jemaa el Fna.

mercoledì 13 aprile 2011

Incontro fatale


Ho incontrato la pastiera napoletana, mentre ero affacciata a una terrazza. Un incontro fatale, di quelli che ti ghermiscono e non ti mollano più. La terrazza era  anonima. Disadorna anziché no. Una terrazza circondata da palazzine senza lode né infamia, al primo piano di un edificio nel quartiere dalle parti della stazione di uno dei tanti paesi, frammezzati da giardini di agrumi, che animano la penisola sorrentina. Sotto la terrazza un cortiletto deserto, il retro di una pasticceria.
Il profumo delle zagare era penetrante e si mescolava con effluvi di cannella e sentori di vaniglia. Le mie narici si sono dilatate nell’accogliere la variegata traccia olfattiva e ho inspirato profondamente fino a sentire le mie viscere in estasi e la mia testa leggere leggera.
Mi sono guardata intorno per identificare la fonte di quell’onda di paradiso, che mi inebriava l’olfatto e permeava dolcemente ogni singola cellula del mio cervello, ma non vedevo alberi di arance o di limoni a portata d’occhio, né piante di Vanilla Planifolia, la sofisticata orchidea che elargisce i baccelli vanigliferi. Per non parlare dell’assoluta mancanza del prezioso Cinnamomum zeylanicum o del meno pregiato Cinnamonum Cassia, nessuna delle varietà conosciute di alberelli da spogliare della loro scorza per ricavarne la polvere sensuale e avvolgente dal colore bronzo rosato.
L’atmosfera si era fatta estraniante, allucinogena. Da una parte, profili e spigoli di edifici che nulla avevano di esotico, balconi con panni stesi e qualche geranio anonimo e ancora avaro di fiori, dall’altra il giardino incantato, reificato sulla scia del mio olfatto perturbato, in cui mi sentivo improvvisamente catapultata. Un landa favolosa in cui Oriente e Occidente si incontravano elaborando, come api operose, un meraviglioso nettare di sensazioni aeree.
E questa terra di mezzo che è l’Italia, e la penisola sorrentina in particolare, era il luogo dove si materializzava quel godimento dei sensi, tutto quel profluvio di seducenti promesse.
Sono stata sottratta alle mie fantasie dalla voce austera della padrona di casa che mi avvertiva di non espormi troppo a quell’ondata di odori, che non se ne poteva più, che, passate le feste, l’aria sarebbe ritornata più respirabile anche se sfogliatelle e pastiere si facevano tutto l’anno per i turisti. Un sospiro di malcelata insofferenza accompagnò queste parole che mi sembrarono quasi blasfeme.
‒ Pastiera? E che cos’è?
Non l’avessi mai fatto, ché la mia ospite cominciò a sfoderare le ricette di tutte le varianti della Pastiera Napoletana, un dolce antico che si era nutrito della curiosità dei viaggiatori e dei naviganti, della abilità delle monache di san Gregorio Armeno: il grano per festeggiare la dea Cerere e il ritorno dagli Inferi di sua figlia Proserpina, la ricotta tenera e fumante dei pastori  dei Monti Lattari, le uova, cellula primordiale della vita, lo strutto, il miele e lo zucchero, le arance e i limoni, frutti del giardino delle Esperidi, regalati dalla dea Terra a Zeus e Era nel giorno delle loro nozze, la vaniglia dal Messico o da Zanzibar, la cannella dall’India o dalla Cina. Insomma un vero dolce multiculturale, un crocevia di miti, storie e civiltà. E per questo inimitabile, perché si sa che gli innesti non possono che far bene alla pianta e produrre frutti nuovi e saporosi. Non siamo troppo dogmatici o integralisti, sebbene con la Pastiera ci si possa andare vicino.
Nella nostra odierna degenerata abitudine agli “aromi naturali”, che naturali non sono, di brioches, panettoni e colombe industriali, ritornare ai profumi primordiali potrebbe rivelarsi un’esperienza sconvolgente. Il segreto è la moderazione. Piccoli assaggi propiziatori prima di sacrificarsi senza riserve sugli altari della primigenia ebbrezza.
Per farla breve eccovi la ricetta della “mia pastiera”, alleggerita di contenuti troppo calorici per i nostri deboli fisici postmoderni, ma ugualmente paradisiaca.

