giovedì 7 aprile 2011

Solo l'amore

Mamma, ho fame
Prendi, bambino mio, questo pezzo di pane.

Mamma, ho freddo
Ecco, bambino mio, la mia gonna controvento.

Mamma, ho sete
Acqua, figlio mio, non te ne posso dare.

Bevo una goccia di mare?
Poco, perché ti può far male.

Mamma, dov’è la nostra stella?
Non si vede, figlio, dorme nella nuvola che le fa da culla.

Mamma, dove ci porta questo barcone?
Figlio, amato giglio, andremo nel paese del sole.

Mamma, ci prende l’onda scura.
Abbracciami, bambino, e non aver paura.



domenica 20 marzo 2011

Canzone



Non si veste di rosa Primavera
Non si veste di giallo e di verde.

I fiori di gelsomino
Appena nati
Già chinano il capo
Sui muri screpolati 
Tra il deserto e il mare.

Ad ogni colpo
Dilaga il rosso sangue
Di cui si abbeverano i potenti della terra
Generosi mercanti d’armi
Benefici produttori di bombe.

Allevano dittatori
Come nutrici amorose.
Li curano
Li blandiscono
Li seducono
E li atterrano
quando il gioco
Si sgretola tra le dita come argilla secca
Quando manca l’acqua
Per impastare
E plasmare
Un nuovo
Antico trastullo.

Primavera nuda
Fugge pudica
Lontano da occhi lascivi.

Ridateci Primavera leggiadra
Vestita di rosa
di bianco
di verde.
Serbiamo il rosso fuoco per l’amore
Non per la guerra.

martedì 15 marzo 2011

Prosit 2

Dal grembo oscuro del mare
sale il soffio ancestrale
della natura beffarda.
Furente scuote la terra
con la grazia di uno shaker.

Indolenti sorseggiamo
colorate
Frizzanti
Bevande
Appoggiati al banco
Del vacanziero villaggio
nel far west di cartapesta.

E pensiamo di cavarcela
Senza pagare il conto.

Non mi acquieto
Nel colpevole
Ipocrita
Dannato
Ottimismo dei gaudenti.

Mi acceca
la luce negli occhi di donna
Riflessa
Dai preziosi monili su dita rapaci
Dai cofani lucenti di bolidi rombanti
In pit stop ai margini della pista.

Mi sommerge
L’onda artificiale
Che sale schiumeggiante  veleni
Dalle amene piscine del sultano.

E mi infiamma di rabbia proletaria
La colata lavica dipinta sui fianchi
Di un vulcano di cartone
Nel tetro giardino
Lambito dal mare smeraldino
dell’isola antica del pastore.

Suona, cornamusa, il canto della riscossa!

domenica 13 marzo 2011

Prosit


Dal grembo oscuro del mare
sale il soffio ancestrale
della natura beffarda.
Furente
Scuote la terra
Con la grazia di uno shaker.

Indolenti sorseggiamo
Colorate
Frizzanti
Bevande
Appoggiati al banco
Del vacanziero villaggio
Nel lontano occidente.
E pensiamo di cavarcela
Senza pagare il conto.


venerdì 11 marzo 2011

A domani e grazie, gatto.

Giuseppe è un tranquillo impiegato di un’agenzia di assicurazioni. Lui non vende prodotti, lui fa il lavoro di amministrazione. E lo fa da quarant’anni. “Sei un’istituzione, Giuseppe”, gli dicono i giovani colleghi. Le rampanti signorine in tailleur Armani style e tacco undici dell’ufficio lo scrutano con sufficienza. Lui è ‘il rudere’, e in genere lo schivano. Ha notato che sull’attacca panni, mai nessuna collega appende il proprio cappotto vicino al suo. Gli stanno lontano. Non importa. Giuseppe non si chiede se lo prendano in giro o se apprezzino comunque il suo zelo, la sua precisione sul lavoro. Quando i colleghi ridacchiano, lui prende a riordinare ostentatamente la sua scrivania. Le sue pratiche prima sono impilate in ordine di tempo, poi, una volta evase, Giuseppe dà loro un ordine alfabetico. Inappuntabile! Non è mai mancata una pratica, mai un disguido o un ritardo. Ecco così si lavora. Quando hanno voluto comprare i computer nello studio, Giuseppe è andato di filato dal capo e gli ha posto il suo aut aut: Io o loro. S’era già preparato all’idea che avrebbero potuto licenziarlo, era disposto a rischiare. Da quel giorno è stato spostato all’archivio, fintanto che non verrà informatizzato.
Paola glielo ripeteva quasi ogni benedetto giorno. “Ma perché non ti metti in pensione? Godiamoci un po’ la vita, prima che non possiamo fare più niente.” Paola brontola, ma gli fa trovare ad ogni suo rientro, alle cinque in punto, un bicchiere di aranciata e il giornale, ripiegato per bene secondo le linee originali, proprio alle cinque in punto, l’ora in cui lui ritorna. a casa, sei giorni alla settimana da quarant’anni. Quando Paola sente la chiave nella toppa, respira di sollievo. “Eccolo qui”, pensa. Anche Paola è una persona tranquilla, ordinata e precisa, sennò come poter resistere insieme tanti anni.
Poi un bel giorno viene chiamato dal grande capo in persona. “Giuseppe, mi meraviglio di lei, è il terzo cliente che reclama per i disguidi della sua polizza, i massimali non corrispondono e persino gli indirizzi sono stati sbagliati. Giuseppe, che non succeda più!”. Lui china il capo, si scusa biascicando qualcosa e ritorna al suo posto. “No, non posso dirglielo, mi prenderebbe per pazzo e , stavolta sì che corro il rischio che mi sbattano fuori. Non posso dire che sono agitato per via del gatto persiano”.
L’ossessione lo perseguita da giorni. Si scopre a fissare l’orologio a parete dell’ufficio, augurandosi di vedersi fare le quattro e mezza. Alle cinque deve già essere a casa, sul balcone. L’ossessione si moltiplica nella visione degli orologi del suo ufficio: il capo ha avuto la brillante idea di mettere un orologio per ogni fuso orario delle città più importanti. E così, mentre lui guarda quella sequela di oblò sul tempo del mondo, l’ossessione si propaga nella sua testa come un tarlo. Londra, Parigi, NewYork, Tokio. Lui si sforza di non guardarli e di concentrarsi con lo sguardo solo su Roma. Le quattro e mezza. Allora esce in tutta fretta dallo studio, spintonando qualche collega nel passare, non si scusa nemmeno. “Giuseppe, che ti prende?” Le parole si perdono nel tratto di corridoio che lo separa dall’ascensore…
Paola sa. Da qualche tempo Giuseppe alle cinque in punto deve trovarsi sul balcone. Chissà cosa c’è lì di così allettante. A quell’ora solo un persiano bianco passeggia altero sul cornicione del terrazzo di fronte. Un bel gatto, ma niente di più. E se ne torna quieta in cucina a preparare la cena.
La vita dell’impiegato è dura. Tutti pensano di te che sei una persona senza fantasia, senza passione. Una vita oscura inviluppata nel tedio della routine, della triste abitudine.
Lasciamolo pensare ai supponenti, ai frizzanti, agli arrivisti, ai modaioli di ogni tempo e paese. Giuseppe coltiva il suo segreto. Nemmeno la sua Paoletta ne è al corrente. Lui parla col gatto. I primi tempi lo faceva pensando che il gatto non potesse rispondergli. Poi un giorno lo ha sentito chiaramente. “Giuseppe, tu si che sei un eroe!”. “Chi, io?”, ha mormorato tra l’incredulo e il timore. “Sì, proprio tu. Parola di gatto, sei un eroe”.
Giuseppe ridacchia, beve un sorso di aranciata e accende una sigaretta, l’unica della giornata, l’unico sfizio della giornata. Ha raggiunto un accordo con Paola su questo.
“E così, sarei un eroe. Buono a sapersi, grazie".
Il solo elogio in tanti anni di lavoro gli è arrivato da un aristocratico gatto bianco, e sconosciuto.
Allora ci ha preso gusto. Ogni sera lo aspetta per sentirselo dire.
“Giuseppe, vieni che è pronta cena!”, Paola lo chiama sollecita.
“Arrivederci a domani, gatto, e grazie”.


