martedì 20 dicembre 2011

Zucchine impertinenti



Difficile redimere una zucchina. Parlo dal punto di vista mangereccio, ovviamente. La zucchina, o zucchino come si è soliti chiamarla in quel di Brescia, è un ortaggio elegante, snello, sinuoso a volte, in diverse tonalità di verde, striato od omogeneo. La sventura per la zucchina è quella di essere prodotta ormai in qualsiasi stagione dell’anno e non solo a primavera, quando il verde tenero ha un suo perché e regala una soave dolcezza al palato.
Difficile redimere la zucchina dal suo ruolo ospedaliero: nuota, ridotta in pezzettini in tristi brodini, galleggia in compagnia della carota e di qualche altro insipido vegetale, e viene così trangugiata in cucchiaiate che rischiano di andare di traverso nella gola del povero manducante (sì, vabbè è obsoleto manducante, naturalmente).
Ci proviamo, con una ricetta, che per quanto darebbe il suo massimo risultato in estate, è in grado di svegliare, anche fuori stagione, la cucurbita pepo italica dal suo anonimato organolettico.
Ingredienti per 4 persone
6/7 zucchine di media grandezza
1 cipollina
1 uovo
Un cucchiaio abbondante di menta tritata, mista a basilico.
300 gr. di ricotta (di latteria o una buona marca, mi raccomando)
Sale, pepe, olio EVO q.b.
Procedimento
Lavare le zucchine, tagliarle a metà nel senso della lunghezza e scavarne la polpa con l’apposito attrezzo o con un coltello, facendo attenzione a non intaccare la scorza.
Triturare grossolanamente la polpa, metterla in un colapasta e cospargerla di sale fino. Le zucchine perderanno un po’ dell’acqua di vegetazione.
Recuperata la polpa dopo una decina di minuti, strizzarla leggermente e porla in una coppa con la ricotta, le erbe profumate, l’uovo e la cipollina triturata molto finemente, una spruzzata di pepe (facoltativa). Amalgamate il composto.
Posizionare le “barchette” di zucchine in una teglia non molto grande, che stiano l’una accanto all’altra. Condire internamente con poco sale e un filo d’olio. Riempirle con il composto preparato. Cospargere di olio, senza lesinare, tanto lo si potrà lasciare sul fondo.
In forno caldo per 20’ a 200°
Tastare con i rebbi della forchetta le barchette. Sistema infallibile per verificare la cottura, insieme alla doratura della superficie!
Ricetta versatile, antipasto stuzzicante o secondo leggero. A vostro giudizio.
(dedicato a Elisa Stargie Stargirl)