Pastiera Napoletana (variante ipaziesca per 12 persone o anche più)

Pasta frolla:
350 gr. di farina 00
150 gr. di burro (o strutto)
150 gr. di zucchero semolato
4 tuorli d’uovo
1 pizzico di sale
1 pizzico di lievito vanigliato
1 cucchiaino da tè di scorza di limone grattugiato


Farcia:
250 gr. di grano cotto
2,5 dl di latte
1 ricciolo di scorza d’arancia
1 noce di burro
1 baccello di vaniglia (semi)
1 pizzico di sale
350 gr. di ricotta (preferibilmente di pecora)
150 gr. di zucchero
3 tuorli d’uovo
3 chiare d’uovo
50 gr. di acqua di fiori d’arancio
½ cucchiaino di cannella
1 cucchiaio raso di scorza d’arancia grattugiata

Procedimento:
Disporre a fontana la farina e collocarvi al centro il burro, tenuto fuori dal frigo. Intridere farina e burro fino a ottenere l’assorbimento del grasso: il composto avrà l’aspetto granuloso, simile al parmigiano grattugiato. Aggiungere i tuorli, lo zucchero, il sale, il lievito, e la buccia (solo la parte gialla) del limone, quindi impastare velocemente senza lavorare troppo, altrimenti si perderà il croccante della frolla. Avvolgere in pellicola e lasciare ½ h in frigorifero nella parte più fredda.

In un pentolino: latte, grano, buccia d’arancia, sale, burro e semi di vaniglia. Cuocere fino a ottenere una crema densa. Lasciar raffreddare.
In una capace ciotola lavorare la ricotta (setacciata) con lo zucchero, uno alla volta i tuorli d’uovo, l’acqua di fiori d’arancio, il grano cotto nel latte (eliminare la buccia d’arancia), la cannella e infine le chiare battute a neve ferma.

Stendere con un mattarello la pasta frolla (spessore 1cm circa) sulla carta da forno e depositarla in una teglia di 28/30 cm circa. Tenere alti i bordi della pasta fino all’orlo della teglia. Bucherellare il fondo con i rebbi di una forchetta e versare il composto di ricotta e grano. Decorare con strisce sottili di pasta (se si lavora su carta forno infarinata sarà più facile prelevarle e sistemarle sulla superficie del dolce). Spennellare con latte e rosso d’uovo sbattuti insieme le strisce di pasta.
In forno preriscaldato a 190° per almeno 1h, fino a quando toccando la teglia, la torta non tremerà e il composto sarà rassodato.
Far raffreddare e spolverizzare con zucchero a velo profumato alla cannella.

Per accompagnare: Moscato di Trani

giovedì 7 aprile 2011

Solo l'amore

Mamma, ho fame
Prendi, bambino mio, questo pezzo di pane.

Mamma, ho freddo
Ecco, bambino mio, la mia gonna controvento.

Mamma, ho sete
Acqua, figlio mio, non te ne posso dare.

Bevo una goccia di mare?
Poco, perché ti può far male.

Mamma, dov’è la nostra stella?
Non si vede, figlio, dorme nella nuvola che le fa da culla.

Mamma, dove ci porta questo barcone?
Figlio, amato giglio, andremo nel paese del sole.

Mamma, ci prende l’onda scura.
Abbracciami, bambino, e non aver paura.



domenica 20 marzo 2011

Canzone



Non si veste di rosa Primavera
Non si veste di giallo e di verde.

