giovedì 30 dicembre 2010

Invito

Quest'anno si festeggia a casa mia. Ho riunito la famiglia, no, non tutta, ma buona parte. E qualche amico. (Quelli che non ci sono più saranno contenti e ci sorveglieranno sorridenti dal Noce del Paradiso: no, stasera non litighiamo, non vi preoccupate!)
Chi arriva è libero di mangiare se vuole, altrimenti può bere, ascoltare musica, dire cazzate e rilassarsi mentre gli altri saziano i normali appetiti. 
Il menù è multiculturale, antifederalista, colorato, fatto in casa e con alimenti della buona fortuna, giacché ne abbiamo tutti bisogno.
Giochiamo a 7 ½, mercante in fiera, 7 ½ e 21, donna Checca e altri giochi di carte (prevalentemente carte napoletane). Si tira fino alla mattina.

Sfogliatine profumate alla salvia e rosmarino
Salade de Chèvre chaud con insalatina bicolore
Insalata di mare su lattuga e salsa rosa (niente maionese, però!)
Crudité: finocchi, carote, sedano
Cotechino in camicia con lenticchie
Avocado con limone, olio, sale e pepe (omaggio al Messico che mi ha rapito una figlia)
Orata al forno con scarola napoletana (questa non può mancare: uvetta, pinoli, olive...)
Frutta fresca (anche questa irrinunciabile, ma di stagione. Niente ciliege cilene a 10 euri al chilo... ma il melograno già sgranato in coppette è d'obbligo)
Coppa di pan di Spagna, crema al mascarpone e dadolata di ananas
Cartellate (avanzate da Natale: perché non si butta via niente!)
Caffè
Bollicine italiane

P.S. La porta è aperta, chi vuole può entrare e favorire purché abbia voglia di passare una notte in buona compagnia. e onesta compagnia.

lunedì 20 dicembre 2010

Ragù di brasciole, un visitatore inaspettato e l'ordine naturale delle cose


Subito una coordinata geografica: Puglia, in un paese appollaiato su una collina a far la guardia all’Ofanto. La coordinata temporale? Non ha molta importanza, ma era il tempo in cui la carne si mangiava solo nei giorni di festa.
Tutte le volte che Pasquale, un contadino, si lamentava col parroco che  gli avevano rubato l’aratro, o che gli avevano spogliato l’albero di fichi e nemmeno uno ne aveva assaggiato, o  che gli avevano pagato un sacco di grano a meno di metà del suo prezzo, o che sua moglie lo aveva lasciato a becco asciutto (e non disse al prete di quale becco si trattasse, il prete avrebbe capito), il sant’uomo invariabilmente gli rispondeva, alzando gli occhi al cielo, di non preoccuparsi ché “I primi saranno gli ultimi, e gli ultimi saranno i primi”.
A Pasquale questa cosa piaceva. L’idea di poter essere lui il primo, un giorno, non era malvagia, ma il prete sospirando misteriosamente non gli diceva mai quando la fatale e benefica inversione della sorte si sarebbe verificata.
Pasquale non capiva. Nell’ordine della natura mai si invertiva la successione. Prima il fiore e poi il frutto, prima la pecora e poi l’agnello, prima la semina e poi la raccolta, prima l’uva e poi il vino. Qualche dubbio l’aveva pure lui, come quello sull’uovo e la gallina, ma era successo tutto in mano ad Adamo ed Eva, e nessuno poteva più controllare cosa fosse realmente successo.
Una domenica tornò a casa dalla piazza a mezzogiorno, e sua moglie, che andava alla prima messa, quella delle sei così aveva tempo di cucinare un pranzo decente nel giorno della festa, aveva già apparecchiato la tavola.
La casa era tutta un profumo di ragù di brasciole e sul tavoliere una distesa di orecchiette di grano duro aspettava paziente di essere gettata nell’acqua bollente. Sua moglie Ninetta con la grattugia rotonda appoggiata sulla pancia, in piedi davanti alla cucina, stava finendo di grattugiare la ricotta dura che avrebbe ricoperto le orecchiette come una morbida nevicata.
‒ E lavati almeno le mani prima! ‒ disse sua moglie ad alta voce, vedendo che stava per sedersi a tavola, dopo aver appeso il cappello all’attaccapanni.
Anche quella era una cosa da fare prima. Prima ci si lava le mani e poi ci si siede a tavola. Questa era una fissa di sua moglie Ninetta. Lei alle regole non sgarrava e non voleva che sgarrasse suo marito.
‒ Prepariamoci a questo sacrificio ‒ mormorò, sedendosi a tavola, Pasquale che le mani se l’era purificate per bene.
Davanti a lui il piatto fumava, abbasso la testa per inspirare meglio e inebriarsi. L’avorio delle orecchiette, il rosso scuro di quel ragù, il bianco della ricotta…
Prese la forchetta e si apprestò a infilzare il boccone. A un tratto si fermò e la appoggiò sull’orlo del piatto.
‒ Portami la carne ‒ intimò a sua moglie.
 Ninetta era stanca e non aveva voglia di contraddire il marito. E poi , come si dice, Figli e mariti come Dio li manda te li devi tenere. Senza il conforto di questa massima forse l’avrebbe già mandato al diavolo, e non una volta sola.
E la brasciola arrivò, come una regina, su un piatto bianco, coronata di sugo e con due stuzzicadenti che uscivano dai lati, come cavalli di Frisia a presidiare la sua maestà.
‒ Eccola qua. Adesso si può mangiare? Ninetta sbatté la sedia mentre si accomodò, ma non riuscì a trattenersi dal chieder al marito il perché di quella stranezza. Loro la brasciola l’avevano sempre mangiata dopo la pasta, accompagnata da qualche foglia di finocchio crocchiante, per digerire meglio.
Pasquale aveva già la forchetta in mano e si preparava ad affondarla nella carne, certo com’era che l’ingresso dei rebbi non avrebbe trovato resistenza. Ninetta sapeva cucinare, e le sue brasciole erano famose, tenere e squisite come nessun’altra sapeva fare. Messe a sobbollire piano piano nel tegame di coccio di sua nonna, che ancora teneva il fuoco sfrontatamente. No, non la nonna,  il tegame, naturalmente.
‒ E parla! Che aspetti, che si fa tutto freddo? L’acidità di Ninetta montava ad ogni secondo.
‒ Allora te lo dico ‒ rispose Pasquale riappoggiando la forchetta educatamente sull’orlo del secondo piatto.
Sarà meglio che ve lo riferisca io, ché Pasquale la farebbe troppo lunga, come suo solito.
Pasquale aveva un amico che si presentava spesso all’ora di pranzo. Un amico si fa entrare, non lo si può tenere sulla porta e, una volta entrato bisogna invitarlo a favorire e, guarda caso, l’amico arrivava sempre sulla brasciola e mai sulla pasta. Pasquale l’aveva vista più volte sparire nella bocca del suo amico, che aveva già mangiato, ma, per non dispiacergli, accettava sempre volentieri e ingoiava con gusto. Così aveva deciso che il secondo, la tanto desiderata brasciola, sarebbe stato il primo.  E l’ordine naturale avrebbe ceduto all’ordine del gusto. Nemmeno il prete avrebbe saputo dargli torto. Ninetta continuò a pensare che Pasquale era un eccentrico, ma se lo tenne.