domenica 20 novembre 2011

Cascare a fagiolo


E venne la stagione dei legumi secchi, allegra famigliola di fagioli, ceci, lenticchie e cicerchie che d’estate si tende a non mangiare perché “riscaldanti”, a detta della saggezza popolare, fatta eccezione per la fava. I piselli sono buoni solo freschi, ma questo è soltanto il mio modesto parere.
Borbottava un giorno il fagiolo nella pignata di coccio piena di fagioli al fuoco lento del braciere, posto al centro della stanza della casa terragna, mentre intorno si sciorinavano storie. Oggi è il fischio gagliardo della pentola a pressione che avverte: a pranzo legumi!
Sì, il modo più facile, nel nostro tempo ipercinetico, di cuocere ceci, fagioli e cicerchie, è proprio la pentola a chiusura ermetica dove calore e pressione permettono ai cibi più coriacei di diventare commestibili in tempi assai ridotti, senza intaccarne le proprietà organolettiche e nutritive.
Lenticchie e fave sgusciate cuociono in poco tempo e quindi non richiedono ammollo. Mentre il lungo bagno notturno in acqua abbondante è imprescindibile per tutti gli altri.
Siate avvertiti, consumatori di prodotti in scatola. Ho sperimentato legumi conservati sia in vetro, sia in lattina. Evitateli, mangiate altro. Ho visto persone aprire una lattina di fagioli, intiepidirli, versarli nel piatto e mangiarli seduta stante come in un vecchio film western. Ho sentito il coyote ululare nella pianura, ma era soltanto il mio stomaco che si ribellava. Per non parlare del naso che, non avvertendo alcun profumo, ha cominciato a fare movimenti di contrazione delle narici, come il cane che fiuta l’aria perché ha perso le tracce. No, non ho abbaiato.
Cominciamo dai fagioli. Secondo Il Banco delle Sementi, appena cento anni fa esistevano in Italia 100 varietà di fagioli, di cui oggi una buona metà è estinta. Nei supermercati se ne trovano a malapena cinque sulle 3600 varietà selezionate dall’uomo. Si tende ad attribuire l’origine del fagiolo all’America meridionale, ma da Omero in poi già si menziona questo seme benefico. Apicio, scrittore del I sec. D C. parla di una salsa di farina di fagioli mista al liquamen, la famosa (o famigerata) colatura di scarti di pesce, che deliziava il palato dei Romani, anticipando la maniera odierna di servire legumi con pesce o crostacei. A Belo Claudia, in Andalusia, si possono ancora oggi ammirare le grandi vasche in cui si faceva il liquamen che affluiva a Roma in grandi quantità.
Quanto alle storie, il fagiolo ha nutrito tante leggende e favole, sulle quali non mi soffermerò. Perché urge la ricetta per i fagioli, almeno una, quella di base, che poi è ancora l’antico modo romano (insuperato nella sua semplicità) di cucinare i legumi.
Per 4 persone:
200 gr di fagioli (cannellini, borlotti, toscanelli, lamon, di Rotonda…)
Uno spicchio d’aglio vestito
Due foglie d’alloro (indispensabile per la digestione e l’attenuazione dell’eventuale meteorismo intestinale)
Un gambo di sedano (il sedano permette di diminuire un po’ il sale)
Un pomodoro fresco o in scatola a pezzetti
Sale q.b. (importante: da aggiungere solo a cottura ultimata)
Una macinata di pepe nero (direttamente nel piatto)
Olio EVO (anche questo a piacere nel piatto)
La sera prima mettere i fagioli a bagno, coprendoli di acqua fino a quattro dita sulla loro superficie. I fagioli si gonfieranno e, se ne mettete poca, rischiate che una parte di essi non rinvenga.
La mattina dopo, ponete i fagioli nella pentola a pressione con rinnovata e abbondante acqua (si fa sempre in tempo a far restringere…) insieme a tutti gli odori. Coprite e chiudete la pentola e, fate passare mezz’ora dall’inizio del fischio. Scaricate il vapore e controllate la cottura, aggiungendo il sale.
Servite in fondine con fette di pane casereccio tostato e sfregato (se piace) con aglio. Olio e pepe.
Soffritti e battuti di lardo o pancetta danno morbidezza alla zuppa, ma a brontolare sarà il signor fegato. Ogni tanto si potrà fare. Per coloro che non sopportano la cellulosa della buccia, la zuppa si potrebbe servire passata con poca acqua di cottura. Per i parigini di oggi basta adagiare sulla crema di fagioli tre o quattro frutti di cozze nere o vongole sgusciate in padella velocemente con aglio, prezzemolo e olio. Naturalmente ogni aggiunta siffatta elimina il condimento principe, l’olio crudo di cui prima si parlava. Approfondiremo alla prossima.