I fiori di gelsomino
Appena nati
Già chinano il capo
Sui muri screpolati 
Tra il deserto e il mare.

Ad ogni colpo
Dilaga il rosso sangue
Di cui si abbeverano i potenti della terra
Generosi mercanti d’armi
Benefici produttori di bombe.

Allevano dittatori
Come nutrici amorose.
Li curano
Li blandiscono
Li seducono
E li atterrano
quando il gioco
Si sgretola tra le dita come argilla secca
Quando manca l’acqua
Per impastare
E plasmare
Un nuovo
Antico trastullo.

Primavera nuda
Fugge pudica
Lontano da occhi lascivi.

Ridateci Primavera leggiadra
Vestita di rosa
di bianco
di verde.
Serbiamo il rosso fuoco per l’amore
Non per la guerra.

martedì 15 marzo 2011

Prosit 2

Dal grembo oscuro del mare
sale il soffio ancestrale
della natura beffarda.
Furente scuote la terra
con la grazia di uno shaker.

Indolenti sorseggiamo
colorate
Frizzanti
Bevande
Appoggiati al banco
Del vacanziero villaggio
nel far west di cartapesta.

E pensiamo di cavarcela
Senza pagare il conto.

Non mi acquieto
Nel colpevole
Ipocrita
Dannato
Ottimismo dei gaudenti.

Mi acceca
la luce negli occhi di donna
Riflessa
Dai preziosi monili su dita rapaci
Dai cofani lucenti di bolidi rombanti
In pit stop ai margini della pista.

Mi sommerge
L’onda artificiale
Che sale schiumeggiante  veleni
Dalle amene piscine del sultano.

E mi infiamma di rabbia proletaria
La colata lavica dipinta sui fianchi
Di un vulcano di cartone
Nel tetro giardino
Lambito dal mare smeraldino
dell’isola antica del pastore.

Suona, cornamusa, il canto della riscossa!

domenica 13 marzo 2011

Prosit


Dal grembo oscuro del mare
sale il soffio ancestrale
della natura beffarda.
Furente
Scuote la terra
Con la grazia di uno shaker.

Indolenti sorseggiamo
Colorate
Frizzanti
Bevande
Appoggiati al banco
Del vacanziero villaggio
Nel lontano occidente.
E pensiamo di cavarcela
Senza pagare il conto.


venerdì 11 marzo 2011

A domani e grazie, gatto.