Ricetta (Era ora!  direbbe qualcuno.)
Ragù di brasciole
Dicesi brasciola  una fettina sottile di carne di vitello o di manzo (o, nella tradizione, di cavallo), battuta e condita con un cucchiaino di pecorino grattugiato, un pizzico di pepe, un pizzico di prezzemolo tritato e una fettina sottile di aglio, avvolta strettamente e chiusa con gli stuzzicadenti (tradizionalmente con filo di cotone, ma è più scomodo). In terra di Bari, mi si dice che la brasciola è imbottita anche di uva passa e uovo sodo, ma in quel paese arroccato a guardia dell’Ofanto, probabilmente si era più poveri. Calcolate una brasciola a testa (e un paio in più per i visitatori inattesi). Facciamo per 6.
In un tegame di coccio scaldare mezza cipolla, affettata finemente, su un fondo di olio d’oliva.
Aggiungere gli involtini e lasciar soffriggere fino a quando abbiano assunto un bel colore dorato e la cipolla sia praticamente scomparsa. La modernità esigerebbe una sfumata di vino rosso, ma non è necessario. 
Aggiustare di sale, una macinatina di pepe. 
Aggiungere la passata di pomodoro, un pizzico di zucchero, ma solo se non avete innaffiato col vino.
Abbassare la fiamma e lasciare sobbollire, controllando di tanto in tanto che ci sia sufficientemente liquido perché non si attacchi. Per almeno un'ora e mezza. 
Se disponete di pentola a pressione si dimezza abbondantemente il tempo di cottura (e meno male!). La volete aggiungere una foglia di basilico? Ci sta bene.
Con questo ragù, e ricotta dura o parmigiano, si condiscono le orecchiette (o rigatoni o penne o paccheri: non siamo integralisti! E mi raccomando il finocchio o il sedano d'accompagnamento).
Per scongiurare il timore di Pasquale, gli amici invitateli prima, così che la pasta possa tornare ad essere il primo piatto. E Pasquale ritroverebbe l’ordine naturale che aveva deciso di trasgredire per non aspettare i biblici tempi del prete per godere di qualche privilegio.

giovedì 16 dicembre 2010

Una notte come un'altra




Nel grigiore argenteo della notte, illuminata da una luna beffarda, la casa si stagliava su una landa di rari alberi scheletriti i cui rami, nettamente disegnati e sottratti all'oscurità dalla brina, facevano pensare che non avrebbero più rivisto la primavera.
L’uomo procedeva guardingo. Dal canale, che scorreva lateralmente al prato, si stava alzando una cortina di umidità spessa, lattiginosa, che presto si sarebbe insinuata tra i rami, fino ad appannare la luce vivida di quella luna invernale.
La pianura, di giorno, regalava a quello scenario un orizzonte sconfinato. Di notte, il respiro della terra, dilatandosi nella vastità oscura, la rendeva infida e, chi per caso si trovava a camminarci attraverso, aveva l’impressione di poggiare un piede sull’orlo dell’abisso.
L’uomo si disse che doveva far presto. Doveva raggiungere la casa. Il freddo gli stava stritolando le ossa, ma non poteva accelerare di più. Cominciò a temere di rimanere lì, nel gelo della notte. 
‒ Avessi gli occhi di una volta!  
In realtà, i suoi occhi ci vedevano bene, ma la bottiglia che stringeva in mano era quasi agli sgoccioli, e il vino, dopo avergli regalato pochi minuti di ingannevole tepore, gli aveva appannato la vista, la ragione e anche la stabilità.
Il terreno tutt’intorno era ricoperto dall’erba ormai rinsecchita e resa sdrucciolevole da un sottile strato di ghiaccio. L’uomo procedeva con una mano in tasca e l’altra protesa nel vuoto a ritrovare l’equilibrio.  Istintivamente tirò fuori anche l’altra mano e allargò il braccio. L’uomo ballava nella notte un valzer antico con la grazia di una marionetta i cui fili si erano chissà come ingarbugliati.
‒ Ohhhhps. Cristo, come si scivola ‒ bofonchiò strascinando le parole che gli uscirono impastate dalla gola. Rischiò di fare una spaccata come la ballerina con la molla rotta che aveva sul tavolino della sua casa. Una ballerina di plastica con le gambe snodate, che aveva raccattato in una delle sue scorrerie tra i mucchi di rifiuti che i cittadini onesti e beneducati del paese depositavano lungo il canale.
Li vedeva lui, dalla sua casa, arrivare in macchina, frenare bruscamente e abbassare il finestrino della macchina. Ripartivano sgommando prima che il tonfo del sacchetto lanciato si potesse udire distintamente. Li vedeva, lui, i buoni cittadini.

Alzò gli occhi dal terreno verso la casa, misurando la distanza che lo separava dal suo rifugio. Vide una luce che si spense subito attraverso le finestre sgangherate.
‒ E vuoi vedere che qualche furbo ha pensato di sistemarsi in casa mia ! Ci penso io a prenderlo a calci.
E accennò con la gamba il movimento della pedata, ma poco ci mancò che finisse lungo lungo per terra. Arrivato sulla soglia si trattenne un momento. La sbornia gli stava passando, era in grado di ragionarci su.
La porta era socchiusa, e quel che vide non gli piacque affatto. Un uomo anziano e una donna molto più giovane parlavano fitto fitto e ridevano sommessamente. I due stavano cercando di accendere un moccolo di candela e a terra giacevano alcuni zolfanelli spenti, ma una candela era già accesa. Sembravano contenti.

Ma lui non lo fu affatto. Non voleva trascorrere la vigilia con degli sconosciuti. Voleva stare da solo, mangiarsi la pagnotta imbottita di formaggio, che aveva in tasca, e finire di scolarsi in santa pace quel fondo di bottiglia.

