giovedì 24 febbraio 2011

Mare Nostrum

Il sangue dei figli
Nel cavo delle mani
Si bagnano le labbra
E gli occhi
Le madri di Libia.
 
Ululano
Sotto i nostri occhi
Abbacinati
Dalle insulse chiacchiere
Dei salotti televisivi.

Intanto
La terra riarsa 
Beve
Umore acre di ferite
Secrezioni purulente
Di cadaveri ammucchiati.

Un giglio nero
Sovrasta i gelsomini
Arrampicati impavidi
Sui muri scalcinati
Nella polvere secca
Degli spari.


domenica 20 febbraio 2011

Giulia, punto e virgola.

Giulia era una bambina. Una bambina dal viso angelico e occhi castani. I suoi lunghissimi capelli biondi, che si inanellavano sulle punte con tenere volute,  le davano all’apparenza un’aria angelica subito contraddetta dai lampi che quegli occhi, né belli né brutti, saettavano quando uno meno se l’aspettava. Una bambina  di quelle che sembrano venute al mondo per fare la gioia di mamma e papà che raccoglievano compiaciuti i complimenti di parenti e amici.
‒ Che bella bambina! Un faccino che sembra fatto di burro.
E non si trattava di complimenti formali, dettati dal galateo mai scritto degli adulti di fronte a un nuovo essere che veniva ad abitare abbastanza casualmente questo pianeta. I complimenti erano sinceri, dettati dall’affetto ma tenuti a bada dallo sguardo carico di prudente sospetto della bambina che squadrava da capo a piedi l’interlocutore come a intimargli di non dire ovvietà. Fin dai primi mesi della sua esistenza.
In realtà Giulia era venuta al mondo con le idee chiare: rovesciarlo da subito con ingenua caparbietà. E fare a suo modo. Sempre.
Fu così che Giulia, un giorno, disse a mamma e papà:
‒ Non voglio più andare all’asilo. Io domani vado a scuola.
E lo fece senza perdersi in spiegazioni e senza abbandonarsi a capricci piagnucolosi, come succede quando i bambini vorrebbero ottenere qualcosa che sanno essere impossibile, e solo lo sfinimento dei malcapitati genitori può realizzare. Lo disse una mattina, al terzo anno di asilo appena iniziato, dopo aver trascorso la notte, quasi tutta la notte a giocare nella sua stanza, mentre mamma e papà cercavano di dormire almeno una decina di minuti. Sì, perché Giulia di notte non dormiva. E non dormì fino agli otto anni. Giorno più, giorno meno.
‒ Come facciamo?
Il papà e la mamma si guardarono smarriti.
A Giulia l’asilo non era mai piaciuto. Per due motivi. Il primo era la mensa. Lei mangiava soltanto un quarto di mela e mezzo panino. Qualche volta, la suora sua maestra riusciva a farle fare, senza dir nulla alla madre superiora, un uovo al tegamino. Il secondo era il fatto che all’asilo non si scriveva e leggeva. Giulia non vedeva l’ora di tornare a casa per aprire il suo “Quaderno del divertimento” dove disegnava e scribacchiava senza che nessun adulto potesse metterci becco.
‒ Oggi ci vai e basta. Domani è sabato e ne parliamo ‒ tagliò corto la mamma.
Giulia fu accolta come uditrice in una prima classe da un giovane maestro in un paesino di provincia. Ogni mattina a turno mamma e papà prima di andare a lavoro in città, l’accompagnavano in quella scuoletta, sperduta nella nebbia della pianura padana.
La pianura non fece in tempo a scrollarsi dalla nebbia che il maestro convocò mamma e papà a scuola.
‒  Signori miei, disse asciutto, così non va bene. Giulia deve fare da sola. Ne farete un mostro se continuate a correggerle i compiti.
I due, che erano in debito verso il maestro per aver accolto in classe quasi illegalmente, bisogna dirlo, la loro bambina, rimasero come allocchi e confessarono di non sapere di cosa stesse parlando. Prima, non avevano tempo di guardare i quaderni della figlia; secondo, se l’avessero fatto, la gatta che si nascondeva dietro il visetto angelico avrebbe cacciato fuori le unghie. Giurarono e spergiurarono di non aver mai aiutato la bambina nello svolgimento dei compiti.
‒ Leggete qui ‒ disse il maestro.
Le teste dei due genitori si accostarono compunti per leggere il quaderno che il maestro stizzito porgeva loro, aperto sull’ultima pagina.
‒ E… cos’è che dovremmo notare? ‒ chiese la mamma che cominciava a infastidirsi. Il papà accompagnava con gli occhi senza fare motto. Era il suo carattere.
‒ Il punto e virgola!
‒ Cos’ha il punto e virgola che non va?
La professoressa di lettere era pronta a mangiarsi quel maestrino di provincia che osava pontificare su un meraviglioso punto e virgola.
‒ Signora, ‒ e il maestro si fece ancor più maestrino ‒ il punto e virgola non fa una piega. Ma è innaturale che Giulia, alla sua età, a scuola da un mese, usi nientemeno che il punto e virgola in questo modo. Spezza il periodo, ma non interrompe la continuità del pensiero; la sua è una pausa espressiva funzionale in un periodo complesso. Vede? Rilegga, rilegga qui. Basta farle i compiti o comunque perfezionarli, vi prego!
La signora guardò il marito. Lui rideva sotto i baffi, compostamente, ma non parlava. Era fatto così. Fu lei allora a proporre di chiamare Giulia e chiederle se sapeva quello che aveva fatto.
Giulia arrivò. Accompagnata dal bidello che aprì la porta e la spinse dentro riluttante.
‒ Vieni qui, Giulia ‒ la voce del maestro era gentile, ma ferma ‒ dicci perché hai usato il punto e virgola.
Giulia prese in mano il quaderno di classe e lesse. Poi levò lo sguardo sul maestro e, dopo aver guardato la mamma che le sorrideva, disse candida:
‒ Mamma, ho provato. Sai, il punto lo avevo già messo, la virgola pure. Ho voluto provare con il punto e virgola.
Si salutarono cortesemente maestro da una parte e mamma e papà dall’altra, mentre il bidello riaccompagnava Giulia in classe.
L’anno dopo, la maestra della seconda convocò i genitori di Giulia.
‒ Signori miei, così non va. La bambina in classe mette la testa sul banco e dorme almeno fino alle nove. Evidentemente voi la mettete a letto troppo tardi oppure Giulia ha dei problemi di concentrazione. È spossata. Fa fatica a seguire. Faccio appello alla vostra responsabilità.
Anzi disse “re-spon-sa-bi-li-tà”, scandendo con saccenteria la parola.
I due si guardarono, mormorarono scuse indistinte. Anche il papà questa volta biascicò qualche parola, e se ne andarono.
La maestra non seppe mai che Giulia di notte aveva altro da fare che dormire.