Giuseppe è un tranquillo impiegato di un’agenzia di assicurazioni. Lui non vende prodotti, lui fa il lavoro di amministrazione. E lo fa da quarant’anni. “Sei un’istituzione, Giuseppe”, gli dicono i giovani colleghi. Le rampanti signorine in tailleur Armani style e tacco undici dell’ufficio lo scrutano con sufficienza. Lui è ‘il rudere’, e in genere lo schivano. Ha notato che sull’attacca panni, mai nessuna collega appende il proprio cappotto vicino al suo. Gli stanno lontano. Non importa. Giuseppe non si chiede se lo prendano in giro o se apprezzino comunque il suo zelo, la sua precisione sul lavoro. Quando i colleghi ridacchiano, lui prende a riordinare ostentatamente la sua scrivania. Le sue pratiche prima sono impilate in ordine di tempo, poi, una volta evase, Giuseppe dà loro un ordine alfabetico. Inappuntabile! Non è mai mancata una pratica, mai un disguido o un ritardo. Ecco così si lavora. Quando hanno voluto comprare i computer nello studio, Giuseppe è andato di filato dal capo e gli ha posto il suo aut aut: Io o loro. S’era già preparato all’idea che avrebbero potuto licenziarlo, era disposto a rischiare. Da quel giorno è stato spostato all’archivio, fintanto che non verrà informatizzato.
Paola glielo ripeteva quasi ogni benedetto giorno. “Ma perché non ti metti in pensione? Godiamoci un po’ la vita, prima che non possiamo fare più niente.” Paola brontola, ma gli fa trovare ad ogni suo rientro, alle cinque in punto, un bicchiere di aranciata e il giornale, ripiegato per bene secondo le linee originali, proprio alle cinque in punto, l’ora in cui lui ritorna. a casa, sei giorni alla settimana da quarant’anni. Quando Paola sente la chiave nella toppa, respira di sollievo. “Eccolo qui”, pensa. Anche Paola è una persona tranquilla, ordinata e precisa, sennò come poter resistere insieme tanti anni.
Poi un bel giorno viene chiamato dal grande capo in persona. “Giuseppe, mi meraviglio di lei, è il terzo cliente che reclama per i disguidi della sua polizza, i massimali non corrispondono e persino gli indirizzi sono stati sbagliati. Giuseppe, che non succeda più!”. Lui china il capo, si scusa biascicando qualcosa e ritorna al suo posto. “No, non posso dirglielo, mi prenderebbe per pazzo e , stavolta sì che corro il rischio che mi sbattano fuori. Non posso dire che sono agitato per via del gatto persiano”.
L’ossessione lo perseguita da giorni. Si scopre a fissare l’orologio a parete dell’ufficio, augurandosi di vedersi fare le quattro e mezza. Alle cinque deve già essere a casa, sul balcone. L’ossessione si moltiplica nella visione degli orologi del suo ufficio: il capo ha avuto la brillante idea di mettere un orologio per ogni fuso orario delle città più importanti. E così, mentre lui guarda quella sequela di oblò sul tempo del mondo, l’ossessione si propaga nella sua testa come un tarlo. Londra, Parigi, NewYork, Tokio. Lui si sforza di non guardarli e di concentrarsi con lo sguardo solo su Roma. Le quattro e mezza. Allora esce in tutta fretta dallo studio, spintonando qualche collega nel passare, non si scusa nemmeno. “Giuseppe, che ti prende?” Le parole si perdono nel tratto di corridoio che lo separa dall’ascensore…
Paola sa. Da qualche tempo Giuseppe alle cinque in punto deve trovarsi sul balcone. Chissà cosa c’è lì di così allettante. A quell’ora solo un persiano bianco passeggia altero sul cornicione del terrazzo di fronte. Un bel gatto, ma niente di più. E se ne torna quieta in cucina a preparare la cena.
La vita dell’impiegato è dura. Tutti pensano di te che sei una persona senza fantasia, senza passione. Una vita oscura inviluppata nel tedio della routine, della triste abitudine.
Lasciamolo pensare ai supponenti, ai frizzanti, agli arrivisti, ai modaioli di ogni tempo e paese. Giuseppe coltiva il suo segreto. Nemmeno la sua Paoletta ne è al corrente. Lui parla col gatto. I primi tempi lo faceva pensando che il gatto non potesse rispondergli. Poi un giorno lo ha sentito chiaramente. “Giuseppe, tu si che sei un eroe!”. “Chi, io?”, ha mormorato tra l’incredulo e il timore. “Sì, proprio tu. Parola di gatto, sei un eroe”.
Giuseppe ridacchia, beve un sorso di aranciata e accende una sigaretta, l’unica della giornata, l’unico sfizio della giornata. Ha raggiunto un accordo con Paola su questo.
“E così, sarei un eroe. Buono a sapersi, grazie".
Il solo elogio in tanti anni di lavoro gli è arrivato da un aristocratico gatto bianco, e sconosciuto.
Allora ci ha preso gusto. Ogni sera lo aspetta per sentirselo dire.
“Giuseppe, vieni che è pronta cena!”, Paola lo chiama sollecita.
“Arrivederci a domani, gatto, e grazie”.


mercoledì 9 marzo 2011

Mimosa

Esprimi un desiderio
Mi hanno detto.