venerdì 18 novembre 2011

La cipolla tira su

 
Secondo capitolo dedicato alla cipolla.
Oggi, i giovani si astengono quasi tutti dal consumare la cipolla insieme al suo cugino aglio. Si teme per gli incontri ravvicinati, come se mangiare (e lavarsi i denti) non si potesse fare in tempi diversi dal congiungimento estatico delle labbra o dal soffiare parole amorose in faccia, o in bocca a seconda dei casi, alla propria metà. È mio incrollabile convincimento tuttavia che coloro i quali rifuggono dai sapori decisi, in amore siano un po’ come lattughe lesse. L’eros passa attraverso l’esperienza totale e totalizzante di sensazioni, colori, sapori, nelle quali avvengono sinestesie meravigliose.
Per quanto concerne la cipolla mi tocca citare uno di famiglia, precisamente zio Antonio, di mestiere contadino. Ricoverato in ospedale più volte, ebbe a ridire con il vitto che il salutare convento gli passava, il cui ingrediente principe erano le molli, svenevoli, insipide zucchine al vapore. Gli anni (e le malattie ahimè) non gli avevano sottratto nemmeno una cellula della sua sfavillante materia grigia e della sua secolare sapienza. Insomma, per farla breve, soleva affermare solennemente e con un pizzico (q.b.) di sornioneria che tutto ciò che cresce sotto terra dà vigore. Chiedeva patate, finocchi, cipolle, carote, ma non zucchine.
‒ Ma voi signorina, avete mai visto una pianta di zucchina?
L’infermiera addetta alla distribuzione del vitto, che già non capiva con quel “voi” a chi il vecchio marpione si riferisse, scuoteva la testa e si allontanava stizzita.
Antonio continuava la sua lezione imperterrito e dagli altri letti, i suoi compagni di corsia, erano costretti, volenti o nolenti, ad ascoltare le sue filippiche.
‒ Le zucchine  nascono sopra la terra, ma cadono verso il basso, fino ad appoggiarsi completamente. Se io mangio le zucchine, queste mi tirerebbero giù a terra come loro. Non hanno sostanza! Ci danno le zucchine per tenerci buoni così da non avere la forza di suonare il campanello.
Tornando alla cipolla e al fatto che ci avviciniamo a gradi forzati verso l’inverno, vi propongo il tradizionale calzone di cipolla di origine pugliese. Per quanto la pasta ripiegata e variamente farcita appartiene sicuramente a tutta l’area mediterranea, dalla Liguria all’Egitto, all’Asia, fino alle Americhe che, con tacos e empanadas partecipano alla quadriglia.
Per dirla con Leonardo Sciascia, a ciascuno il suo (calzone/sfincione). E credo che non se ne avrà a male.
Calzone di cipolle
Per la pasta:
500 grammi di farina (metà semola rimacinata, metà farina bianca)
Una tazzina da caffè di olio d’oliva extra vergine (circa 70gr)
Vino bianco (preferibilmente malvasia o altro vino un po’ aromatico) q.b.per impastare
20 gr di lievito di birra.(La versione tradizionale non lo prevede, fate voi. In tal caso aumentare a 100 grammi l’olio. Avrete una pasta tipo brisé, aromatizzata dal vino)
Un pizzico di sale, uno di zucchero.
Un pizzico abbondante di semi di finocchio (ausilio per la digestione!)
Impastare gli ingredienti e fare un panetto che metterete sotto un telo a riposare fino a quando si gonfierà. Se scegliete la versione senza lievito, il riposo non è necessario.
Per il ripieno:
2 kg di cipolle, tagliate sottili e stufate in poco olio, su fuoco basso. (pulitele sotto l’acqua del rubinetto, i vostri occhi vi ringrazieranno!)
Qualche oliva nera salata
Due filetti di acciuga, dissalata e disliscata
Qualche acino di uva passa (facoltativo)
Fate attenzione al sale nelle cipolle, ricordando che ci sono ingredienti già salati
Composizione:
Dividere il panetto in due parti, una più grande. Ricavarne due dischi. Quello più grande lo userete per il fondo e i bordi, il più piccolo per ricoprire dopo aver versato le cipolle, condite una volta fredde). Se fate l’operazione sulla carta forno, sarà più facile il travaso dal piano di lavoro alla teglia e non avrete bisogno di oliarla.
Fate attenzione a conservare un po’ del fondo di cottura delle cipolle. Vi servirà per spennellare la superficie del calzone dopo che avete rimboccato i bordi del disco inferiore sull’altro. Se avanza della pasta fate dei ghirigori per decorazione.
Forno riscaldato preventivamente a 200°. Abbassate a 180° dopo i primi 10 minuti. 25/30 minuti di cottura.
Si serve tiepido.
Oggi mangiatevi il calzone in santa pace… gli amanti schizzinosi domani.

mercoledì 9 novembre 2011

Indomita

La speranza oggi
è una vecchia signora
Vestita di voile a fiori
Sotto un grigio soprabito.
Cammina lenta e solenne
Col suo bastone da passeggio
dalla testa d’argento
Un serpente squamoso.
E poi si siede un po’ affannata
Insensibile al freddo
Su una panchina del parco
immerso nell’aria autunnale.
La vecchia signora
In voile a fiori
Sotto il grigio paltò
Guarda negli occhi il serpente
Presto ti schiaccerò, amico.mio.

domenica 6 novembre 2011

La mia cucina


La mia cucina è rossa.
Rossa
come la polpa di un cocomero maturo
come il ventre che contiene le viscere.
Rossa
come il sangue che scorre nelle arterie
come le bandiere gettate nel fosso.

La mia cucina è lucida.
Lucida
come uno specchio
in cui le facce
non svaniscono.
Coscienza vigile che non perdona.

La mia cucina è  camera di tortura
dove trituro pensieri
parole e musica
cipolla sedano e carota.

La mia cucina è allegria
il viola è melanzana
le lacrime un regalo effimero del bulbo stizzoso
il verde  è  colore che non Lega.

La mia cucina è orchestra
calici vuoti e bicchieri pieni
cavo di piatti e pentole
sciacquio di rubinetti aperti
sibili di vapori prepotenti.

La mia cucina è caos fecondo
sul tavoliere  una fontanella di farina
sconvolta da ruscelletti d’acqua e olio
si tramuta in compattezza
palpitante sotto dita pazienti.

La mia cucina è la magica grotta
dove prendono corpo e figura
copertine di libri
deliri della mente
piaceri della gola.