‒ Che ci fate voi qui, questo posto è mio.
‒ Veramente era aperto. 
La voce di lei risuonò dolce, anche se rallentata, pausata, come se trasportasse un peso e dovesse riprendere fiato.
Il vecchio non rispose, ma si parò davanti alla donna, stendendo il braccio e allungando un ramo nodoso che gli faceva da bastone.
‒ Che cavolo vuoi difendere tu che manco una candela riesci ad accendere! ‒ disse l’uomo e sbottò in una risata, mentre inavvertitamente con la mano spinse più giù l’involto nella tasca. Lì le mani nessun altro ce l’avrebbe messe. Questo era sicuro. Con l’altra brandì la bottiglia in avanti. Fece per dire qualcosa, ma non gli venne niente, neppure una smadonnata delle sue.
‒ Grazie, ‒ disse il vecchio che aveva abbassato il bastone ‒ un sorso è proprio quello che ci vuole con questo dannato freddo. ‒ È casa tua questa? Ci possiamo stare anche noi? Solo per poche ore ‒ e guardò la donna. ‒ Presto ce ne andremo.
L’uomo, preso in contropiede, si arrese con la bocca spalancata dalla quale nessuna parola aveva fatto in tempo a uscire,  gli allungò la bottiglia e gliela lasciò giusto il tempo di ingollare una sorsata.
Avrebbe voluto obbiettare che certo, quel posto era la sua casa. Ma un residuo di onestà lo trattenne. Meglio non dire loro che quella non era affatto casa sua. Aveva scardinato la porta all’inizio dell’inverno per entrare, e nessuno era venuto a protestare. In fondo anche lui era un ospite in quella dannata catapecchia.
Non aveva faticato molto, la porta era già sgangherata di suo. Lui aveva fatto un po’ di pulizia, cacciato i topi. Beh, non tutti. Con qualcuno era diventato amico, ‒  e sono anche loro creature di Dio ‒ e veniva ogni tanto a ripulire il tavolino dalle briciole. Anche il tavolino l’aveva raccattato da un cassonetto. Di formica buona. Solo un po’ di ruggine su una gamba. Stile svedese.
Son proprio matti a buttare tanta roba, però meglio così, aveva pensato portandoselo a casa. Nel grande cassone dei rifiuti si trovava di tutto, anche qualcosa da rivendere. A lui bastava un mobilio essenziale. Un giorno aveva trovato anche una chitarra, senza le corde, con il ponticello rotto. Graffiata. Se l’era portata all’orecchio e aveva poggiato l'orecchio al foro della cassa armonica. Silenzio. Mentre l’allontanava da sé, aveva percepito un’eco lontana. Il ricordo di una strimpellata. “Mi sont on fioeu de sciambola e ho sciambolàa de bon, chi gh’era gh’era ‘ndava ben vincenz marocc terrun…”. Aveva messo la chitarra in un angolo della catapecchia. Dava un certo tono alla casa, aveva deciso gonfiando il petto.
‒ Per me potete restare, tra un paio d’ore è mezzanotte, ma qui niente banchetto di Natale.
 La pagnotta col mascarpone l’avrebbe mangiata dopo. Dopo che se ne sarebbero andati quei due là.
Il vecchio e la donna rimasero uno vicino all’altra. Veramente ora lui parlava e lei rispondeva a monosillabi. Delle loro voci gli giungeva solo l’eco indistinta.
‒ Con sti’ moccoli non si combina nulla. Vediamo di accendere un fuoco. Pensava che facendo qualcosa avrebbe ingannato lo stomaco che mandava colpi imperiosi e costringeva la mano a sfiorare il fagotto appetitoso nella sua tasca. Buono, buono. Si tratta di aspettare solo un paio d’ore e poi… Inghiottì a vuoto, uscendo nel buio. L’arte di perdere tempo era cosa sua.
 Gli ci volle un po’ a ritrovare sulla scarpata del fosso un mezzo bidone arrugginito. E meno male che l’aveva visto di giorno, proprio sotto quel pioppo stenco che ora brillava, intirizzito come i suoi fratelli dalla brina. Lo spinse a terra e, facendolo rotolare a calci, lo portò in casa.
‒ Fatti da parte, che ci penso io, altro che moccoli ‒ disse al vecchio che s’era fatto avanti per aiutarlo.
Raccolse un mucchio di vecchi giornali, di quelli che usava mettere sotto la camicia per parare il vento assassino che si infilava a ferirgli le costole. Glieli metteva da parte il barbiere, anche se lui non era più suo cliente da un pezzo. Prese la sedia di paglia sfondata da sotto il tavolo e con un calcio ben assestato la ridusse in pezzi. La sedia ci aveva messo del suo, le gambe bucherellate dai tarli non opposero resistenza. Solo un crepitio attutito dall’umidità che teneva compagnia alle bestioline invisibile e voraci. Almeno qualcuno aveva avuto di che banchettare.
‒ Adesso sì che ci serve il moccolo. Da’ qua. ‒ E con la fiammella del cero accese la carta messa sotto i pezzi della sedia sistemati a piramide. ‒ Speriamo che non caschino, il fuoco ha bisogno d’aria. Adesso vedrai che bel fuoco.
La fiammella violacea lambì e consumò quasi del tutto la carta, poi uno sfrontato ciuffo di paglia, rimasto appeso a ciò che restava del telaio della sedia, si infiammò e sprigionò una fiamma gialla, piena e allegra che si impadronì di un pezzo di legno, e poi fu un fuoco, un fuoco vero.
L’uomo si sollevò. ‒ Ecco, finché dura, dura. Di sedie non ce n’è più. Non c’è più niente. E diede un sorso alla bottiglia. Poi la poggiò a terra. ‒ La tengo d’occhio, non ti credere ‒ disse rivolta al vecchio che intanto stava trascinando vicino al fuoco un cartone aperto sul pavimento. Lo vide stenderci sopra il suo mantello. Beh, non se la passano meglio di me, pensò l’uomo. Il mantello era strappato in più punti. Tracannò ancora un sorso dalla bottiglia. ‒ Piano, devi fartela durare fino a… Cadde addormentato mentre il vino gli stava ancora scendendo nello stomaco. La pagnotta era rimasta nella tasca che cominciava a macchiarsi dell’unto del mascarpone.
L’uomo si svegliò di soprassalto. Aveva sognato che gli rubavano la pagnotta. In realtà qualcuno cercava di entrare e dava spintoni alla porta sgangherata.
‒ Dannazione, chi c’è ancora?
La donna era stesa sul mantello del vecchio che non la lasciava nemmeno con lo sguardo. Aveva le mani sulla pancia, ma il volto soffuso di felicità. I due sembravano assorti, indifferenti a quanto succedeva intorno. Il braccio del vecchio circondava le spalle di lei.
L’uomo si mosse verso la porta, ma non fece in tempo ad arrivarci che entrarono tre ragazzi. Tre sballoni. Uno aveva i capelli rasati sui lati della testa e una cresta variopinta dritta sulla sommità. Gli altri due avevano anelli al naso e alle sopracciglia. I loro stivali  grondavano  borchie e fango. Quello con la cresta disse:
‒ Abbiamo un problema. Possiamo telefo…
La risata dell’uomo sgorgò come una fontanella, continua e crescente, si ingrossò strada facendo, strozzandosi a tratti nella gola riarsa dal vino, e rotolò sul ragazzo.
‒ Giovanotto, hai capito dove sei? Il telefono? E giù a ridere a cascatella singhiozzante trattenuta nella gola. Non facciamo casino che ci ho ospiti. Fuori dalle balle. Che non è ora di rompere i marroni ‒. Questi figli di papà che facevano gli alternativi. Con vestiti stile finto povero. Ve li do io i vestiti per voi, a gratis. A spintoni li spinse fuori della porta. ‒ Fuori a divertirvi! Il telefono…
Si udì il rumore del tentativo di mettere in moto un motore. Due, tre rombi che si persero nel buio, poi più niente.
L’uomo richiuse la porta e andò verso il bidone. Che strano, c’era ancora qualche pezzo di legno non ancora raggiunto dalle fiamme. Ma non sarebbe durato. Si ricordò della carcassa della chitarra e la prese per buttarla nel fuoco se ce ne fosse stato bisogno. L’unica suppellettile della sua casa.
La musica che non aveva mai suonato sembrò arrivare da lontano, da un tempo mai stato.
‒  Che me ne faccio, quand’anche avesse le corde non saprei suonarla. Però mi piaceva. ‒ disse con qualche esitazione. La pensò al passato, mentre la soppesava con le mani, come l’avesse già buttata nel fuoco. Il gesto fu sbrigativo, senza pentimenti, solo un po’ di malinconica nostalgia per ciò che non era stato. Si girò a sincerarsi che la porta fosse di nuovo ben accostata. Non si sarebbe mai chiusa come una volta. Però meglio accostarla, spingere finché si poteva. Il legno ingrossato grattava il pavimento quando la porta si apriva, così avrebbero sentito se qualcuno voleva entrare. Fu allora che sul pavimento scorse un sacchetto di plastica bianca. Lo aprì con avidità e ne estrasse tre piccoli involti. Tre pacchetti con un nastrino rosso.
‒ Lo dicevo io, classici figli di papà. Saranno i regali di Natale per le morose. Li hanno mollati per terra e non se ne sono nemmeno accorti. Maledetti borghesi. I travestimenti non mi fanno fesso.
 Non ebbe nemmeno la curiosità di vedere cosa ci fosse in quei pacchetti. Che gliene fregava. Con un piede li spinse uno ad uno verso la coppia che ora lo guardava senza dire una parola.
‒ Prendeteli voi, un regalo per la vostra signora. ‒ Boh, la vostra signora! Magari non era così, ma non voleva impicciarsi.
Il vecchio sollevò i pacchetti uno alla volta e li depose in bell’ordine davanti alla ragazza che si era girata su di un fianco e aveva messo un braccio a nicchia, come a proteggere qualcosa. Non aveva più il viso contratto, sorrideva verso il basso, verso un fagotto posato sul pavimento. Prima non c’era.
‒ Sembrate un presepe. E così abbiamo anche noi il nostro altarino. Adesso voglio dormire, quando il fuoco sarà finito, bisognerà muoversi, altrimenti domani ci troveranno stesi come topi morti lì fuori sul fosso. Se mai ci troveranno.‒ sghignazzò l’uomo. Se ne andò in un angolo, si sedette a terra con le spalle al muro con l’intenzione di riacchiappare il sonno perduto. Nel sedersi la tasca rigonfia gli riportò alla mente la pagnotta col mascarpone. La tirò fuori e fece per addentarla. 
‒ Magari mi addormenterò meglio a sacco pieno. 
Fu allora che nella luce fioca, che presto si sarebbe spenta con l’ultimo moncone di gamba della sedia, sentì gli occhi del vecchio su di lui. La mano si fermò a mezz’aria.
‒ Ho capito, avete fame.
Il vecchio, imbarazzato, distolse lo sguardo.
‒ Toh, prendi e danne un po’ anche a lei. Ha una faccia esausta quella poveretta. Il mascarpone è buono, nutre. A me la fame mi è passata. Alé ‒ disse e risprofondò in un sonno agitato e rumoroso.