mercoledì 9 marzo 2011

Mimosa

Esprimi un desiderio
Mi hanno detto.

Tempo è
di fare pulizia

Petali rinsecchiti
Vecchie forcine
Fondi di rossetto
E foglietti sparsi
Di parole sorde
Ho gettato via

Reliquie esangui
Di omaggi vetusti
Maquillage disfatti
E velleità letterarie.

Regalami un altro fiore, amore mio.

giovedì 24 febbraio 2011

Mare Nostrum

Il sangue dei figli
Nel cavo delle mani
Si bagnano le labbra
E gli occhi
Le madri di Libia.
 
Ululano
Sotto i nostri occhi
Abbacinati
Dalle insulse chiacchiere
Dei salotti televisivi.

Intanto
La terra riarsa 
Beve
Umore acre di ferite
Secrezioni purulente
Di cadaveri ammucchiati.

Un giglio nero
Sovrasta i gelsomini
Arrampicati impavidi
Sui muri scalcinati
Nella polvere secca
Degli spari.


domenica 20 febbraio 2011

Giulia, punto e virgola.

Giulia era una bambina. Una bambina dal viso angelico e occhi castani. I suoi lunghissimi capelli biondi, che si inanellavano sulle punte con tenere volute,  le davano all’apparenza un’aria angelica subito contraddetta dai lampi che quegli occhi, né belli né brutti, saettavano quando uno meno se l’aspettava. Una bambina  di quelle che sembrano venute al mondo per fare la gioia di mamma e papà che raccoglievano compiaciuti i complimenti di parenti e amici.
‒ Che bella bambina! Un faccino che sembra fatto di burro.
E non si trattava di complimenti formali, dettati dal galateo mai scritto degli adulti di fronte a un nuovo essere che veniva ad abitare abbastanza casualmente questo pianeta. I complimenti erano sinceri, dettati dall’affetto ma tenuti a bada dallo sguardo carico di prudente sospetto della bambina che squadrava da capo a piedi l’interlocutore come a intimargli di non dire ovvietà. Fin dai primi mesi della sua esistenza.
In realtà Giulia era venuta al mondo con le idee chiare: rovesciarlo da subito con ingenua caparbietà. E fare a suo modo. Sempre.
Fu così che Giulia, un giorno, disse a mamma e papà:
‒ Non voglio più andare all’asilo. Io domani vado a scuola.
E lo fece senza perdersi in spiegazioni e senza abbandonarsi a capricci piagnucolosi, come succede quando i bambini vorrebbero ottenere qualcosa che sanno essere impossibile, e solo lo sfinimento dei malcapitati genitori può realizzare. Lo disse una mattina, al terzo anno di asilo appena iniziato, dopo aver trascorso la notte, quasi tutta la notte a giocare nella sua stanza, mentre mamma e papà cercavano di dormire almeno una decina di minuti. Sì, perché Giulia di notte non dormiva. E non dormì fino agli otto anni. Giorno più, giorno meno.
‒ Come facciamo?
Il papà e la mamma si guardarono smarriti.
A Giulia l’asilo non era mai piaciuto. Per due motivi. Il primo era la mensa. Lei mangiava soltanto un quarto di mela e mezzo panino. Qualche volta, la suora sua maestra riusciva a farle fare, senza dir nulla alla madre superiora, un uovo al tegamino. Il secondo era il fatto che all’asilo non si scriveva e leggeva. Giulia non vedeva l’ora di tornare a casa per aprire il suo “Quaderno del divertimento” dove disegnava e scribacchiava senza che nessun adulto potesse metterci becco.
‒ Oggi ci vai e basta. Domani è sabato e ne parliamo ‒ tagliò corto la mamma.
Giulia fu accolta come uditrice in una prima classe da un giovane maestro in un paesino di provincia. Ogni mattina a turno mamma e papà prima di andare a lavoro in città, l’accompagnavano in quella scuoletta, sperduta nella nebbia della pianura padana.
La pianura non fece in tempo a scrollarsi dalla nebbia che il maestro convocò mamma e papà a scuola.
‒  Signori miei, disse asciutto, così non va bene. Giulia deve fare da sola. Ne farete un mostro se continuate a correggerle i compiti.
I due, che erano in debito verso il maestro per aver accolto in classe quasi illegalmente, bisogna dirlo, la loro bambina, rimasero come allocchi e confessarono di non sapere di cosa stesse parlando. Prima, non avevano tempo di guardare i quaderni della figlia; secondo, se l’avessero fatto, la gatta che si nascondeva dietro il visetto angelico avrebbe cacciato fuori le unghie. Giurarono e spergiurarono di non aver mai aiutato la bambina nello svolgimento dei compiti.
‒ Leggete qui ‒ disse il maestro.
Le teste dei due genitori si accostarono compunti per leggere il quaderno che il maestro stizzito porgeva loro, aperto sull’ultima pagina.
‒ E… cos’è che dovremmo notare? ‒ chiese la mamma che cominciava a infastidirsi. Il papà accompagnava con gli occhi senza fare motto. Era il suo carattere.
‒ Il punto e virgola!
‒ Cos’ha il punto e virgola che non va?
La professoressa di lettere era pronta a mangiarsi quel maestrino di provincia che osava pontificare su un meraviglioso punto e virgola.
‒ Signora, ‒ e il maestro si fece ancor più maestrino ‒ il punto e virgola non fa una piega. Ma è innaturale che Giulia, alla sua età, a scuola da un mese, usi nientemeno che il punto e virgola in questo modo. Spezza il periodo, ma non interrompe la continuità del pensiero; la sua è una pausa espressiva funzionale in un periodo complesso. Vede? Rilegga, rilegga qui. Basta farle i compiti o comunque perfezionarli, vi prego!
La signora guardò il marito. Lui rideva sotto i baffi, compostamente, ma non parlava. Era fatto così. Fu lei allora a proporre di chiamare Giulia e chiederle se sapeva quello che aveva fatto.
Giulia arrivò. Accompagnata dal bidello che aprì la porta e la spinse dentro riluttante.
‒ Vieni qui, Giulia ‒ la voce del maestro era gentile, ma ferma ‒ dicci perché hai usato il punto e virgola.
Giulia prese in mano il quaderno di classe e lesse. Poi levò lo sguardo sul maestro e, dopo aver guardato la mamma che le sorrideva, disse candida:
‒ Mamma, ho provato. Sai, il punto lo avevo già messo, la virgola pure. Ho voluto provare con il punto e virgola.
Si salutarono cortesemente maestro da una parte e mamma e papà dall’altra, mentre il bidello riaccompagnava Giulia in classe.
L’anno dopo, la maestra della seconda convocò i genitori di Giulia.
‒ Signori miei, così non va. La bambina in classe mette la testa sul banco e dorme almeno fino alle nove. Evidentemente voi la mettete a letto troppo tardi oppure Giulia ha dei problemi di concentrazione. È spossata. Fa fatica a seguire. Faccio appello alla vostra responsabilità.
Anzi disse “re-spon-sa-bi-li-tà”, scandendo con saccenteria la parola.
I due si guardarono, mormorarono scuse indistinte. Anche il papà questa volta biascicò qualche parola, e se ne andarono.
La maestra non seppe mai che Giulia di notte aveva altro da fare che dormire.

