domenica 9 marzo 2014

Nonna Gaetana




La nonna si chiamava Gaetana. Quel nome le tirò addosso l'omaggio inconsapevole alla virgiliana Caieta: fu nutrice dall’età di sedici anni, quando venne rapita dal suo innamorato e si sposò, e lo rimase fino a quando il suo petto smise di sgorgare latte profumato. Allattò tanti bambini: undici i suoi e molti quelli degli altri. Offriva il capezzolo a qualsiasi bambino di cui udiva il pianto.
- Oggi il bambino piange in continuazione, portalo da Gaetana. 




E il miracolo avveniva. Gaetana tirava fuori senza pudore la sua grassa mammella e offriva quiete e ristoro, una calda appaciante consolazione. Meglio della papagna, l’infuso dei semi di papavero, che faceva crescere bambini scemi. Gaetana era fiera della sua lattea sorgente. Le capitava che, mentre allattava i suoi o gli altri, bambini più grandi si avvicinassero a guardare con facce stranite la massa di carne da cui usciva il latte. Allora Gaetana per liberarsene, sottraeva la mammella al poppante e spruzzava il getto di latte sulle facce degli incauti osservatori. I bambini si allontanavano strillando, fingendo spavento, ma con le dita raccoglievano le gocce di latte e se le portavano alla bocca leccandosele golosamente.
Fu per questa sua natura di curare la vita attorno a lei che Gaetana si offriva anche di lavare i morti, vestirli e accompagnarli fino alla fossa di terra che li avrebbe ricoperti. Nutrice fu e lo rimase. Ma fu per stanchezza, per la resistenza che si assottigliava ogni giorno di più che, quando sua figlia partorì il suo quinto figlio, Gaetana disse: femmina schiattata, proprio una femmina! Quasi dispiacendosi che alla nuova venuta fossero accollati i suoi compiti, il suo destino, di cui però non si era mai lagnata.
Quando la bambina compì il primo anno, sua figlia si ammalò gravemente e allora si fece una triste spartizione. I primi tre, due femmine e un maschio, sarebbero rimasti in famiglia; le ultime due furono assegnate alle rispettive nonne. Gaetana tenne per sé Sabina, la più piccola. Femmina schiattata.  Bionda e cicciottella, se la mangiava di baci e carezze. 
Ogni giorno, una delle sorelle, la seconda, andava dalla nonna a giocare con Sabina. Talvolta se la caricava in braccio e la portava a giocare con lei a casa della mamma. Gaetana, nonostante il suo amore per la vita e per i bambini, cominciò a odiare quella nipote scostumata che osava portarsi via la sua Sabina. Contava le ore e i minuti fino a quando la bambina le veniva restituita. Sabina era un cherubino paffuto. Gaetana faceva cucire dalla figlia, che ancora zitella viveva con lei, i vestitini arricciati in vita, che mettevano in risalto la morbidezza delle gambette e le calzette bianche nelle scarpe col cinturino della nipote.
 La sorella più grande, che poi aveva solo quattro anni di più ed era anche lei una bambina, si guadagnò il nome di scarafaggio. Aveva i capelli neri come l’inchiostro, grandi occhi che davano al giallo come quelli dei cani e la pelle levigata dal riflesso violaceo, tipico delle brune mediterranee.
- Adì, è arrivato lo scarafaggio!
La bambina rideva dell’appellativo e non ci badava, aveva altro a cui pensare. Allora i grandi non si mettevano in discussione, nemmeno quando ti trattavano male. Si stava zitti, ma forse proprio per questo ci si induriva nel carattere, si maturava animo fermo nelle proprie idee e decisioni. Qualche volte Gaetana le permetteva di giocare con suo seno vizzo: Scarafaggio lo estraeva dalla scollatura e soppesava la mammella grinzosa come una sacchetta di canapa. Gaetana rideva, ma durava poco. E l’allontanava con una ruvido spintone. ­­­
- Vattene, Scarafaggio!
Scarafaggio allora abbracciava la piccola e se la portava quasi di corsa sulla strada tutta in salita fino alla loro casa. Ma non era sempre possibile. Gaetana obbligava le nipoti a rimanere sul ballatoio della scala che portava alla sua casa a giocare sedute e composte sulle pietre bianche dei gradini. Scarafaggio doveva stare attenta a non far cadere la piccola, ma giocare sui gradini non è che si potesse fare chissà che. Sulla porta, riparata da una rezza che fungeva da tenda, Gaetana si sedeva e sorvegliava. Su quella sedia rimase un giorno colpita da trombosi. Si riprese, ma rimase paralizzata tutto il lato destro e non riusciva più a parlare se non per pronunciare ancora due biascicate parole: Vattene, scarafaggio!
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sabato 21 dicembre 2013