Il suono della sirena dell’autobotte dei pompieri squarciò il silenzio di quell’alba brumosa
Il freddo era pungente, gli agenti si davano manate sulle braccia e saltellavano per riscaldarsi un po’.
Il capo dei pompieri li squadrò tutti.
‒ Allora non si sa chi ha chiamato. Nessuno di voi ha preso ‘sta telefonata!  Mi hanno detto che era una voce d’uomo che ha borbottato qualcosa, …di dover andar via, …di una donna che aveva partorito, di un bambino. Mah! Secondo me, è stato l’autista del camion per la spazzatura quando è venuto a prelevare i cassonetti qui vicino. Ha visto il fumo e ha chiamato. Poi glielo chiediamo.
‒ Capo, ‒ disse un vigile ‒ l’importante è che ce l’abbiamo fatta.
‒ E le persone dentro?
‒ Quali persone, capo? Qui c’è soltanto un barbone che dormiva alla grossa in un angolo. Per me non ha sentito nemmeno la sirena. Quando lo abbiamo scosso, si è svegliato di soprassalto, dicendo che la pagnotta non l’aveva rubata, di lasciarlo stare, che il droghiere è un suo amico, che lui non ruba. Che l’ha data al vecchio e alla ragazza che era con lui. Un mezzo matto, forse stava sognando. Si è salvato per miracolo. Sì, proprio per un miracolo.

lunedì 13 dicembre 2010

Stagioni

La poesia è una cosa maledettamente seria. E difficile. Tuttavia nessuno sarebbe in grado di spiegare come mai molti si credano poeti, come mai la difficoltà di questa scomoda occupazione non tenga lontano dalle parole, anche solo vagamente poetiche, tutti gli adolescenti di questo mondo.
La poesia è un'idea così bella che nessuno resiste alla sua fascinazione, e provare in prima persona resta un ardito folle tentativo di attingere una goccia di linfa al mare della bellezza assoluta.



Mi conducesti 
bendata
tra i falò
della primavera.

Estate.
Petali avvizziti
calcano
orme ineffabili.

Sotto la coltre grigia
del tuo amore
custodisco
trepida
la mia chimera.







venerdì 10 dicembre 2010

Zuppa di porro e patata

Oggi niente uomini per casa. Momento propizio per prendersi cura del secondo cervello, poiché quando gli uomini ti girano attorno, il primo cervello, quello che abita il nostro cranio, è troppo occupato a rimediare ai disastri del loro passaggio che si dimentica del suo fratellone (viste le dimensioni) che è arrotolato nella pancia come un serpente appisolato. Dimenticavo di aggiungere che, in questa dis-trazione corporea, è sempre il cuore a portare fuori strada. Se il cuore fosse meno esuberante nel voler dimostrare le sue infinite possibilità d’amare e, come si suol dire, se la tirasse un pochino, il corpo rimarrebbe tutto intero nel suo buon funzionamento naturale. La colpa è del cuore, sì, del cuore e non di altri.
Allora vada per la Zuppa di porro e patata.

Ingredienti per una persona:
1 grosso porro
1 patata medio piccola
1 uno scalogno
1 cucchiaio abbondante di olio d’oliva
1 pizzico di sale
1 ciuffetto di maggiorana o un pizzico di semi di finocchio
4-5 cubetti di pane tostato
1 cucchiaino di parmigiano grattugiato

Peliamo la patata e lo scalogno, eliminiamo le parti dure del porro e tagliamo a pezzetti gli ortaggi che collochiamo sul fondo di olio in una pentola non molto grande. Pizzico di sale. Facciamo scaldare il tutto (senza friggere!) a fuoco vivace e aggiungiamo due mestoli di acqua bollente.
Lasciare sul fornello fino a cottura (proviamo il pezzetto della patata con i rebbi della forchetta).
Frullate e profumate con maggiorana o semi di finocchio (anche tutti e due non fanno certamente male.
Aggiungiamo qualche crostino e una spolverata di parmigiano.