Tempo è
di fare pulizia

Petali rinsecchiti
Vecchie forcine
Fondi di rossetto
E foglietti sparsi
Di parole sorde
Ho gettato via

Reliquie esangui
Di omaggi vetusti
Maquillage disfatti
E velleità letterarie.

Regalami un altro fiore, amore mio.

giovedì 24 febbraio 2011

Mare Nostrum

Il sangue dei figli
Nel cavo delle mani
Si bagnano le labbra
E gli occhi
Le madri di Libia.
 
Ululano
Sotto i nostri occhi
Abbacinati
Dalle insulse chiacchiere
Dei salotti televisivi.

Intanto
La terra riarsa 
Beve
Umore acre di ferite
Secrezioni purulente
Di cadaveri ammucchiati.

Un giglio nero
Sovrasta i gelsomini
Arrampicati impavidi
Sui muri scalcinati
Nella polvere secca
Degli spari.


domenica 20 febbraio 2011

Giulia, punto e virgola.

Giulia era una bambina. Una bambina dal viso angelico e occhi castani. I suoi lunghissimi capelli biondi, che si inanellavano sulle punte con tenere volute,  le davano all’apparenza un’aria angelica subito contraddetta dai lampi che quegli occhi, né belli né brutti, saettavano quando uno meno se l’aspettava. Una bambina  di quelle che sembrano venute al mondo per fare la gioia di mamma e papà che raccoglievano compiaciuti i complimenti di parenti e amici.
‒ Che bella bambina! Un faccino che sembra fatto di burro.
E non si trattava di complimenti formali, dettati dal galateo mai scritto degli adulti di fronte a un nuovo essere che veniva ad abitare abbastanza casualmente questo pianeta. I complimenti erano sinceri, dettati dall’affetto ma tenuti a bada dallo sguardo carico di prudente sospetto della bambina che squadrava da capo a piedi l’interlocutore come a intimargli di non dire ovvietà. Fin dai primi mesi della sua esistenza.
In realtà Giulia era venuta al mondo con le idee chiare: rovesciarlo da subito con ingenua caparbietà. E fare a suo modo. Sempre.
Fu così che Giulia, un giorno, disse a mamma e papà:
‒ Non voglio più andare all’asilo. Io domani vado a scuola.
E lo fece senza perdersi in spiegazioni e senza abbandonarsi a capricci piagnucolosi, come succede quando i bambini vorrebbero ottenere qualcosa che sanno essere impossibile, e solo lo sfinimento dei malcapitati genitori può realizzare. Lo disse una mattina, al terzo anno di asilo appena iniziato, dopo aver trascorso la notte, quasi tutta la notte a giocare nella sua stanza, mentre mamma e papà cercavano di dormire almeno una decina di minuti. Sì, perché Giulia di notte non dormiva. E non dormì fino agli otto anni. Giorno più, giorno meno.
‒ Come facciamo?
Il papà e la mamma si guardarono smarriti.
A Giulia l’asilo non era mai piaciuto. Per due motivi. Il primo era la mensa. Lei mangiava soltanto un quarto di mela e mezzo panino. Qualche volta, la suora sua maestra riusciva a farle fare, senza dir nulla alla madre superiora, un uovo al tegamino. Il secondo era il fatto che all’asilo non si scriveva e leggeva. Giulia non vedeva l’ora di tornare a casa per aprire il suo “Quaderno del divertimento” dove disegnava e scribacchiava senza che nessun adulto potesse metterci becco.
‒ Oggi ci vai e basta. Domani è sabato e ne parliamo ‒ tagliò corto la mamma.
Giulia fu accolta come uditrice in una prima classe da un giovane maestro in un paesino di provincia. Ogni mattina a turno mamma e papà prima di andare a lavoro in città, l’accompagnavano in quella scuoletta, sperduta nella nebbia della pianura padana.
La pianura non fece in tempo a scrollarsi dalla nebbia che il maestro convocò mamma e papà a scuola.