Biscotti al tempo della nebbia







Va bene. Oggi si biscotta. Succede ogni volta ( o quasi) che c’è questa nebbiolina untuosa che ti si appiccica al viso e sale su per le narici a pizzicarti i seni paranasali. Non so se la fisiologia sia corretta. Nel pomeriggio mi attende l’otorino che esplorerà quelle vie e forse mi dirà: "Che vuole signora, è la stagione". Io farò finta di assentire, rimanendo nel dubbio malefico che si riferisca alla mia di stagione e non all’inclemenza del meteo. Ma io oggi biscotterò. Me lo sento. Accenderò un sole sulla spianatoia, un sole giallo, magma luminoso di mandorle, zucchero, farina, uova, buccia di limone, burro (o olio? Vada per quest’ultimo!) e cotognata e marmellata d’arance. Mi sporcherò le mani, imprecherò, mi azzufferò con gli ingredienti, e le mie dita si muoveranno leste come non sanno invece fare sulla tastiera. Mi si dice che Pirandello scriveva sulla sua macchina da scrivere con un dito solo: io so che a me non basterebbero le mani di Kalì (e un cervello in prestito) per scrivere una frase delle sue. Bando alle nostalgie vigliacche, alle recriminazioni di una modestia (o mediocrità?) messa ogni volta alla prova. A queste spinte egotistiche. E prima che le parentesi invadano del tutto, passo agli ingredienti. (Così è se vi pare)


Biscotti di nebbia, anche di pioggia.

Ingredienti:
400 gr. di farina 00

150 di zucchero semolato

150gr di burro (in alternativa 1 dl di olio evo)

1 uovo e un tuorlo

Buccia di limone grattugiata

50 gr di mandorle pelate e tritate finemente

I semini di un baccello di vaniglia ( o estratto o vanillina)

Un pizzico di sale

Un pizzico di lievito in polvere
Qualche cucchiaiata di latte (se necessario).

Per la farcia:
Marmellata d'arancia o confettura di melecotogne.

Guarnizione:
Zucchero a velo o granella




Impastate gli ingredienti velocemente, raccogliete l’impasto a palla, coprirlo con pellicola e metterlo per una mezz’ora nella parte bassa del frigo. Intanto versate la marmellata in un pentolino e regolate la densità. Dev’essere morbida, ma consistente. Lasciar raffreddare.

Riprendete la pasta dal frigorifero, stendete con l’aiuto di un mattarello a un’altezza di mezzo cm circa. Distribuite cucchiaini di marmellata, distanziati tra di loro, solo in una metà del disco di pasta. Ripiegare e ritagliare con coppa pasta o un bicchierino di circa 4/5 cm di diametro. Spennellare coll’albume avanzato, ben sbattuto, in ultimo la granella di zucchero (facoltativa). Mettere in teglia a distanza di due/tre centimetri uno dall’altro. Infornare a 180°, forno già caldo, per 20 minuti. Il colore dorato vi avvertirà che sono pronti. E il profumo vi porterà dal naso al cielo. (Che don Luigi mi perdoni il saccheggio!).