venerdì 11 febbraio 2011

Ode al soffritto


Sfrigola allegramente la cipolla
Nella padella scura.
Candido arabesco lattescente
Che appassisce docile e lucente
Mentre nella tua mente chiara pensi
“ci butto il pomodoro”.

E trapassa il candore originario
Al giallo paglierino,
Poi nocciola diventa il suo profumo
Presto, presto butta, prima che il bianco
Diventi color  marrone opaco
E l’arabesco pria lieve cristallo
Ardito si piazzi sullo stomaco 
Col peso di un cavallo.

martedì 8 febbraio 2011

Hubris (Per i bambini rom arsi vivi a Roma)

Nessun risarcimento
Per la tenera carne
Fumante sull’altare
Del nostro mondo ottuso.

Splende il vitello d’oro
Tra le risa degli ebbri
Tra le coppe levate
Delle libagioni.
Tra gli spasimi
Di amplessi scellerati.

Delira Pasife
Nel ventre della vacca
Che partorirà
Minotauro infelice.

domenica 6 febbraio 2011

Speranza

Cammini a passo di danza
Davanti a me nel vento.
Seguo le tracce della tua giovinezza
E ne raccolgo pollini dorati
Che l’olfatto inebriano
Impalpabili.

Ti sei fermata sull’orlo
Dell’abisso.
Le braccia aperte
Ali offerte
Al rapimento del sole.

E ti guardo volare
Intrepida
Verso profondità
A me ignote.

I colori di Louise (Omaggio a Louise Bourgeois)

Il giorno l’ha sorpresa ancora all’opera. Quando attraverso la grande finestra a vetri la luce lattiginosa di quella mattina d’inverno ha invaso l’atelier, Louise si è tolta i guanti da lavoro, quelli con cui protegge abitualmente le sue mani ossute. La pelle, resa azzurrognola dalla fitta ragnatela di capillari che l’attraversano, sembra doversi rompere da un momento all’altro. In realtà le mani di Louise  rivelano, agli occhi di chi le guarda e al tatto di chi ha avuto il privilegio di stringerle, una strana e meravigliosa energia. La stretta di Louise trasmette un calore benefico, una scarica di vita.
Ora che la fusione è compiuta, le sue mani possono riposare, dopo la notte di febbrile compimento. Decide di andare in cucina a farsi un caffè, ne ha proprio bisogno. Sente lentamente il caffè scenderle nella gola, caldo, forte, nero. Sente che la spirale in cui si era rattrappita si svolge dolcemente. Il cuore della spirale si dilata, allarga le sue volute, allenta la sua morsa. È dal centro, dal cuore che ricomincia la sua apertura al mondo, la rinuncia al controllo, il ritorno al dono. Al di là dei vetri, la pioggia di minuscoli cristalli di ghiaccio picchia sullo strato impalpabile della neve già posata con levità sui rami degli alberi: ne hanno ridisegnato le linee, sfrangiandole come antichi fragili merletti.
Louise non riesce a parlare. Sente che le parole giacciono al fondo del caos, nella sua anima. La sua ultima opera è conclusa. Ritorna verso il lavandino, apre il rubinetto e lascia che il rivolo d’acqua trascini con sé lo zucchero che prima si era versato, perché improvvisamente le sue mani hanno smarrito la fermezza, hanno tremano di ansia e di gioia.
Fuori tutto è bianco. Se lei fosse un pittore ricorrerebbe alla tavolozza per esprimersi. La parola, mediata da segni e prigioniera di convenzioni, le sembra debole, inadatta. Il colore saprebbe dire immediatamente come si sente adesso. Si sente tutta bianca anche lei. Incontaminata. Il bianco è il colore che accompagna la nascita, il colore di tutte le promesse. Si parte da zero. Se dovesse esprimere un desiderio, la tela si riempirebbe invece di azzurri. L’azzurro di un orizzonte sconfinato che accoglie con rispetto ogni soffio di speranza, ogni battito d’ala. Meditazione, pace, fuga. Lei invece scolpisce. Ha bisogno di dare plasticità, forma e solidità alle paure che bussano alla sua mente. Che opprimono il suo cuore. Ha bisogno di materia da plasmare per governare l’ombra di Edipo, della Sfinge, dell’Oracolo.