La mia cucina è ordine.
Rimettere a posto tutto
per ricominciare.
Ogni giorno
passo dopo passo
bollore dopo bollore
boccone dopo boccone.
Che altro?



sabato 5 novembre 2011

Composta tiepida di mele

Una poesia mediocre? Concordo. Meglio sarebbe una buona ricetta del tempo andato. Una ricetta che spanda intorno un profumo buono, un alito di casa, tenera come un abbraccio, calda come un piumino, stuzzicante ed eretica q(uanto) b(asta).
Pochi ingredienti e tutti facilmente reperibili, tranne forse il tempo o la voglia di fare. Ma quando "Orion dal cielo/declinando imperversa" e l'ispirazione poetica viene meno, si può tentare un'altra strada.
Sicuramente la riuscita sarà piena e saporosa, contrariamente a quegli smozzicati pensieri che il mio cuore in tumulto  sputa fuori qualche volta senza vergogna.

Ingredienti per quattro persone

Cinque mele renette
Una banana
Tre cucchiai di zucchero di canna
Tre fiori di anice stellato
Tre chiodi di garofano
Una stecca di vaniglia
Due acini di pepe (facoltativi, solo per i più arditi)
Una stecca di vaniglia 
Scorza di limone
Succo di limone

Biscottini rustici (meglio sarebbero i mostaccioli pugliesi. In alternativa biscottini altoatesini speziati. Non siamo integralisti o razzisti, prendiamo quello che ci piace)

Procedimento
Nettare le mele e la banana e tagliare la frutta in piccoli pezzi, avendo cura di bagnarli col succo del limone. Metterli in una terrina, cospargerli di zucchero, aggiungere una tazzina da caffè di acqua e accendere il fornello a fuoco moderato. La frutta cuocendo si disferà in una decina, più o meno dipende dalla sua maturazione, di minuti. Allora con un mestolo di legno bisogna rigirarla per ridurla in crema e aggiungervi le spezie preferite, avendo cura di aprire il baccello di vaniglia per estrarne i semini prima di gettarlo tutt'intero nella composta.
Far cuocere per due minuti, giusto il tempo di lasciare che le spezie regalino i loro effluvi, e lasciare intiepidire. Eliminare fiori di anice, stecca di cannella e baccello di vaniglia, e soprattutto i due granelli di pepe. Se la passate al passaverdure siete sicuri della eliminazione, ma non credo sia necessario.
Servire in coppette, guarnendo con un biscotto.












venerdì 4 novembre 2011

Genova 2011

La terra ribelle
non accoglie più la pioggia
che trascina con sé
anche le nostre lacrime, 
prima di tornare
a essere fiume 
nel seno del mare.
Arata
Rivoltata
Calpestata
Offesa
Esausta
Ci sputa dalle sue viscere
Come bocconi indigesti
Amari di fiele
E sudore.
Sulle rovine galleggiano
Arpie funeste
Le responsabilità degli uomini
L’incuria imbelle dei politici
L’avidità rapace dei cementificatori.
Ahi, serva Italia
Amara terra mia
Tacciono le trombe del giudizio
Di un dio distratto
troppo impegnato
a scaldar la gente
degli stessi paraggi.

giovedì 20 ottobre 2011

Morte di un poeta

Riposi ora nel grembo umido della terra
Nel tempo della dalia e del crisantemo.
A me piace immaginarti
Sotto un mare rosso di papaveri
O vestito del manto giallo dei girasoli
Che inseguono per te
Il corso dell’astro splendido e fugace.
Sei giunto alla meta
Nel sussurro di meste guerriere follie
Intrecciate di parole terse
Lucenti come lame d’acciaio
Incrociate nel duello eterno
Tra i fantasmi del mondo sognato
E la viltà del presente.

(grazie ad Andrea Zanzotto )

domenica 9 ottobre 2011

Autunno


Il profilo della montagna è velato
Stamattina
L’aria pizzica la pelle
E le foglie del basilico renitente
Umide sotto la mia carezza
Sembrano rabbrividire
Invocando i raggi del sole.
Alle spalle del monte
Fasci di luce gialla
Dileguano
I vapori notturni
La brina insidiosa
I malumori dei nostalgici
E la mia inaspettata malinconia
Dolce come il mosto
Acre come il profumo
Di legna bagnata
Che sibilando
Arde nel camino.
(Abito in appartamento di città, senza camino).





giovedì 6 ottobre 2011

Uno sguardo dal balcone




Invecchio, e le abitudini mi ghermiscono a passo felpato. Ogni mattina esco sul balcone a salutare la luce (quando si degna di apparire tra le prime foschie dell'autunno, e la val padana ci mette del suo). Saluto la luce del giorno sulle lucide, intrepide piante di basilico, il mio boschetto profumato che durerà almeno fino a novembre, spero. Mi perdo nel profumo di quello che arriva dal mio paese, prepotente e gagliardo, di quello ligure, gentile e discreto, di quello greco che sa di cannella. Ché le varietà son molte, e il profumo da melting pot scaturisce alla prima timida carezza.
Mi arrivano delle voci di bambini,  sollevo la testa dall'erba dei re giusto in tempo per vedere una bionda coda di cavallo oscillare petulante come la sua padroncina, e di fianco, immobili e guerrieri, i due codini di capelli neri ricciuti della sua compagna. Due bambine (seconda elementare?) scendono giù attraversando il prato sotto il condominio, si tengono per mano. Vanno a scuola.
Sto prendendo l'insana abitudine di commuovermi per un nonnulla. Sarà l'età, ma la speranza di un mondo migliore non si acquieta. Lo so.