giovedì 5 dicembre 2013

Nove meno tre


I nove libri sul comodino si sono drasticamente ridotti.
Il primo, di autore quasi sconosciuto (e spero rimanga tale)che ha vinto un premio di un concorso importante, editrice minore:
"hamburgher", "...da quando aveva sostituito la prostituzione di massa e infimo livello con l'attività di dominatrice da camera da letto, con tanto di sito internet e inserzioni in ogni sito del ramo...", "...pur lasciando la loro storia parcheggiata in un'area del tutto platonica, lo stringeva a sé facendogli apprezzare la tonica morbidezza delle sue impareggiabili tette". Mi fermo qui.
L'ho lanciato con gesto elegante e sicuro dall'altra parte della camera, la sera io leggo a letto. Il libro è atterrato tra il pouf e il vetro della portafinestra. Il suo rumore l'ha fatto. Il filosofo che già fischiettava col russare leggero del primo sonno, è balzato a sedere con gli occhi chiusi e la bocca aperta.
 - Dormi, - gli ho detto - non è niente, dormi.
Ora, non è tanto quella beata acca interposta a rendere l'hamburger più leggero per via dell'aspirazione dovuta alla fricativa laringale o laringale sorda (presumo, a scelta), non tanto l'immagine della dominatrice con scudiscio e tette di lattice, ma l'assoluta immonda disinvoltura nel trattare la lingua italiana come pezza da piedi. Cosa sarebbe "la prostituzione di massa"? Il sociologo recita che un fenomeno di massa è tale per il numero dei soggetti praticanti; e nel caso della nostra dominatrice lei è una e basta. Non era sufficiente dire che si prostituiva fino allo sfinimento con chiunque offrisse l'obolo richiesto? E "sito" con "inserzioni in ogni sito del ramo" che avrà voluto di'? Che il sito era doviziosamente illustrato con immagini del repertorio pornografico più immaginifico? Sia.

Passo al secondo. Casa editrice ultra conosciuta e osannata. Ho già letto alcuni suoi libri, esposti come trofei sulla libreria del mio soggiorno, autori capaci di emozionare e convincere. Vado sul sicuro stavolta:
“Tu igitur nihil vidis”, “Helga è sulla quarantina, non è sposata, ha una figlia e un collo morbido e molto bello. Il padre della figlia, un contadino delle campagne meridionali, pensa molto a lei, al collo che bacia spesso nei suoi pensieri, come forse facciamo noi. A lei piace il suo lavoro, si tuffa spesso in tomi di psicologia, legge libri…”
E così via in una nenia implacabilmente tediosa. Procede per accumuli paratattici snervanti. IL paese e i suoi tremila abitanti… Una roba che se l’avesse letta il coach geniale, salito all’onore delle cronache per questo ruolo in Masterpiece, avrebbe bollato di “idillismo meridionale” (così recita la diffida imperiosa a inviare manoscritti di tal fatta sul sito della sua casa editrice!).
La frase latina? Simpaticamente tratta dai sogni in lingua di un direttore di Maglificio, divenuto Astronomo (le maiuscole nel testo a sottolineare un simbolismo acquattato o irrilevante). Ma che lingua è? Forse è semplicemente un latino onirico che ignora la coniugazione del verbo video. Fino alla pagina 48 non ho trovato accenno a nulla che spiegasse l’eccentricità grafica di un vidis. E non ho avuto il fegato di andare oltre. Mi è venuto un freddo cane sull’omero scoperto, direttamente dal paesaggio islandese del libro, un gelo da brividi. Ho cominciato a tirare le coperte dalla mia parte. Leggo di fianco, dando le spalle a chi dorme sereno e beato, lui, per stare sotto il cono di luce dell’abat-jour ricoperto da un foulard cashmere, tutto a virgole multicolori.Cerco di essere discreta, di non disturbare troppo.
– Si può sapere che hai? – stavolta la voce ha un che di scocciato, di pazienza liofilizzata.
– Dammi un po’ di coperta, ché ho freddo. Tu fai la mummia, ti avvolgi, e che ti frega che io sono al freddo?
La mummia si srotola e mi accoglie nel caldo abbraccio del suo corpo.
– Allora , la spegni ‘sta luce?
Poggio il libro sul comodino. Abbandono il freddo della copertina, il formato ulteriormente irrigidito nella glaciazione del contenuto. Un rettangolo refrigerato, di quelli che porto al mare nella borsa termica.
– Spengo – dico grata, prima di accomodarmi nel cavo di quel corpo risuscitato.




P.S. Del terzo libro non vi parlo neppure. Penso di abbandonali tutti e tre al bookcrossing della biblioteca di quartiere. Che crossino la vita di qualcun altro. Non sarà una cattiva azione, vero?

lunedì 25 novembre 2013

Chiamatemi Mària.