Ci furono,  un tempo, i giorni del rosa, il colore dell’accettazione di sé, del suo essere donna. Ma il rosa è confinato nella parte più remota della sua anima. Forse dimenticato nel suo scrigno dei ricordi dove a nessuno è dato penetrare. Non sono i ricordi ad andare da lei. È Louise che conserva, custodisce e rovista nel mucchio per trarne forme e materie. Per tenere a bada una nostalgia che provocherebbe lacrime e inazione. Lei è una scultrice: impasta, modella, fonde.
Il trambusto nella stanza a fianco la rassicura, placa la sua ansia e le infonde una gioia segreta. Gli operai specializzati sono al lavoro già da un po’. Potrebbe offrire loro una tazza di quel caffè, caldo, nero forte. “Fate piano!” In realtà non ha parlato. Sulla porta li ha solo guardati con i suoi occhi taglienti, feroci. Tra le rughe del suo viso spudorato, beffardo. E poi se ne’è tornata col suo caffè dietro i vetri della finestra. Può stare tranquilla, loro sanno come fare.
I giornali di ieri ne hanno già dato notizia. Il mondo ottuso aspetta la sua nuova epifania, pronto a criticare, a schernire, a non capire.
Ecco, stamattina si dà compimento ai giorni del rosso, ai giorni del fare. Il groviglio di emozioni di Louise si è materializzato in Maman. La sua creatura è grande, immensa e leggera. È nata.
“Ne avranno paura”, pensa. Ma non se ne cura. Oggi Louise è rossa, incandescente. “Sono pronta allo scontro, alla contraddizione, all’aggressione.”
Louise ha partorito Maman, il grande ragno. Aracne la tessitrice che tesse nell’ombra, negli angoli bui, indisturbata. Cara mamma io ti ho partorito, io ti ho messa a dormire nel bronzo sottile, risonante.
“Fate attenzione!”
 Gli operai fanno scivolare con cautela su binari l’enorme culla di Maman. Dorme Maman, partorita nel bronzo. Louise, uscita sulla porta, sorveglia, tenendo in mano ancora la tazzina del caffè, le delicate operazioni del trasporto della sua creatura, incurante della pioggia gelata che le pizzica il volto e lascia sui capelli effimere farfalle di ghiaccio. Il caffè ha smesso di fumare.
Verranno i giorni del nero. Del lutto, della colpa.
Il cortile della grande casa è immacolato, come le mani purificate di Louise.
“Oggi ho partorito mia madre nell’assoluta freschezza del bianco, il colore delle mille promesse.”
                                                                                   

domenica 30 gennaio 2011

Banani, husky e profumo di spezie orientali.

Stamani, contrariamente al solito, ho fatto una lunga passeggiata nel mio quartiere. Un quartiere popolare di villette a schiera tra le quali si levano, come spioni un po’ disorientati, alcuni palazzi circondati da grandi spazi verdi, immersi nella luce uggiosa e livida che l’inverno regala generosamente alla val padana. Attorno, un diramarsi di viottoli, stradine e stradicciole tra siepi di lauroceraso, gelsomini (addormentati), e perfino qualche pianta più esotica, come un banano.
Mi fa tenerezza il banano in esilio: le sue grandi foglie sono accartocciate, pesanti, gravide di gelo e umidità. Resiste stoicamente anche alla stupidità di chi l’ha deportato in queste regioni.
E stamattina, contrariamente al solito, non ho incontrato nessun cane di grossa taglia, sguinzagliato e libero di deporre le sue deiezioni ovunque.
Per me che ho paura dei cani, e ancor di più di alcuni loro padroni, è stata una bella sorpresa. In genere, alcuni abitanti delle villette, forse pensando di essere in grandi parchi nobiliari e non in pochi miseri metri quadri di terra, si fregiano di mastodontici cani blasonati e piante esotiche che danno un’immediata sensazione di straniamento.
Può capitare facilmente di incontrare nell’estiva afa stagnante della pianura padana un povero husky con gli occhi accartocciati come le foglie del nostro amico banano. Nati per trascinare slitte sui ghiacci dell’Alaska, si tirano dietro un carico oneroso di umana ottusità. So di un rotweiler di nome Rea che vive con la sua padrona in un appartamento di circa settanta metri quadri, a pochi passi da casa mia, e condivide la magione anche con un gatto, il quale è perennemente costretto a vivere sopra un armadio. Non ardisce scendere per ovvie ragioni. Farebbe la fine delle gambe del tavolo che, un bel giorno, rosicchiato a dovere dalla placida Rea, pare sia crollato al suolo fragorosamente, mentre attorno al tavolo erano seduti i padroni e alcuni amici a cena. Gli amici avevano preso la precauzione di tirare su le gambe sotto il loro sedere e ingollavano amari bocconi in quella comoda posizione. La Rea è una vera Regina di Cuori. La sua crudeltà, come la sua rabbia, è archetipica.
Forse s’è capito perché, pur temendo istintivamente una cane, la paura mi passa dopo aver conosciuto il padrone. O si accresce, dipende dai casi.
Sono tornata a casa ritemprata da tutte le emozioni che la bella passeggiata ha evocato, ma la gola ha cominciato a pizzicarmi, a stizzire le mie corde vocali ispessite da anni di brontolii professionali e casalinghi.

È venuto il momento della mia bevanda anti mal di gola. L’ho preparata pregustandone i profumi,  ho sorriso al pensiero  che anch’io stavo ricorrendo all’esotico per consolarmi dell’avversa geografia residenziale come il   padrone del giardino col banano estraniante, e l’ho sentito fratello.