venerdì 11 febbraio 2011

Ode al soffritto


Sfrigola allegramente la cipolla
Nella padella scura.
Candido arabesco lattescente
Che appassisce docile e lucente
Mentre nella tua mente chiara pensi
“ci butto il pomodoro”.

E trapassa il candore originario
Al giallo paglierino,
Poi nocciola diventa il suo profumo
Presto, presto butta, prima che il bianco
Diventi color  marrone opaco
E l’arabesco pria lieve cristallo
Ardito si piazzi sullo stomaco 
Col peso di un cavallo.

martedì 8 febbraio 2011

Hubris (Per i bambini rom arsi vivi a Roma)

Nessun risarcimento
Per la tenera carne
Fumante sull’altare
Del nostro mondo ottuso.

Splende il vitello d’oro
Tra le risa degli ebbri
Tra le coppe levate
Delle libagioni.
Tra gli spasimi
Di amplessi scellerati.

Delira Pasife
Nel ventre della vacca
Che partorirà
Minotauro infelice.

domenica 6 febbraio 2011

Speranza

Cammini a passo di danza
Davanti a me nel vento.
Seguo le tracce della tua giovinezza
E ne raccolgo pollini dorati
Che l’olfatto inebriano
Impalpabili.

Ti sei fermata sull’orlo
Dell’abisso.
Le braccia aperte
Ali offerte
Al rapimento del sole.

E ti guardo volare
Intrepida
Verso profondità
A me ignote.

I colori di Louise (Omaggio a Louise Bourgeois)