Il pensiero fisso di stamattina è il mare. Dichiaro subito che non so nuotare. I miei piedi fanno fatica a staccarsi dal suolo all’asciutto: sono piccola di statura, aderente al piano zero e, da quando la forza di gravità è aumentata per odiose cause ponderali, io tendo ad acquattarmi naturalmente verso il basso e lì rimango. Figurarsi nell’acqua.
Ho conosciuto davvero il mare che avevo più di vent’anni. Mi ci aveva già portato una zia all’età dei cinque, ma non ricordo nulla del mare. Ricordo un letto dove si dormiva di traverso, in una camera angusta e poco illuminata. Lo si condivideva con la zia suddetta e un paio di cugine più grandi. Andare al mare e ricordarsi solo un letto superaffollato: spintoni, calci, sudore, fruscii ininterrotti di ventagli. Senza lenzuolo di sopra, tanto faceva caldo e non solo per la meteorologia. Immaginate un po’: dormire in quattro in un letto, d’estate, in un paese dove la temperatura nel mese d’agosto sale come la febbre di un’influenza invernale. La situazione migliorava leggermente quando la zia si alzava a metà della notte e si stendeva su un panno direttamente sul nudo impiantito della stanza.
Mia zia era nubile, ma attratta dal sentimento materno. Portava con sé al mare le nipoti, lo faceva per le sue sorelle, liberandole per due settimane di me e delle mie cugine. Ma una infida, sottile vox populi sussurrava di pretesti, di alibi per auspicati incontri da concludersi degnamente in un matrimonio che non arrivava. C’è una foto che ci ritrae sulla spiaggia. Noi bambine tremanti e insaccate in costumi extralarge, adattati con spille sulla schiena e nodi sulle spalline. Mia zia in posa da calendario per camionisti (d’allora): il fianco leggermente proteso in avanti, una coscia inclinata sostenuta dall’equilibrio precario del piede in punta sulla sabbia e una mano dietro l’orecchio a trattenere la chioma ricciuta. Il sorriso metteva in mostra la sua bella dentatura e noi non capivamo allora perché le sue labbra fossero rosso fuoco anche al mare. Le nostre erano sempre livide, non uscivamo mai dall’acqua.
La mamma ci parlava spesso dell’odore del mare, dell’aria del mare, soprattutto quando apriva una cozza e la mangiava cruda spruzzata di limone. Lei al mare non c’era mai stata. Ma quando diceva sospirando “ah, l’odore del mare!” tutti noi cinque la guardavano a bocca aperta e sentivamo con lei il mare che profumava. Le cozze non ci piacevano con il loro gusto asprigno, ma il mare lo sognavamo come una promessa di felicità inebriante.
Ci tornai, al mare, col mio fidanzato. Allora non si diceva ragazzo né tantomeno uomo. Ripenso al mio e al suo imbarazzo. Lui che timidamente mi voleva insegnare a nuotare, io che mi vergognavo di essere in costume, per quanto castigato. Così è stato. Così fu.
Oggi amo il mare, anche se non so nuotare, e ogni anno che ci ritorno ingaggio con le onde una sfida che non va oltre le dieci bracciate. Sono i piedi a tradirmi, i maledetti piedi che gridano “terra!” ad ogni respiro. Allora io obbedisco e tocco.
Come lavoro bene di fronte al mare! Io lo guardo e i tasti sembrano andare più veloci, le parole più sciolte, e i refusi aumentano in proporzione alle mie occhiate verso l’acqua.


Quest’anno, nell’isola di Lesbo, il mare era una cuna. Uso questo termine perché mi sentivo accolta come in una culla di legno, quella delle favole, per intenderci. Nessun Foppapedretti funzionale ed elegante. Sotto gli occhi irridenti del filosofo, che sa nuotare ma non ama farlo, io mi raggomitolavo nell’acqua, quasi in posizione fetale, e mi lasciavo cullare nel suo seno. Sarei potuta restare lì delle ore. Dimentica di tutti i miei guai, delle mie paturnie, delle mie ansie. Dimentica persino delle pagine che avevo lasciato incompiute e tradite per un bagno in mare. Fregandomene dei refusi vigliacchi, di quel dolore sotterraneo e inespresso per la vita mia e degli altri. Mare, Maria. Lui singolare, io il suo plurale latino. D’ora in avanti chiamatemi Mària.

* foto mia, Pano Sto Kima, Agios Isidoros, Plomari, Lesbo.