‒  Signori miei, disse asciutto, così non va bene. Giulia deve fare da sola. Ne farete un mostro se continuate a correggerle i compiti.
I due, che erano in debito verso il maestro per aver accolto in classe quasi illegalmente, bisogna dirlo, la loro bambina, rimasero come allocchi e confessarono di non sapere di cosa stesse parlando. Prima, non avevano tempo di guardare i quaderni della figlia; secondo, se l’avessero fatto, la gatta che si nascondeva dietro il visetto angelico avrebbe cacciato fuori le unghie. Giurarono e spergiurarono di non aver mai aiutato la bambina nello svolgimento dei compiti.
‒ Leggete qui ‒ disse il maestro.
Le teste dei due genitori si accostarono compunti per leggere il quaderno che il maestro stizzito porgeva loro, aperto sull’ultima pagina.
‒ E… cos’è che dovremmo notare? ‒ chiese la mamma che cominciava a infastidirsi. Il papà accompagnava con gli occhi senza fare motto. Era il suo carattere.
‒ Il punto e virgola!
‒ Cos’ha il punto e virgola che non va?
La professoressa di lettere era pronta a mangiarsi quel maestrino di provincia che osava pontificare su un meraviglioso punto e virgola.
‒ Signora, ‒ e il maestro si fece ancor più maestrino ‒ il punto e virgola non fa una piega. Ma è innaturale che Giulia, alla sua età, a scuola da un mese, usi nientemeno che il punto e virgola in questo modo. Spezza il periodo, ma non interrompe la continuità del pensiero; la sua è una pausa espressiva funzionale in un periodo complesso. Vede? Rilegga, rilegga qui. Basta farle i compiti o comunque perfezionarli, vi prego!
La signora guardò il marito. Lui rideva sotto i baffi, compostamente, ma non parlava. Era fatto così. Fu lei allora a proporre di chiamare Giulia e chiederle se sapeva quello che aveva fatto.
Giulia arrivò. Accompagnata dal bidello che aprì la porta e la spinse dentro riluttante.
‒ Vieni qui, Giulia ‒ la voce del maestro era gentile, ma ferma ‒ dicci perché hai usato il punto e virgola.
Giulia prese in mano il quaderno di classe e lesse. Poi levò lo sguardo sul maestro e, dopo aver guardato la mamma che le sorrideva, disse candida:
‒ Mamma, ho provato. Sai, il punto lo avevo già messo, la virgola pure. Ho voluto provare con il punto e virgola.
Si salutarono cortesemente maestro da una parte e mamma e papà dall’altra, mentre il bidello riaccompagnava Giulia in classe.
L’anno dopo, la maestra della seconda convocò i genitori di Giulia.
‒ Signori miei, così non va. La bambina in classe mette la testa sul banco e dorme almeno fino alle nove. Evidentemente voi la mettete a letto troppo tardi oppure Giulia ha dei problemi di concentrazione. È spossata. Fa fatica a seguire. Faccio appello alla vostra responsabilità.
Anzi disse “re-spon-sa-bi-li-tà”, scandendo con saccenteria la parola.
I due si guardarono, mormorarono scuse indistinte. Anche il papà questa volta biascicò qualche parola, e se ne andarono.
La maestra non seppe mai che Giulia di notte aveva altro da fare che dormire.

venerdì 11 febbraio 2011

Ode al soffritto


Sfrigola allegramente la cipolla
Nella padella scura.
Candido arabesco lattescente
Che appassisce docile e lucente
Mentre nella tua mente chiara pensi
“ci butto il pomodoro”.

E trapassa il candore originario
Al giallo paglierino,
Poi nocciola diventa il suo profumo
Presto, presto butta, prima che il bianco
Diventi color  marrone opaco
E l’arabesco pria lieve cristallo
Ardito si piazzi sullo stomaco 
Col peso di un cavallo.