giovedì 29 settembre 2011

Non so cosa sia

Non so cosa sia
A guidare il movimento delle mani.
Scivolano sulla tastiera
(è la modernità, ragazzi)
A piccoli clic
Quasi inavvertitamente.
La pagina si veste di segni
Spogliandomi
Dei miei abiti
Intrisi di pudore
Di sacra reverenza.
Non so cosa sia
Questo mio rimirami
In specchi opachi
Invasi dalla mia anima.
Mi intenerisce
L' impudente tentativo di rubare
Una favilla al sole
Dando alle mie parole
Il nome di poesia.

Le parole danzano
Si tengono per mano
Fremono di indignazione
Sorridono di felicità
Tremano nel dubbio
Si avvolgono nella nostalgia
come caramelle da scartare.
Allora mi accorgo che lo specchio
In cui mi contemplo
Si popola di corpi e di volti
Dietro ai quali divento
Soltanto
una diafana parvenza.

domenica 25 settembre 2011

Ansia di volo


Sulla sabbia levigata dal vento
Di una notte serena
Orme triangolari
Mi guidano al mattino verso la roccia
Che chiude la baia.

Quanto pesanti
Le impronte dei miei piedi
Su questa stessa sabbia.

Il mio corpo mai si alzerà in volo
Padrone del cielo e del vento come
La diomedea sfrontata e beffarda
Che mi osserva dall’alto dello scoglio.

(la foto è mia)

martedì 6 settembre 2011

Sciopero nazionale CGIL 6/9/2011

Bandiere rosse e palloncini
Il corteo assomiglia
Alla folla delle fiere
Dove sono le giostre?
Tutti si chiedono
Occhi rivolti al palco.
Girare, girare al largo
Dice un solerte
Tutore dell’ordine.
Scoppia un palloncino
e tutti pensano alla bomba
nella piazza che fu rossa di sangue
chiusa ai lavoratori vivi
dicono oggi
per un funerale di un politico.
Pace all’anima sua.

mercoledì 31 agosto 2011

Attesa




Crisalide cieca
Mi ammanto di solitudine.
La vita bussa gioiosa
Lacerando il mio involucro
Di agraulis suspensa.
Distendo le ali
Elegantemente effimera
biancamarronearancio
nel profumo della vaniglia.   




martedì 5 luglio 2011

Per A. ( amica caduta, ma non da cavallo e presto risanata!) 22 Giugno 2006

                                                    
Ti sia lieve
quest’ozio inatteso,
fiera rivolta
contro il tempo tiranno
che ci invola
a noi stessi
e agli altri.
Magnanimo
a volte
lascia intravedere
un lampo fugace
di azzurra complicità
nei tuoi occhi:
ed è nostalgia.
                     


domenica 3 luglio 2011

Collezioni



Odio le collezioni
Necrofile raccolte
Che catalogano
Delicate e implacabili
Con precisione di imbalsamatore
Animali
Francobolli
Ninnoli

Non amo la contemplazione
Di fragili ali trafitte da spilli
Di perfette dentellature cartacee
Di diafane porcellane smaltate.
 

Colleziono frammenti 
di memorie
Nutro la nostalgia
di volti effimeri e reali
Sfiorati per strada
Abbracci mancati
Voci inascoltate
Sorrisi e lacrime
Buttati via.

Lampi di vita
Appena intravisti
E già svaniti.