Il giorno dopo, il secondo cervello starà così bene che il cuore, che non ha quella che si dice una memoria di ferro, tornerà anche lui a fare le capriole.



giovedì 9 dicembre 2010

Blues: due caffè e in mezzo l’oceano






Brutto tempo, quella mattina. Una di quelle che, appena sveglia, mi mettono voglia di tornare sotto le coperte a sognare un sole traditore che ha scelto altri lidi. La pioggia, da una settimana, continuava a scendere ostinatamente, indifferente verso tutti quelli che, come me, usano il bus per gli spostamenti quotidiani. Borsa, ombrello, zaino: un vero disastro salirci, mentre dietro di te spingono e brontolano gli altri in attesa.
L’inverno appena iniziato sembrava avere tutta l’intenzione di mostrare da subito la sua crudeltà. In certi giorni la pioggia gelata sferzava i volti, ancora assonnati, come una frusta, a ritmo crudele. L’acqua che riuscivo a evitare da ferma sotto l’ombrello la prendevo tutta col piede sul primo scalino, quando dovevo per forza chiuderlo e issarmi con la mano libera sul bus già stracolmo di pendolari.
Ancor più fastidiose per me erano le mattine nebbiose. La sensazione di avanzare come ciechi, a tentoni in quella densa nuvola biancastra, mi faceva venire la nausea. Riconoscevo i luoghi soltanto per qualche luce fioca e passeggera, come i fanali delle automobili o quelle alte e fisse dei lampioni tenuti accesi dal sistema automatico di illuminazione.
Arrivare al lavoro quando piove è davvero un’impresa. Ecco, giusto, impresa. Risi fra me e me, in quella mattina d’inverno, guardando il mio respiro condensarsi in vapore. Alcune parole in questa nuova lingua, che comincia piano piano a svelare i suoi segreti, mi fanno ridere. Io lavoro in una impresa di pulizie e rassetto un ufficio, antes de que empieza a llegar alguien, prima che cominci ad arrivare qualcuno degli impiegati. Prima di qui ho lavorato in un calzificio, poi in un ristorante, poi in un canile. Eh, ricordare tutti i posti dove sono stata! Anche questa un’impresa.
L’ufficio è buio. Le sue finestre danno sul cortile interno di un palazzone alla periferia di questa città. Un palazzo così alto che spezza la linea del cielo e proietta la sua lunga ombra sugli altri edifici intorno mentre il sole, quando c’è, fa il suo giro. Bisogna sempre tenere la luce accesa, anche di giorno. Tutto è grigio, anzi di un bigio giallastro per via dei neon. Anche la faccia del signor Geraldi Mario ha questo colore. Lui arriva sempre per primo. Strano, mi ero immaginata che il capo potesse arrivare quando ne aveva voglia. Invece, io esco e lui entra. Non mi ha mai degnato di uno sguardo, ma io un occhio l’ho gettato su quella figura che vedevo arrivare dietro la grande porta a vetri cinque mattine a settimana. Ma quanti anni avrà avuto? Trenta? Quaranta? Non capisco ancora bene l’età della gente di qui. Io ne ho sessanta.
Sulla porta, prima d’entrare, mi sfilai gli stivaletti impermeabili, un regalo della signora Montasi Giulia a cui di giorno tenevo i bambini. Dalle nove alle quattro. Così riuscivo a fare almeno dieci ore di lavoro, quando la mia impresa mi faceva lavorare. Mi sentivo ricca con le dieci ore. No, ricca no, ma fortunata.


‒ Se non ti offendi… Miriam.
‒ No, non mi offendo, signora. Grazie.
La signora si è toccata il filo di perle che indossa sempre, anche in casa. Il golfino lilla ne disegna il busto sottile. Anche le sue mani sono sottili, anzi affusolate, bianche e lisce. Sul dito anulare brilla una fede d’oro, discreta, tempestata di brillantini.
‒ Sono soltanto zirconi ‒ mi ha detto un giorno che io gliel’ho ammirata.
Le sue dita, mentre parlava, si sono posate sui coralli di madreperla, scorrendoli uno ad uno. Un gesto che fa quando è imbarazzata. Ormai l’avevo capito.
‒ Grazie signora ‒ ho ripetuto prendendoli. E le ho sorriso.
Brutto tempo, quella mattina.
L’impresa di pulizie, Cooperativa Solidale, non mi pagava abbastanza e spesso sospendeva il lavoro anche per una settimana di seguito. Lavoravamo a turno io e altre cinque ragazze. Loro erano molto giovani. Non si trascinavano come me. Facevano svelte svelte. Non avevano l’affanno. Ma io tiravo su le spalle quando il titolare ci chiamava nel suo ufficio per la paga, e cercavo di nascondere il mal di schiena che mi tiene sempre compagnia, spezzandomi in due. Mi accontentavo. Anche la signora Montasi mi aveva preso perché io mi accontento: non chiedo contributi, non reclamo ferie o gratifiche natalizie.
È davvero un’impresa trovare e poi mantenere un qualsiasi lavoro per una come me, in questo paese.
Gli stivaletti erano appena screpolati in punta, ma ancora oggi mi tengono i piedi asciutti. Sono di marca. Scarpe italiane. Anche quelle come me hanno cominciato a capire che quando dici scarpe italiane, cammini subito meglio, persino se sono usate.
Fregavo e strusciavo, bagnavo, asciugavo e lucidavo. Quella mattina, dicevo, mentre mi preparavo a rimettere nello sgabuzzino secchio e stracci, ho sentito la porta aprirsi e sono corsa all’ingresso. Si sa mai che entri un estraneo, pensai, combina qualche guaio y después la colpa è mia. Ho sempre paura di sbagliare e finisco col fare sciocchezze. Eppure lo sapevo che nessun altro ha la chiave se non il signor Geraldi Mario, oltre a me naturalmente.
Avevo quasi finito, ed ecco che entra proprio lui, el señor Geraldi, quello che nell’andar via incrociavo sulla porta. Quasi ogni mattina, tranne il sabato. Il capo, qui dentro. Uno che teneva sempre una cara fea y ceñuda, uh, una faccia seria e accigliata. Alla sua età, con quel buon lavoro.
Ogni tanto mi dimentico di estar in un altro paese e mi viene da parlare a modo mio. Succede così cuando me da por extrañar mi país, quando mi prende la nostalgia. Me figura como mi hijo este joven… Mio figlio, quello che ho lasciato al di là del mare. Col mio lavoro l’ho fatto studiare, adesso aspetta un posto da contabile negli uffici della municipalità. Sarebbe davvero una fortuna e forse potrei ritornare al mio paese. Mi país adorado.
E quella mattina la pioggia era fredda, veramente fredda.
Al mio paese, quando piove, puoi continuare a uscire con abiti leggeri. La pioggia accarezza col suo tepore. Qualche volta, è vero, esagera e allora le strade diventano un’unica pozzanghera, ma non fa freddo.
E fu così che quell’uomo, che sembrava mio figlio, proprio quella mattina mi sembrò diverso. Aveva un polso ingessato, ma la sua faccia era distesa, clara. C’era come una… ‒ un attimo che sto cercando la parola, non voglio hacer mal papel, fare una brutta figura ‒ ecco, luminosità! Una luce di gioia sul suo viso. Proprio un’altra persona.
‒ Buenos días, buon giorno!‒ risposi al suo saluto.
Gli presi istintivamente l’ombrello che reggeva con due dita libere dal gesso. Avrei voluto avvertirlo che il pavimento era umido, che sarebbe potuto cadere, visto che aveva una mano sola a tenere tutto. Ma lui appoggiò la cartella di pelle a terra, sotto l’attaccapanni, fece scivolare verso la mano la giacca impermeabile che aveva sul braccio e la lanciò in alto hacia el perchero, l’attaccapanni.
‒ Centrato! ‒ disse con una certa soddisfazione. Poi si sedette come di consueto alla sua scrivania.
‒ Sono in anticipo, signora, ma non si preoccupi di me.
‒ Sì, señor. Ho quasi finito.
Sentii il mio viso diventare colorado, rosso di imbarazzo. Mai mi aveva rivolto la parola. Ogni tanto si guardava il gesso e sorrideva. Lo sfiorava con l’altra mano, indugiando come per una carezza.
‒ Sto andando, señor, Qué tenga un buen día.
Lui si girò verso di me e mi disse a sorpresa:
‒ Aspetti un momento ‒ e, continuando a sorridere, mi fece un gesto che si usa qui: pollice e indice uniti con la mano che oscilla come per dire Vamos a tomar un cafè? Posso offrirle un caffè?