Tisana (o decotto?) per gorgheggi virtuosi.
Acqua 2,5 dl
5 grani di pepe nero
5 chiodi di garofano
1 pezzo di stecca di cannella
2 frutti di anice stellato
2 fettine di zenzero fresco
1 cucchiaino (o bustina) del vostro tè preferito
1 cucchiaino di miele o zucchero (facoltativo)

Mettere sul fornello un pentolino con l’acqua e tutti gli ingredienti ad eccezione del tè. Portare a ebollizione. Far bollire per un paio di minuti.
In una tazza mettere il tè e aggiungere la tisana-decotto. Filtrare se necessario.
Vi assicuro che due tazze al giorno stoppano un mal di gola che inizia a farsi sentire.

giovedì 27 gennaio 2011

Domani

Arriverà Primavera.
In silenzio
sulle ali gentili
Di Zefiro.

A volo radente
Spargerà il seme dell’oblio
Su quest’inverno
Duro
Greve
Funereo.

Accarezzerà  Primavera
le zolle incredule
gelate
rassegnate.
E ne trarrà fuori
La tiepida forza
del grembo
assopito.

lunedì 24 gennaio 2011

AAA Divano Rosso Vendesi


Sono stato chiamato in direzione. Nell’ufficio del direttore mi accoglie un’aria densa, quasi irrespirabile. Il posacenere sulla scrivania di mogano gronda mozziconi.
Nonostante il divieto di fumare appeso in bella mostra sul muro alle spalle della scrivania, l’ufficio del capo mantiene le sue atmosfere da film anni cinquanta. Non ci si meraviglierebbe, se alla porta si affacciasse Philip Marlowe con la sigaretta all’angolo della bocca.
All’ingresso c’è Mario, il centralinista. Dovrebbe anche dare informazioni e filtrare i visitatori, ma è facile trovarlo al bar di fronte, a bersi l’ennesimo caffè. Siamo una redazione un po’ cialtrona, ma conosciamo il mestiere. Il viavai non cessa per tutto il giorno.

‒ Allora, cosa mi combina? Gesualdi si è lamentato. Il suo lavoro è approssimativo.
Il direttore mi guarda accigliato e la faccia di Gesualdi, il caporedattore della Nera, si sovrappone vendicativa sulla sua.
Io rivolgo gli occhi alle punte delle scarpe. Sento le mie guance che scottano. Sono sicuro che virano al bordò. Mi succede, quando sono a disagio. Sono quello che dicono un timido.
‒ Lo chieda al capo redattore perché i miei pezzi non passano ‒ rispondo biascicando le parole. ‒ Io faccio del mio meglio. Io... cerco di fornire tutti gli elementi per un pezzo efficace. E poi, (ho un’impennata, sapendo di essere raccomandato) ognuno ha il suo stile.
Il dottor Giunti, direttore e padrone del nostro giornale, continua a fumare, ma non mi toglie gli occhi di dosso. La sigaretta tra le sue labbra termina con una tremula colonnina di cenere. In un angolo della sua bocca sboccia un piccolo fiore bluastro, segno della dilatazione di una vena a causa del calore della sigaretta.
‒ I suoi pezzi, come li chiama lei, risultano troppo asettici, esageratamente schematici. Mancano di pathos. Non filtra alcuna emozione, e la NERA ( e la sua voce si carica di toni minacciosi) si regge sugli scossoni emotivi che riusciamo a dare anche al lettore più distratto o più menefreghista. Guardi qua: «Marito quarantenne uccide moglie e amante». E poi: «Tunisino accoltella pakistano in piazza Rodi a Verona». Titoli esangui, mi scusi il gioco di parole, (e a me scappa un risolino) come i pezzi. No, non va. Cambi  strada altrimenti se ne ritorna agli annunci economici.