martedì 28 giugno 2011

Trionfo mediterraneo o Ghemistà

Sono sicura che la scrittrice non è mancata a nessuno. Mi piace nutrire l'illusione invece che la cuoca abbia provocato in qualche affezionato sostenitore un vago sentimento di golosa nostalgia. E, allora, eccomi qui. 
Che cosa sto per proporre? 
Un piatto che sia “fresco” e adatto al caldo estivo, 
che sia mediterraneo, 
che sia unico ed equilibrato, 
che si possa mangiare caldo o tiepido, 
che si possa conservare per il giorno dopo acquistandone in sapore, 
che abbia almeno cinque ingredienti capaci di stuzzicare i sensi, tutti e cinque. 
La vista sarà la prima ad essere coinvolta. Fatevi guidare dai sfavillare dei rossi, dei gialli, dai verdi, dei bianchi delle verdure.
 Il tatto lo userete per scegliere i pomodori e i peperoni che avete avvistato nelle ceste in bella esposizione. Nel supermercato si può scegliere con le mani (guantate!). Le loro carni sode, prive di segnali di stanchezza (rughe, bozze, ammaccature) o di stagionamento eccessivo nei magazzini palpiteranno nelle vostre mani. Pomodori rotondi e grandi e peperoni non eccessivamente alti, piuttosto regolari alla base. 
L’odorato sarà trascinato dagli effluvi di basilico, finocchietto, aglio, cipolla, menta, prezzemolo quando ne preparerete il trito. 
Il gusto titillerà le papille gustative vostre e di coloro che accetteranno di condividere l’esperienza mangereccia. 
E l’udito vi delizierà con gli uhmmm, ahhhh, slurp, estasiati dei convitati.

Allora, sto parlando di

Pomodori e Peperoni ripieni di Riso (alla greca)

Per 4 persone: 
quattro pomodori 
quattro peperoni 
10/12 cucchiai di riso (Carnaroli, Arborio e simili, non parboiled, non giallo, non basmati. Un buon riso italiano, insomma.) 
1 spicchio d’aglio (possibilmente fresco) 
3 cipolle novelle o cipollotti
 Mazzetto di erbe aromatiche (in proporzioni variabili e sostituibili, a seconda del gusto. Ma il finocchietto selvatico è di rigore) 
Un pezzo di feta greca (facoltativo)
Patate e (o zucchine a fette spesse per riempire i vuoti!)
Olio, naturalmente evo 
Sale qb.
Preparazione 
Tagliate le calottine superiori di pomodori e peperoni e mettetele da parte.

Svuotate i pomodori di polpa, semi e filamenti e raccogliete il tutto in una terrina. Non buttate nulla dell’interno dei pomodori, ma frullatelo e tenete da parte. Eliminate i semi e i filamenti dai peperoni, facendo piano a non romperli.

Ponete le “scodelline”ottenute in una teglia, una vicino all’altra. Nel caso le irregolarità delle forme non consentissero di farle rimanere dritte, usate pezzi di patata o zucchina per riempire i vuoti.

Condite la polpa di pomodoro, frullata e raccolta nella terrina, con i ritagli di peperone e pomodoro che avete ricavato dando una forma regolare alle “coppettine”. Sale, un filo d’olio, erbe spezzettate a piacere, l’aglio schiacciato, la cipolla sottile sottile. Aggiungete il riso, sì, a crudo e rimescolate perché assorba il condimento. Deve essere abbastanza liquido. Nel caso non lo fosse, aggiungete un mezzo bicchiere d’acqua. Il riso deve fluttuare…

Per i più golosi: si potrebbe aggiungere al ripieno un pezzo di feta sbriciolata.

Riempite i pomodori e i loro fratelli peperoni, non fino all’orlo. Tenete presente che il riso cuocendo raddoppierà di volume.Coprite pomodori e peperoni con le rispettive calottine. Cospargete abbondantemente di pan grattato, origano (escluso dal ripieno!) sale fino e olio.

Ricoprite la teglia con stagnola per i primi venti minuti. In forno a 220° .Poi levatela per far gratinare e finire di cuocere (40-45 minuti in tutto).

Saranno pronti quando il riso avrà assorbito tutto il liquido e sulle verdure si sarà formata una crosticina di paradiso.

Servire non bollenti, irrorati col fondo di cottura.

Chi si sacrifica? Il forno, con questo caldo….

martedì 21 giugno 2011

Tango

Non dirmi ti amo
Quando i miei capelli
saranno del colore della neve
striata di terra opaca
orfani di linfa e vigore.

Non dirmi ti amo
Quando la mia pelle
Sarà un reticolo screpolato
Zolle di terra riarsa
Di antico deserto.

Non dirmi ti amo
Quando sarò composta
Nella mia bara di pino grezzo
E poi cenere volatile
su un campo di girasole.


Non dirmi ti amo
Allora.
Dimmelo adesso
Ché siamo ancora in tempo.
Dimmelo adesso
che sono ancora viva
e tua.

domenica 19 giugno 2011

Sole Galeotto

Quando saluto qualcuno che parte
Gli stringo la mano o l’abbraccio.
Quando saluto te che parti
Dico l’ennesimo addio
A un pezzo vivo della mia carne.

E non vale stampare
Due baci sonori
Sulla tua morbida gota di bambina
Mentre sento la tua pelle
Che freme nell’ansia di andare
Verso altri lidi
Verso altri più pressanti affetti.

Il sole tramonta languido sul mio orizzonte
Si affaccia vivido sul tuo nuovo giorno.

Intersezione ottica sulla volta celeste
Il nostro incontro stellare.