Il giorno l’ha sorpresa ancora quasi all’opera. Quando attraverso la grande finestra a vetri la luce lattiginosa di quella mattina d’inverno ha invaso l’atelier, Louise si è tolta i guanti da lavoro, quelli con cui protegge abitualmente le sue mani ossute. La pelle, resa azzurrognola dalla fitta ragnatela di capillari che l’attraversano, sembra doversi rompere da un momento all’altro. In realtà le mani di Louise  rivelano, agli occhi di chi le guarda e al tatto di chi ha avuto il privilegio di stringerle, una strana e meravigliosa energia. La stretta di Louise trasmette un calore benefico, una scarica di vita.
Ora che la fusione è compiuta, le sue mani possono riposare, dopo la notte di febbrile creazione. Decide di andare in cucina a farsi un caffè, ne ha proprio bisogno. Sente lentamente il caffè scenderle nella gola, caldo, forte, nero. Sente che la spirale in cui si era rattrappita si svolge dolcemente. Il cuore della spirale si dilata, allarga le sue volute, allenta la sua morsa. È dal centro, dal cuore che ricomincia la sua apertura al mondo, la rinuncia al controllo, il ritorno al dono. Al di là dei vetri, la pioggia di minuscoli cristalli di ghiaccio picchia sullo strato impalpabile della neve già posata con levità sui rami degli alberi: ne hanno ridisegnato le linee, sfrangiandole come antichi fragili merletti.
Louise non riesce a parlare. Sente che le parole giacciono al fondo del caos, nella sua anima. La sua ultima opera è conclusa. Ritorna verso il lavandino, apre il rubinetto e lascia che il rivolo d’acqua trascini con sé lo zucchero che prima si era versato, perché improvvisamente le sue mani hanno smarrito la fermezza, hanno tremano di ansia e di gioia.
Fuori tutto è bianco. Se lei fosse un pittore ricorrerebbe alla tavolozza per esprimersi. La parola, mediata da segni e prigioniera di convenzioni, le sembra debole, inadatta. Il colore saprebbe dire immediatamente come si sente adesso. Si sente tutta bianca anche lei. Incontaminata. Il bianco è il colore che accompagna la nascita, il colore di tutte le promesse. Si parte da zero. Se dovesse esprimere un desiderio, la tela si riempirebbe invece di azzurri. L’azzurro di un orizzonte sconfinato che accoglie con rispetto ogni soffio di speranza, ogni battito d’ala. Meditazione, pace, fuga. Lei invece scolpisce. Ha bisogno di dare plasticità, forma e solidità alle paure che bussano alla sua mente. Che opprimono il suo cuore. Ha bisogno di materia da plasmare per governare l’ombra di Edipo, della Sfinge, dell’Oracolo.

Ci furono,  un tempo, i giorni del rosa, il colore dell’accettazione di sé, del suo essere donna. Ma il rosa è confinato nella parte più remota della sua anima. Forse dimenticato nel suo scrigno dei ricordi dove a nessuno è dato penetrare. Non sono i ricordi ad andare da lei. È Louise che conserva, custodisce e rovista nel mucchio per trarne forme e materie. Per tenere a bada una nostalgia che provocherebbe lacrime e inazione. Lei è una scultrice: impasta, modella, fonde.
Il trambusto nell’altra stanza la rassicura, placa la sua ansia e le infonde una gioia segreta. Gli operai specializzati sono al lavoro già da un po’. Potrebbe offrire loro una tazza di quel caffè, caldo, nero forte. “Fate piano!” In realtà non ha parlato. Sulla porta li ha solo guardati con i suoi occhi taglienti, feroci. Tra le rughe del suo viso spudorato, beffardo. E poi se ne’è tornata col suo caffè dietro i vetri della finestra. Può stare tranquilla, loro sanno come fare.
I giornali di ieri ne hanno già dato notizia. Il mondo ottuso aspetta la sua nuova epifania, pronto a criticare, a schernire, a non capire.
Ecco, stamattina si dà compimento ai giorni del rosso, ai giorni del fare. Il groviglio di emozioni di Louise si è materializzato in Maman. La sua creatura è grande, immensa e leggera. È nata.
“Ne avranno paura”, pensa. Ma non se ne cura. Oggi Louise è rossa, incandescente. “Sono pronta allo scontro, alla contraddizione, all’aggressione.”
Louise ha partorito Maman, il grande ragno. Aracne la tessitrice che tesse nell’ombra, negli angoli bui, indisturbata. Cara mamma io ti ho partorito, io ti ho messa a dormire nel bronzo sottile, risonante.
“Fate attenzione!”
 Gli operai fanno scivolare con cautela su binari l’enorme culla di Maman. Dorme Maman, partorita nel bronzo. Louise, uscita sulla porta, sorveglia, tenendo in mano ancora la tazzina del caffè, le delicate operazioni del trasporto della sua creatura, incurante della pioggia gelata che le pizzica il volto e lascia sui capelli effimere farfalle di ghiaccio. Il caffè ha smesso di fumare.
Verranno i giorni del nero. Del lutto, della colpa.
Il cortile della grande casa è immacolato, come le mani purificate di Louise.
“Oggi ho partorito mia madre nell’assoluta freschezza del bianco, il colore delle mille promesse.”