Ed io mi trovai a rispondere un ‒ Sì, qué bueno, gracias! ‒ senza riflettere. Ma il desiderio del caffè ha spinto le parole fuori della mia bocca come una promessa di felicità. Devo ricordarmi di stare al mio posto, potrei rischiare di perdere il lavoro.
Lui è alto, per guardarlo dovetti tenere la testa un po’ all’indietro. Sì, quella mattina era diverso. Davanti alla macchinetta del caffè, nell’angolo dell’ingresso, guardai da vicino il gesso: qualcuno ci aveva scritto sopra. Repressi la mia curiosità sulla scritta, ma non mi trattenni dal chiedergli:
‒Señor qué ha pasado, cosa è successo?
Così, per cortesia e perché bere un caffè stando zitti avrebbe aumentato il mio imbarazzo. E poi, come si fa a stare zitti davanti a uno che ti sembra tuo figlio! Io sono fatta così.
Il caffè era bollente ed era davvero gelida quella mattina. Il pensiero di uscire, rinfilarmi gli stivaletti e affrontare di nuovo la pioggia battente me lo fece proprio gustare quel caffè.
‒ Una sciocchezza, non si preoccupi, ‒ mi ha risposto lui. ‒ Giocavo con mio figlio a pallone e sono caduto come un bambino. Non lo vedevo da due settimane. Sa, lui vive con la madre. Vede, qui c’è la sua firma, Alessandro.
‒ Ah, Alejandro, como mi nieto, il mio nipotino, qué lindo! Che bello!
Non so cosa ci trovai di buono e di bello, e il giovane uomo che avevo davanti forse stava pensando che yo era una estúpida donna delle pulizie. Ma io, con la tazzina del caffè in una mano e nell’altra il mio ombrello sgangherato, mi persi in un sorriso pensando a mio figlio. Tra poco lui avrebbe potuto comprare un pallone vero al suo Alejandro. Avrebbero fatto una bella partita nel campo dietro casa. E vidi la sua faccia, progressivamente più nitida, fino a distinguerne nettamente i contorni e le rughe che si fanno agli angoli dei suoi occhi di ossidiana quando ride.
Qué bueno, señor, gracias! ‒ ripetei trasognata e in grazia, il tempo di un sorso di caffè.

sabato 4 dicembre 2010

Cime di Rapa







Dismetto gli aulici panni della scrittrice e passo dalla prosa alla prosaicità culinaria, per quanto entrambe le attività si nutrano del ricordo e della tradizione; entrambe, proiettandosi nel futuro, cercano di esorcizzare la signora con la falce. Sicura che né l’una né l’altra mi sottrarranno alla polvere del tempo ché “tutte cose involve l’oblio nella sua notte”. Ma intanto che siamo qui…
Per ristabilire verità esistenziali, filologiche e operative parlo di Cime di Rapa.
Le cime di rapa sono i racemi non ancora fioriti dell'ortaggio Brassica Campestris, varietà Cymosa di cui si mangiano le foglie più tenere e le infiorescenze.
Tipica verdura invernale, nonostante la grande distribuzione ci abbia abituati a trovarle in quasi tutte le stagioni. Non vi fidate. Le cime di rapa devono prendere i primi freddi, altrimenti non prendono sapore. E poi quelle della Murgia barese, di Minervino Murge per la precisione, sono le migliori.
Il primo taglio è a gambo corto con le infiorescenze ben chiuse. Se vedete minuscoli fiori gialli aprire le loro corolle, potete darle da mangiare ai conigli. Lo stesso dicasi di quelle frasche lunghissime dalle foglie larghe che nei supermercati del Nord vengono spacciate per cime di rapa. In realtà erba per i conigli, appunto.
Vorrei a questo punto chiarire un altro luogo comune indotto dalla divulgazione cinematografico-cabarettistica di qualche pugliese diventato famoso che, forse per esigenze ritmiche e foniche, parla di orecchiette alle cime di rapa.
 Nulla di più falso: le cime di rapa si mangiano con gli “strascinati”, una pasta simile alle orecchiette, ma tenuta piatta, senza formare la classica coppetta rivoltata, ma strascicata sul “tavoliere”. No, non sulla pianura foggiana, ma sull’asse della pasta, chiamata appunto tavoliere, e non a torto.
In una recente pubblicazione distribuita da La Repubblica si afferma che la moderna dietetica consiglia di cucinare la verdura unitamente alla pasta. In Puglia si fa da sempre e senza tante elucubrazioni. Ci ha pensato la sapienza contadina a formalizzare il procedimento. Laddove è la sapienza delle donne che cucinano a decidere esattamente quando arriva il momento di calare la pasta nell’acqua dove già bolle la verdura.
Le cime di rapa devono cuocere, ma l’infiorescenza deve rimanere integra e non perché sia più buona, ma semplicemente più bella.
Condimento semplice: il buon olio d’oliva oppure, per scialare, un’acciuga scaldata nell’olio fino a disfarsi (senza friggere!), oppure con aglio scaldato anch’esso nell’olio. La mollica fritta non s’accompagna bene. Lei appartiene per vocazione alla Cima (un cavolfiore violetto, tipico anch’esso delle stesse terre).
Mi dà fastidio il tributo alla modernità che, come per la rucola, schiaffa la mollica fritta quasi dappertutto.
In tempi di magra, cioè quando la farina era misurata, si sostituivano gli strascinati col pane secco, fatto bollire come fosse pasta. Pan cotto e cime di rapa, olio e una spolverata generosa di pepe o di peperoncino: un piatto principesco. E consente anche di non gettar via il pane secco, sottratto così anche alla pattumiera dell’organico. Esempio perfetto di riciclaggio.
Come per ogni verità: questa è la mia. Dite la vostra, se volete.