E così tu prosegui nel tuo volo
Io nel mio stare dall’altra parte a guardare
Gli ultimi assonnati raggi
Di questo sole galeotto.


(e la foto è mia)

venerdì 27 maggio 2011

Risveglio

Svegliarsi un mattino
Il cielo gonfio d’afa
Percepire l’affanno
Delle creature
Che l’aria diffonde
A stento.
Una famiglia di passeri
Cinguetta
Petulante
Nella luce gialla
Alla ricerca
Di briciole
Che una tovaglia generosa
Scossa maleducatamente
Da un balcone
Ha elargito.

mercoledì 18 maggio 2011

A Caterina

Si protende
La mia mano
In una vana carezza.
Sfioro la spuma del mare
Che ci separa
Infinito,
Il suo andirivieni
cantante.

Al bisbiglio delle onde
Ai pesci pettegoli
Al vento impiccione
Al dio delle tempeste
Affido il mio messaggio
Perché giunga a te
Impavida vela
Di Ulisse il Marinaio.

(e la foto è mia)

domenica 8 maggio 2011

Eredità materna


Non mi hai lasciato
L’azzurro degli occhi
Né l’incedere elegante,
nel  tailleur di seta blu.
Nemmeno la tua fede
Che infilava collane
Di amen e così sia

Ricevo dalle tue mani
L’umile forza
Dello strizzare panni.
Dal tuo sorriso aperto
Perle preziose
D’amore dato e basta.

Dalla tua intelligenza
L’arrendersi fiero
al poco o al tanto
che la vita offre.
Dalle tue mani alle mie
Una pagina stampata,
Un foglio di giornale
Buono per il fuoco,
Dopo la lettura,
Sotto la pentola dei fagioli.

Dai tuoi capelli ai miei,
Diadema lucente
Di regale vecchiezza,
Il niveo argento.


giovedì 28 aprile 2011

Cronaca

Sorseggiano un tè alla menta
Affacciati sulla piazza
I visitatori di Marrakes
 La splendida
Inebriati di aromi
Sulle note cantilenanti
E preziose
Di un nobile halaikì.


Voci  stupefatte
Tra la folla variopinta
Attorno agli incantatori
Di serpenti e di anime.

Il contastorie avvolto
Nei suoi antichi panni
Col viso annerito dal fumo
Raccoglie dal selciato
Una mano di Fatima
Filigrana d’argento
Khamsa precipitata dal cielo
E una cannuccia di plastica.

Domani avrà
Una vecchia storia da raccontare
Sulla brulicante Jemaa el Fna.

mercoledì 13 aprile 2011

Incontro fatale


Ho incontrato la pastiera napoletana, mentre ero affacciata a una terrazza. Un incontro fatale, di quelli che ti ghermiscono e non ti mollano più. La terrazza era  anonima. Disadorna anziché no. Una terrazza circondata da palazzine senza lode né infamia, al primo piano di un edificio nel quartiere dalle parti della stazione di uno dei tanti paesi, frammezzati da giardini di agrumi, che animano la penisola sorrentina. Sotto la terrazza un cortiletto deserto, il retro di una pasticceria.
Il profumo delle zagare era penetrante e si mescolava con effluvi di cannella e sentori di vaniglia. Le mie narici si sono dilatate nell’accogliere la variegata traccia olfattiva e ho inspirato profondamente fino a sentire le mie viscere in estasi e la mia testa leggere leggera.
Mi sono guardata intorno per identificare la fonte di quell’onda di paradiso, che mi inebriava l’olfatto e permeava dolcemente ogni singola cellula del mio cervello, ma non vedevo alberi di arance o di limoni a portata d’occhio, né piante di Vanilla Planifolia, la sofisticata orchidea che elargisce i baccelli vanigliferi. Per non parlare dell’assoluta mancanza del prezioso Cinnamomum zeylanicum o del meno pregiato Cinnamonum Cassia, nessuna delle varietà conosciute di alberelli da spogliare della loro scorza per ricavarne la polvere sensuale e avvolgente dal colore bronzo rosato.
L’atmosfera si era fatta estraniante, allucinogena. Da una parte, profili e spigoli di edifici che nulla avevano di esotico, balconi con panni stesi e qualche geranio anonimo e ancora avaro di fiori, dall’altra il giardino incantato, reificato sulla scia del mio olfatto perturbato, in cui mi sentivo improvvisamente catapultata. Un landa favolosa in cui Oriente e Occidente si incontravano elaborando, come api operose, un meraviglioso nettare di sensazioni aeree.
E questa terra di mezzo che è l’Italia, e la penisola sorrentina in particolare, era il luogo dove si materializzava quel godimento dei sensi, tutto quel profluvio di seducenti promesse.
Sono stata sottratta alle mie fantasie dalla voce austera della padrona di casa che mi avvertiva di non espormi troppo a quell’ondata di odori, che non se ne poteva più, che, passate le feste, l’aria sarebbe ritornata più respirabile anche se sfogliatelle e pastiere si facevano tutto l’anno per i turisti. Un sospiro di malcelata insofferenza accompagnò queste parole che mi sembrarono quasi blasfeme.
‒ Pastiera? E che cos’è?
Non l’avessi mai fatto, ché la mia ospite cominciò a sfoderare le ricette di tutte le varianti della Pastiera Napoletana, un dolce antico che si era nutrito della curiosità dei viaggiatori e dei naviganti, della abilità delle monache di san Gregorio Armeno: il grano per festeggiare la dea Cerere e il ritorno dagli Inferi di sua figlia Proserpina, la ricotta tenera e fumante dei pastori  dei Monti Lattari, le uova, cellula primordiale della vita, lo strutto, il miele e lo zucchero, le arance e i limoni, frutti del giardino delle Esperidi, regalati dalla dea Terra a Zeus e Era nel giorno delle loro nozze, la vaniglia dal Messico o da Zanzibar, la cannella dall’India o dalla Cina. Insomma un vero dolce multiculturale, un crocevia di miti, storie e civiltà. E per questo inimitabile, perché si sa che gli innesti non possono che far bene alla pianta e produrre frutti nuovi e saporosi. Non siamo troppo dogmatici o integralisti, sebbene con la Pastiera ci si possa andare vicino.
Nella nostra odierna degenerata abitudine agli “aromi naturali”, che naturali non sono, di brioches, panettoni e colombe industriali, ritornare ai profumi primordiali potrebbe rivelarsi un’esperienza sconvolgente. Il segreto è la moderazione. Piccoli assaggi propiziatori prima di sacrificarsi senza riserve sugli altari della primigenia ebbrezza.
Per farla breve eccovi la ricetta della “mia pastiera”, alleggerita di contenuti troppo calorici per i nostri deboli fisici postmoderni, ma ugualmente paradisiaca.