Sono stato promosso da poco alla Nera. Mi ha raccomandato l’ingegner Negroni, amico del dottor Giunti. Preparo i resoconti giudiziari per il redattore. Ma imposto anche il pezzo. Le famose cinque W: WHO, WHAT, WHEN, WHERE, WHY. Un conciso promemoria per accelerarne la stesura, quando il redattore ha il blocco del foglio bianco. Per la Nera il punto più trascurabile dovrebbe essere il WHY; il perché sarebbe compito degli inquirenti. Qualche ipotesi si può azzardare con le cautele del caso, ma qui finisce il mio lavoro e tocca al redattore rivestire di adeguati panni la scheletrica creatura.
 Un lavoro oscuro il mio, ma, ne sono sicuro, la gavetta mi porterà a raccontare storie complete, prima o poi. Giuro che mi sto impegnando. Devo onorare la raccomandazione del dottor Negroni.
Fino a qualche giorno fa, il mio compito era quello di moderare l’accettazione degli annunci economici, quelli dell’inserto gratuito del sabato. Dovevo controllare che gli annunci non contenessero parole ingiuriose, contrarie alla morale, bla, bla, bla.
Mi divertivo con gli annunci. Chi pensa invece che sia noioso leggerli e registrarli, non ha capito niente. Però ha ragione chi mi prende in giro. Sì, non è un lavoro degno di un cronista, di uno che ambisce a diventare una firma. Mi dicono tutti di perseverare, ma le Firme sono spocchiose e non sono disposte a insegnarti niente, anzi ruggiscono difendendo il loro territorio come bestie rabbiose e si azzannano anche tra di loro quando qualcuno ruba l’occasione di uno scoop a qualcun altro. Un inferno questa dannata competizione.
Gli annunci invece sono una ‘piazza’deliziosa’. Non hai bisogno di andartele a cercare le storie. Le storie sono lì sotto i tuoi occhi, ammiccano, chiedono solo di essere raccontate.
Volete un esempio di annuncio? Ecco, prendete questo:
«Vendesi divano letto quasi nuovo, tre sedute, velluto rosso. Materasso incluso. Prezzo da concordare. Trasporto a carico del venditore. No perditempo.»
Vedete, io leggo e percepisco il brulichio della vita che scorre, il trapestio di un trasloco fatto o da fare. Si accavallano le voci di una famiglia di tre, facciamo di quattro persone. O magari quattro persone e un cane. In questo caso il cuscino preferito dal cane presenta di sicuro un certo logorio del velluto, una radura di forma rotondeggiante, più sbiadita. E la macchia di fango, ne vogliamo parlare? Una macchia di fango che nemmeno il K2O è riuscito mai a disintegrare.
Il cane è uno spinone, accompagna il padrone a caccia. È bravissimo a stanare la preda, ma appena il padrone spara un colpo di doppietta, lo spinone corre a rifugiarsi sotto la macchina e non ne esce più. Preferisce i cuscini del divano. Sicuramente nelle cuciture vi trovereste qualche pelo sottile, impalpabile, ma implacabile. E se invece del cane ci fosse stato un gatto? Allora il divano facilmente avrebbe sugli angoli le lacerazioni delle sue unghie. Gli angoli dei divani offrono ai gatti casalinghi una goduria senza fine. Il rumore forsennato dei loro artigli è tale che di notte il nonno, perché potrebbe esserci un nonno, nonostante la sua incipiente sordità, non riesce a dormire per quel trac trac continuo e beffardo.
Il nonno dorme nello stanzino tra la cucina e il soggiorno. È arrivato in casa da poco, da quando è morta la nonna e da solo non poteva più stare. Sapeste che liti e che discussioni in famiglia! La signora giustamente non vuole farsi carico del suocero anziano.
‒ Tuo padre qui con noi? Sei impazzito? E chi ci bada? Tu non di certo. Quindi devo farlo io. Un altro carico da novanta sulle mie povere spalle. E dove lo mettiamo?
E poi la sistemazione si è trovata. Lo sgabuzzino è abbastanza ampio per un letto, un comodino e un armadio a due ante, struttura tubolare e rivestimento di tessuto plastificato.
‒ Va bene, per me va bene ‒ ha bofonchiato il nonno.
L’aria vi arriva da un finestrino a vasistas lungo tutta la parete.
 ‒ Mi basta che ci sia un po’ d’aria ‒ ha aggiunto il vecchio, guardando il vasistas in alto con gli occhi appannati dalla cataratta.
 ‒ Papà, ‒ gli ha detto il figlio ‒ ci starai benissimo. Come un re!
E intanto pensa che l’appartamento grande di suo padre, si potrà vendere in fretta e così potrà finalmente cambiare macchina e portare sua moglie in crociera. Mamma mia, per questa crociera che ritornello! La crociera è diventata la vacanza più ambita. Pare che le amiche di sua moglie tutte abbiano provato il brivido di una crociera. Persino della crociera sul Nilo. L’hanno fatta dopo aver visto in televisione un film con un famoso investigatore con i baffetti impomatati e la scriminatura centrale. Lui, un po’ patetico, ma i vestiti delle signore erano magnifici. Ah, la belle epoque!
‒ Anche la Grazia ci è andata, figurati! La moglie non demorde.
La parole di lei sono miste di isteria e autocommiserazione e, nello stesso tempo, alludono impietosamente alle misere entrate della sua famiglia. Con lo stipendio del marito!
‒ Grazia chi? E dov’è che è andata? Fa lo gnorri lui.
Sa benissimo chi sia Grazia e con quali soldi lei e il gentile consorte si siano pagati la crociera. Lei e suo marito sono i titolari un’impresa di pulizie con una trentina di dipendenti, tutti a nero, i soliti provvidenziali extracomunitari irregolari.
Il divano rosso risuona delle risatine della figlia maggiore. Quando i genitori escono, in genere diretti al supermercato, pomeriggio del venerdì, Claudia - sì è un bel nome e anche lei è carina - fa partire lo squillo per Gianluca, il suo ragazzo.
‒ Vieni, via libera, ma fa presto! Il nonno? No, non preoccuparti, lui è nel suo sgabuzzino, dorme.
Quante risate su quei cuscini rossi! Bacini, carezze audaci, turgori sconosciuti e sobbalzi. I due, messi assieme, fanno al massimo una trentina d’anni di spensieratezza e fretta di vivere.

E poi, un giorno, finalmente si vende l’appartamento del nonno. Allora un salotto nuovo e fiammante fa il suo ingresso in quel soggiorno e il vecchio rosso glorioso divano diventa soltanto una macchia colorata nel grigio degli annunci economici.
Dalle righe stampate lancia malinconici richiami col suo colore un po’ stinto  ai lettori dell’inserto gratuito della Gazzetta di Macondo. ‘Trasporto gratuito’: quanta fretta di liberarsi della vecchia gloria!
Volete paragonare l’universo rumoroso e multiforme che si agita negli annunci economici con la noia e la prevedibilità di un resoconto di Nera?

Mi sono accorto che sto indugiando troppo. Il direttore aspetta la mia replica. Tossisco, mi metto educatamente la mano davanti alla bocca.
 ‒ Allora? Non mi faccia perdere tempo! Mi dica qualcosa di sensato? ‒ ruggisce il direttore, con la sua voce catramosa, mentre per l’agitazione della mano la cenere dell’eroica sigaretta cade senza fare rumore e si sparge dispettosa sui fogli affastellati, su una manciata di fermagli,  sulla custodia di pelle color rosso scuro di un'agenda, sul  piattino della tazzina del caffè, ormai vuota, sulla cornice in cui spicca il sorriso di una bionda signora, incantatrice. Insomma, su tutta la scrivania.
‒ Allora io, io ho fatto del mio meglio.  Se a lei non dispiace, preferirei tornare agli annunci.
La mia voce adesso è quasi un sussurro. Le mie guance un po’ più accese.
‒ Vada, si tolga dai piedi e ringrazi l’ingegner Negroni che non la sbatto fuori dal giornale adesso, qui, su due piedi! Guarda tu che razza di figura farò con l’ingegnere. Perle ai porci! ‒  inveisce il direttore.

Sul monitor del mio pc arriva l’ultimo annuncio. State un po’ a sentire: «Vendesi singola ruota di bicicletta, anno 1953. Pezzo da collezione. No perditempo.»
Sarà mica quella del campionissimo, del 

grande Fausto Coppi?