giovedì 2 dicembre 2010

Il noce del paradiso (Ogni poco giova)



‒ Aspetta, pulisciti bene i piedi sullo stuoino.
L’uomo appoggiò delicatamente la sua mano sulla maniglia, spinse la porta e la tenne finché lei non fu completamente entrata. Poi l’aiutò a togliersi l’ampio soprabito. Avrebbe potuto anche non farlo, ma quella notte giocavano a fare davvero. “Facevamo che…”
‒ Non è un po’ leggero per questa stagione?
‒ Che vuoi che importi, – rispose la donna ‒ tu invece, con quella cravatta! Non si usa più.
– Sempre la solita storia. Il tuo soprabito va bene, ma la mia cravatta no. Quello che indossiamo non interessa più a nessuno.
L’uomo si sfregò le mani come a riscaldarle. La stanza d’ingresso era allegramente disordinata come può esserlo una stanza dove si è appena conclusa una festa. Il fuoco del camino era ormai spento, ma rimanevano accesi due moccoli di candele profumate nei loro vasetti, che riverberavano intorno una luce fantasmagorica e, trasferendo i disegni sulle parenti, le popolavano di figure danzanti.
‒ Questa mania delle candele prima o poi farà un disastro. Qualcosa potrebbe incendiarsi. Almeno spegnetele, io dico! Un’altra americanata come quelle patetiche zucche sdentate. Andiamo nello stanzino delle scope, ma non facciamo rumore, mi raccomando.
– Non so perché lo chiamino ancora stanzino delle scope, disse l’uomo prendendo l’occorrente per pulire. Qui è tutto così organizzato.
‒ Tu pensi ancora che le cose siano come ai nostri tempi, caro mio! Oggi c’è l’aspirapolvere modello turbo, anzi questi non hanno neppure bisogno di tirarselo dietro per tutte le stanze. Vedi l’impianto è centralizzato. Si collega la bocchetta dell’apparecchio ad una presa sul muro e la polvere si deposita giù per il condotto che porta in cantina nell’apposito bidone dei rifiuti.
– Sei sicura che possiamo farlo? ‒ L’uomo era titubante. Aveva intanto aperto una confezione di panni spugna e ne stringeva uno in mano, agitandolo in aria come un guanto.
– Senti, non discutere. Oggi è il nostro giorno di libertà e possiamo fare quello che vogliamo.
‒ E tu, subito in casa di tua figlia.
– Perché dici tua figlia? Non è anche tua?
‒ Ah, i figli sono delle mamme, lo sai.
– Mi fai ridere. Proprio tu parli. Ti ricordi quando le hai insegnato ad andare in motorino? Io non volevo. Una femmina col motorino!
‒ Che c’entra. Lei era così vivace.
– E fu l’unica nel quartiere tra le sue amiche ad avere il motorino. Lo sfizio le passò quasi subito e il motorino lo usasti solo tu. Soldi buttati via.
Intanto avevano passato l’aspirapolvere in tutto il soggiorno. Era bastato allungare le mani sull’apparecchio e volerlo silenzioso, e quello aveva ubbidito. Aveva trottato da solo davanti a loro come una scimmietta addomesticata. Avevano pilotato allo stesso modo i bicchieri sporchi in cucina, ammassati nel lavello e ricoperti di acqua saponata. Ce n’erano tanti sparsi per la stanza, appoggiati su ogni superficie utile. Ne avevano trovato un paio anche nella fioriera, sotto le piante di orchidee bianche. Phalaenopsis eburnea.
‒ Anche a tua figlia piacciono i fiori bianchi ‒ disse la donna.
L’uomo passò lievemente le sue dita sui petali carnosi. Avvertì il loro tepore. Sentì che la mano di sua figlia era stata lì. Rimase per un po’ dietro i vetri della finestra a guardare la notte con le mani nelle tasche dei pantaloni, giocherellando con un paio di spiccioli che dimoravano da tempo immemorabile proprio in fondo.
Aghi di pioggia sottile ricamavano sulla parte bassa dei vetri gocce tremolanti, rese translucide dal riflesso della luce alle spalle. Nessun altro avrebbe visto qualcosa oltre la cortina del vetro e del buio sul quale si stampava l’immagine del suo viso, ma lui sul prato antistante la casa vide distintamente la catena dell’altalena, che aveva una maglia allentata. Poteva diventare pericoloso.
– Vado fuori. C’è l’altalena che ha bisogno di una sistemata. ‒ disse alla donna occupata a far scivolare con cura uno straccio morbido sul ripiano di cristallo del tavolo del soggiorno – Le do un’occhiata, il bambino potrebbe farsi male.
‒ Vai pure – rispose la donna stranamente accomodante.
– Io qui ne ho ancora per un bel pezzo. La stanza del piccolo, anche quella è da mettere in ordine.
‒ Mi raccomando, fai piano. Se si sveglia, tua figlia sarà costretta ad alzarsi e sarà nervosa per tutta la giornata.
– Perché, tuo genero sarà tranquillo?
La porta si chiuse lentamente ovattando le parole della donna, ma lui le percepì benissimo lo stesso. Dopo tanto tempo tra loro due non c’era più bisogno di parlare. In quel loro giorno di libertà, come diceva la donna, si ritrovavano a fare cose ormai dimenticate. Come poter parlare con qualcuno, camminare, fare visita ai figli. Come restituire all’equilibrio della leggerezza un’altalena che minacciava di cadere, appunto. Tutto accadeva naturalmente. Non è che ci si mettessero d’impegno, ma era così. Quasi non ci credevano essi stessi, anzi la stranezza della cosa, dopo la prima volta, si era pian piano trasformata in normalità. Inutile farsi domande a cui sapevano di non poter rispondere. Era così e basta. Ci si erano abituati. Accadeva un solo giorno all’anno.
L’uomo prese dal garage gli attrezzi. Suo genero era un patito dell’attrezzistica, anche se il suo lavoro all’università non richiedeva pinze, tenaglie, trapani e cacciavite. Ricordava che d’estate gli dava spesso una mano nelle piccole riparazioni di casa. Soprattutto negli ultimi tempi, quando ormai cominciava a vederci poco. Se lo sentì nelle orecchie che gli diceva con riserbo “Pa’, posso fare io?” Un ragazzo gentile, educato, che non si vantava mai di quello che sapeva fare. Gli era piaciuto quel genero, tutti e due erano pressoché incapaci di dirsi parole d’affetto. Si vergognavano entrambi, refrattari alle smancerie moderne. Già. Forse, qualche volta avrebbe potuto dirglielo quanto l’apprezzava. Andò verso l’altalena, strinse la maglia allentata della catena e provò a farla oscillare. Il seggiolino si muoveva sbilenco e sbatteva contro il tronco del poderoso noce a cui era appesa. Decise allora di cambiare le viti che fissavano il seggiolino di legno alle piastre saldate alla catena. Controllò che il ramo del noce tenesse. Fischiettò durante i lavoro. A un certo punto alzò gli occhi e vide il volto della donna dietro la vetrata del soggiorno, che gli faceva segno di rientrare.