Pastiera Napoletana (variante ipaziesca per 12 persone o anche più)

Pasta frolla:
350 gr. di farina 00
150 gr. di burro (o strutto)
150 gr. di zucchero semolato
4 tuorli d’uovo
1 pizzico di sale
1 pizzico di lievito vanigliato
1 cucchiaino da tè di scorza di limone grattugiato


Farcia:
250 gr. di grano cotto
2,5 dl di latte
1 ricciolo di scorza d’arancia
1 noce di burro
1 baccello di vaniglia (semi)
1 pizzico di sale
350 gr. di ricotta (preferibilmente di pecora)
150 gr. di zucchero
3 tuorli d’uovo
3 chiare d’uovo
50 gr. di acqua di fiori d’arancio
½ cucchiaino di cannella
1 cucchiaio raso di scorza d’arancia grattugiata

Procedimento:
Disporre a fontana la farina e collocarvi al centro il burro, tenuto fuori dal frigo. Intridere farina e burro fino a ottenere l’assorbimento del grasso: il composto avrà l’aspetto granuloso, simile al parmigiano grattugiato. Aggiungere i tuorli, lo zucchero, il sale, il lievito, e la buccia (solo la parte gialla) del limone, quindi impastare velocemente senza lavorare troppo, altrimenti si perderà il croccante della frolla. Avvolgere in pellicola e lasciare ½ h in frigorifero nella parte più fredda.

In un pentolino: latte, grano, buccia d’arancia, sale, burro e semi di vaniglia. Cuocere fino a ottenere una crema densa. Lasciar raffreddare.
In una capace ciotola lavorare la ricotta (setacciata) con lo zucchero, uno alla volta i tuorli d’uovo, l’acqua di fiori d’arancio, il grano cotto nel latte (eliminare la buccia d’arancia), la cannella e infine le chiare battute a neve ferma.

Stendere con un mattarello la pasta frolla (spessore 1cm circa) sulla carta da forno e depositarla in una teglia di 28/30 cm circa. Tenere alti i bordi della pasta fino all’orlo della teglia. Bucherellare il fondo con i rebbi di una forchetta e versare il composto di ricotta e grano. Decorare con strisce sottili di pasta (se si lavora su carta forno infarinata sarà più facile prelevarle e sistemarle sulla superficie del dolce). Spennellare con latte e rosso d’uovo sbattuti insieme le strisce di pasta.
In forno preriscaldato a 190° per almeno 1h, fino a quando toccando la teglia, la torta non tremerà e il composto sarà rassodato.
Far raffreddare e spolverizzare con zucchero a velo profumato alla cannella.

Per accompagnare: Moscato di Trani