giovedì 20 gennaio 2011

In direzione ostinata e contraria

Trovo sia triste, e anche un po’ patetico, andare in un agriturismo per vedere come si impasta e come si fanno dolcetti tradizionali, per scoprire le verdure dell’orto e i loro nomi. Credo sia anche troppo dispendioso, e i corsi negli agriturismi mi sembrano figli della falsa genuinità dei nostri tempi, anche quando le intenzioni originarie potrebbero essere buone. Accade così che oggi, in molte città, la spesa non si faccia più al supermercato, ma in boutique di prodotti similnaturali, su scaffali HighTech, disposti in bell’ordine. Ho provato a leggere l’etichetta di una gelatina di vino (a che servirà? Apprendo che si tratta di un dessert, da servire fresco), di Negramaro e di Chianti, per la precisione, e gli occhi mi si sono annebbiati per la ricchezza di elementi che con il vino hanno assai poco a che fare. Forse con la gelatina la parentela è più chiara. Il prezzo? Non sto neanche a dirlo. Il mangiar naturale sembrerebbe diventare una sciccheria che pochi potrebbero permettersi.
E così, mentre i poveri, la gente comune, le famiglie operaie fanno la spesa ai discount, dove la cioccolata spesso ha un retrogusto di polvere muffosa e i biscotti un sapore che attinge a tutte le fantasie della sintesi chimica odierna, la passata di pomodoro è cinese, la pasta… non ne parliamo, i ricchi, i borghesi che hanno stile e portafoglio, corrono in questi empori luminosi che ricordano, per la varietà e la disposizione delle merci, i tipici store del Far West, ma più levigati e stilizzati. Depurati dalla polvere degli stivali e dagli odori penetranti.  Da un momento all’altro mi aspetto che compaiano selle di cuoi appese agli angoli e tessuti  di cotonina a fiori, ripiegati sul bancone. Corrono gli sciccosi, dicevo, a comprare o a consumare sul posto cibo genuino e ben presentato. A me un tramezzino al pollo che costa 9 euri fa passare subito la fame.
E allora, invece di portare i pargoli urbanizzati in agriturismo, o a fare un bagno di pseudo genuinità in questi nuovi santuari alla moda, mi sembra più bello e decoroso insegnare loro un po’ di manualità in casa. No, non tutti i giorni. In occasione di feste o ricorrenze, per esempio. Alleveremmo figli meno imbranati, più consapevoli dell’esistenza dei cinque sensi, più capaci di prender in mano un oggetto senza sembrare papere timorose e, soprattutto, meno assuefatti al gusto standardizzato delle merendine industriali e agli hamburger dal sapore di plastica  e ultracalorici dei fast food. Forse li renderemmo più resistenti alle sirene delle mode.

Suggerisco un esercizio: fare insieme gli Occhi di Santa Lucia.
Berrebbero le vostre parole, i vostri gesti, le vostre pause, le vostre occhiate, il vostro calore. Si ciberanno di passione e sapere. Quante cose si imparano cucinando! Aveva ragione Suor Juana Inés de la Cruz: “Se Aristotele avesse cucinato, molto di più avrebbe scritto”. E suor  Juana non era una suora qualsiasi, ma un astro splendente della poesia messicana: a tre anni aveva già imparato di nascosto a leggere e, in seguito, in sole venti lezioni apprese magistralmente il latino ( ringrazio Caterina per avermela fatta conoscere).
Sto divagando, è vero, ma l’etimologia del termine mi fornisce un alibi di ferro: di-vagazione, vagare qua e là, divertirsi, uno dei benefici privilegi dell'Otium.

Occhi di Santa Lucia
Ingredienti:
Farina 00     500 gr.
Zucchero     50 gr.
Olio             0,1 dl
Uova           2
Mezza bustina di ammoniaca per dolci
Latte           0,1dl circa
Buccia grattugiata di 1-2 limoni
Pizzico di sale  1

Per la glassa o giulebbe
Zucchero    200 gr.
Acqua         1 dl
Albume      1

Preparazione
Disporre a fontana la farina sulla spianatoia. Metterci le uova col pizzico di sale, prima battute con una forchetta. Aggiungerci lo zucchero, la buccia del limone, l’ammoniaca disciolta nel latte tiepido e impastare fino a ricavarne una pasta liscia e di media consistenza. Lavorare la pasta in cilindretti dallo spessore di ½ cm e ricavarne dei tarallini del diametro del vostro indice attorno al quale avvolgerete il “lucignolo”. Mettere su una teglia foderata con carta forno e infornate a 200°. Dopo tre minuti abbassare il forno a 170°. Pochi minuti basteranno a renderli dorati, Estrarre dal forno.
Mentre i tarallini (occhi) si raffreddano e i bambini stanchi correranno ai loro divertimenti consueti, potreste occuparvi della glassa. Operazione delicata e non molto semplice.

Glassa cotta (più antica ed elegante nella resa)
Mettere in un pentolino lo zucchero e l’acqua. Se non dovesse sciogliersi del tutto, col calore del fuoco (moderato) lo zucchero si scioglierà benissimo, rimestando un po’ con un cucchiaio di legno.. Fate cuocere lo sciroppo fino a quando, prelevandone una goccia col solito cucchiaio questa “filerà” schiacciata tra l’indice e il pollice. Spegnete subito e trasferite in un recipiente più grande (dovrà contenere anche i tarallini dopo!). Battete con vigore con una forchetta (non vi preoccupate se si addenserà) e poi con un frullino elettrico, aggiungendo qualche goccia di limone e uno o due cucchiaini di albume battuto a neve. Il limone dà il profumo e l’albume un bianco lucido. Sarà pronta quando sarà bella liscia.

Se quest’ultima parte vi mette in ansia, omettete di fare ‘sta benedetta glassa cotta e fatela cruda così:

Due albumi battuti a neve ben ferma.
250 gr. di zucchero a velo (dose approssimativa per la variabile grandezza delle uova).
Sbattete in un ciotola abbastanza capiente, fino a farne una glassa liscia e consistente in cui tufferete i tarallini (Occhi), rigirandoli con delicatezza. Prima di calare i tarallini, fate la prova: se la glassa tende a cadere dalla superficie e a depositarsi alla base vuol dire che è troppo liquida! Aggiugere in questo caso, ancora un po’di zucchero.
Dopodiché li disporrete, avendo avuto cura di bagnarvi le mani con acqua, a mucchietti di due/tre su un’asse di legno e lascerete asciugare almeno per una notte.

Contrariamente a quello che sembra gli Occhi di Santa Lucia non sono eccessivamente dolci, perché nella pasta c’è pochissimo zucchero e la glassa su ciascuno di essi sarà meno calorica di una caramella!




martedì 11 gennaio 2011

Partiamo.





Quando il viaggio sarà terminato
Ci guarderemo sorpresi
impacciati come la prima volta.
Le tue mani e le mie
Stringeranno bagagli diversi
I miei occhi e i tuoi
Avranno visto soli  e lune d’altri mondi

I tuoi piedi e i miei
Avranno calcato terre sconosciute
Lontane,
Dove non portano
passaporti elettronici
aerei veloci
rapidi treni
e automobili a motore turbo.
Il mio cuore e il tuo
Avranno segnato i battiti
Di un ritmo
Dissonante.

Quando il viaggio sarà terminato
Ci accorgeremo
Che il nostro viaggio
Non è mai iniziato.

sabato 1 gennaio 2011

Caterina dei miracoli

Anche oggi giochiamo a scacchi.  Osservo il teatro della battaglia, la scacchiera. Ripasso le regole che Caterina mi ha elencato la prima volta che son salito quassù per incarico del droghiere, quello che sta sull’angolo della piazza del mio paese.
‒ Portale questo pacco, tu che gironzoli da quelle parti.
 È vero, io gironzolo, che altro potrei fare? Mi piace stare da solo, io e la montagna. Non devo dare spiegazioni alla montagna. Lei è lì che ammicca sorniona: prendimi, se puoi. E dopo la montagna, il rifugio della mia biblioteca, dove sogno la vita e vivo vite altrui, accoglie il mio passo felpato.
Caterina un mercoledì mi ha invitato a entrare. Mi ha preso dalle mani il pacchetto del droghiere e mi ha offerto un liquore di ribes. È cominciata così. Da allora, ogni mercoledì, salgo da Caterina, ma prima passo dal droghiere.
 ‒ Devi consegnare qualcosa a Caterina?
Un pretesto, chiaro, ma lui ha capito il mio gioco. Non mi piace tanto la sua condiscendenza, anche se sono anziano, non sono ancora del tutto rimbambito.
‒ Sì. Caterina per telefono mi ha ordinato farina e zucchero. Ecco qua, mi fai proprio un favore.
 La drogheria, in questo piccolo paese, continua ad essere una specie di emporio odoroso di spezie, ma anche di saponina e di caramelle. Puoi trovarci un po’ di tutto. No, non è un supermercato. Il locale non ha uscite di sicurezza, luci a neon, cartelloni pubblicitari. È angusto, ma i contenitori di caramelle a destra e quelli dei legumi a sinistra della cassa sembrano scrigni pieni di antichi tesori. C’è ancora il vecchio Lapo dietro la cassa. L’insegna è sempre la stessa. Non cambia quasi nulla nel mio paese.
Io non ho ancora imparato a giocare bene a scacchi. Caterina ridacchia alla fine di ogni partita.
 ‒ Tu non ti concentri, devi pensare alla mia risposta, alle mie mosse. Tu muovi a caso e negli scacchi non si fa così. Numero uno: "La casa della scacchiera posta nell'angolo a destra del giocatore deve essere di colore chiaro".
È successo qualche mese fa. Caterina interrompe spesso la mia concentrazione: ‒ Sei ancora un principiante ‒ dice e  gira la scacchiera di novanta gradi  per incominciare una nuova partita. Già, sono un principiante.
Caterina è spuntata miracolosamente nella mia vita come un croco sul terreno d’inverno, appena abbandonato dalla neve. Un piccolo sole giallo che ammicca dal basso. Mi sento di nuovo attratto da una donna, dopo tanto tempo di dolore consumato in solitudine. Per vederla affronto due ore di scarpinata in montagna e non per andare a funghi o per cacciare qualche animale che si fa beffe di me da anni, di me che sparo in aria per vederlo fuggire sano e salvo. Pensandoci bene, anche la caccia finora è stata un pretesto per star solo.
 Per questa donna cammino, anzi mi inerpico per due ore sul sentiero impervio che conduce alla sua casa. La casa di Caterina è proprio in alto, su una spianata verde delimitata da larici e abeti rossi. Un gradino nel fianco della montagna che riprende a fuggire quasi  subito verso l’alto da dove osserva impassibile tutto ciò che si muove quaggiù. Al centro del prato attorno alla casa Caterina ha fatto piantare un cedro del Libano che sta crescendo e tra un po’ supererà in altezza larici e abeti.
‒ Non sei mica sulle montagne del Libano ‒ le ho detto il giorno che sul prato si affaccendavano gli operai del vivaio venuti dalla città a piantumare.
‒ Questo sarà il mio Libano ‒ mi ha risposto visibilmente irritata.
Da quel giorno, tutti i mercoledì, arrivando dal sentiero, ogni dieci passi sollevo lo sguardo in direzione della casa di Caterina, ma il bosco lassù impedisce la sua vista, sicché ogni volta mi chiedo se la casa esista davvero, se Caterina esista davvero. Caterina, il miracolo.
Caterina ha settant’anni come me, un caschetto impertinente di capelli bianco argento che scuote con vivaci scatti della testa. Anche a lei piace stare da sola. Altrimenti perché se ne starebbe lontana anche dal paese? Quando nel salutarla l’abbraccio sa di fiori, di cose buone che sentivo quando era piccolo attorno alle donne della mia famiglia. I miei abbracci sono lievi, appena accennati perché Caterina non ama gli abbracci.
‒ Su, su andiamo alla scacchiera.
Mi sottopongo con pazienza alla tortura di rimanere seduto per un’oretta sui cuscini del pavimento. Sono grandi e colorati, di sete sgargianti, isole di lusso sul ruvido pavimento in vecchio cotto. Immagino ondeggiare su di noi la tela bianca di una tenda nel deserto. La tenda di un sultano. Non ho mai visto il deserto, né tantomeno una tenda. Mi sento come lo sceicco bianco del film. Alzo lo sguardo e vedo scintillare tra le travi a vista del soffitto una grossa ragnatela dove è in agguato indisturbato Spider, il ragno di casa. Fila e aspetta.
‒ Sediamoci, allora.
Mi sorprende ancora la sua scontrosità, ma comincio a pensare che anche per lei il mercoledì non venga soltanto per la sua dannata partita a scacchi. Ogni volta che salgo da lei le porto qualcosa, anche se il droghiere non ha nulla da farmi consegnare. Oggi ho raccolto, guardingo come un bracconiere, un mazzetto di genziane. Caterina mette le genziane di un blu sfavillante in una piccola brocca di ceramica dipinta in verde. Una delle sue ultime creazioni. Caterina è un’artista e di colori se ne intende.
‒ Sei stato attento a non superare il numero consentito, bravo ! ‒ mi ha detto Caterina.
 Io so che le sono piaciute. So che non lo ammetterebbe mai. Anche lei mi sembra prigioniera di un antico dolore che fatica a sciogliersi. È la prima volta che io porto fiori a una donna.
Quanti sono i mercoledì che salgo su questa baita? Non lo so, ne ho perso il conto. So che la salita diventa ogni volta più lieve, più breve. Caterina mi aspetta quasi ogni giorno, e io non posso, proprio non voglio farla aspettare. La prima mossa oggi sarà mia, e sono sicuro che lei non si arroccherà.