‒ Va bene, arrivo. Ho finito.
L’uomo andò prima in garage a riporre gli attrezzi e risalì in casa dalla scala interna.
– Ciao ‒ la voce del bambino gli arrivò nitida, fresca come un bicchiere d’acqua.
L’uomo guardò la donna.
‒ Sì, lui ci vede – disse lei con un sorriso soddisfatto.
–Tu ci vedi? ‒ chiese l’uomo. Un’altra delle stranezze a cui non era preparato.
– Certo.
‒ E non ti spaventi?
– Nonno, io lo sapevo che stanotte voi due sareste venuti a trovarci! ‒ La voce del bambino risuonò di petulanza infantile.
– Sì, ma…
Un’occhiata della donna lo ridusse al silenzio. Quello era un potere che lei aveva sempre avuto.
– Come mai sei in piedi, non dovresti essere a dormire?
‒ Non riuscivo ad addormentarmi. Ho contato le pecorelle, come dice sempre papà, ma quelle continuavano a saltare lo steccato e non finivano mai. Così ho deciso di alzarmi e aspettarvi in soggiorno. Quando la nonna è entrata in camera mi ero già infilato le pantofole.
L’uomo guardò i piedini del bambino, penzoloni dal divano.
– Belle le tue pantofole. Come si chiama il pupazzo che è attaccato sopra?
‒ Homer, nonno. Il papà dei Simpson.
L’uomo guardò la donna ‒ E chi sarebbero? – Lei non gli diede retta.
Il bambino, intanto si era alzato e stava guardando fuori della porta finestra. Sembrava piccolo piccolo dietro ai riquadri di vetro, nonostante i suoi cinque anni.
– Che strano ‒ disse il bambino.
– Perché dici così? ‒ gli chiese l’uomo che intanto gli si era fatto vicino e lo aveva preso per mano. La mano del bambino si adagiò nella convessità accogliente della grande mano del nonno.
– Non si sente più il rumore dell’altalena. Sai, si è smollata e il vento la fa sbattere sul tronco dell’albero. La mamma mi ha detto che non devo salirci.
‒ Sì, le ho dato un’aggiustata. Ora il seggiolino è ben ancorato e la catena ha le maglie tutte strette.
– Non sbatterà più! ‒ Il bambino batté le mani.
– Zitto. Fa’ piano sennò svegliamo tutti.
‒ No, non si svegliano. Lo dice sempre la mamma che in questa casa si dorme come ghiri – disse eccitato il bambino. Lo tirò per mano e sparirono dietro la porta.
‒ Vieni qui che piove. – disse l’uomo sulla soglia – Ti bagnerai i tuoi Homer.
Il bambino si era lanciato di corsa verso l’altalena e si era issato sul seggiolino. Puntando i piedi per terra cercava di dare una spinta iniziale.
La pioggia era cessata, e un leggero venticello aveva quasi asciugato il vialetto che portava dalla casa fino all’altalena.
– Vieni nonno, non ci bagniamo. Dai nonno. Su, dammi una spinta. Piano però, che il pigiama mi fa scivolare dal seggiolino.
In casa la donna si era seduta sul divano. Era un po’ affannata.
‒ Ecco, non cambia mai niente. Loro si divertono, e io devo fare tutto da sola ‒ E si appisolò.
Quando si svegliò vide attraverso la finestra che il buio si stava schiarendo. Sentì le voci di lui e del bambino, che provenivano dal piano di sopra. Salì anche lei.
– Dobbiamo andare.
‒ Già.
Il bambino li guardò crucciato.
– Aspettate ancora un po’. Lo so che dovete andare via.
L’uomo si avvicinò alla parete e guardò la targa.
‒ Che cos’altro sai di noi?
Il bambino ignorò la domanda. Sembrò che l’argomento non lo interessasse.
– La stai vedendo, nonno, quella? La riconosci?
Stette al gioco. Passò le dita come un cieco sui numeri in rilievo della piccola targa trapezoidale attaccata al muro.
‒ No – rispose cercando di assumere un’espressione curiosa.
‒ Come no? Ma se è la targa del tuo motorino!
– Ti stai sbagliando, il motorino non era il mio, era della tua mamma.
‒ Sì, ma sei stato tu a regalarglielo. Me l’ha raccontato lei.
– E come mai si trova qui? Ha conservato la targa ‒ mormorò con un filo di voce.
– Nonno, il motorino si è rotto – disse il bambino con una certa sufficienza.
‒ Lo so, tutto finisce.
– Allora, ti stavo dicendo che la mamma ha tenuto la targa e io gliel’ho chiesta.
‒ Ma non ti servirà una targa attaccata al muro – disse l’uomo che sembrava aver perso l’espressione di leggerezza di quando aveva lavorato all’altalena.
‒ Nonno, sei proprio un mezzano ‒ rise il bambino.
– Io? Ti sembro un mezzano? E cosa sarebbe?
‒ Sì, sei grande, ma mi sembri Carlo, il mio compagno d’asilo. Lui sta in una classe vicina alla mia. Io sono un grande. Quando gli racconto le storie, lui non le capisce mai.
– E che storie gli racconti?
‒ Quelle che mi racconta la mamma. Qualche volta stufano, ma qualche volta mi piacciono. Mi racconta di quando tu la tenevi da dietro sul motorino per insegnarle ad andare. Quella mi piace. La so a memoria.
La donna li guardò preoccupata.
– Sta facendosi giorno, noi dovremmo andare.
‒ Ancora un attimo.
Mise la mano sui capelli del bambino. Gli si erano scomposti sull’altalena. Erano anche un po’ umidi.
‒ Speriamo che non si raffreddi ‒ disse lei.
Il bambino intanto si era sdraiato sul letto e si era addormentato tranquillo su di un fianco, in posizione fetale. Il volto era leggermente arrossato e la bocca aveva conservato una piega gioiosa.
La donna tirò fuori dalla tasca del suo soprabito un involto. Era un calzettone di lana leggera a rombi colorati.
– Prendi dalle tue tasche i cioccolatini ‒ disse all’uomo.
– Sono quelli che ho vinto al biliardo nelle mie ultime partite. Non saranno vecchi?
– No, i nostri cioccolatini si conservano bene, non hanno scadenza.
Riempirono il calzettone e lo posarono sulla base della lampada che disegnava un cerchio di luce tenue sul piano del comodino.
‒ Spengila adesso. – disse la donna. ‒ Ormai s’è addormentato e si sveglierà solo domattina.
A braccetto attraversarono la porta. Non ci fu bisogno di aprirla. Sulla soglia l’uomo allontanò con un calcetto due pirottini di carta, orfani del loro soffice contenuto.
– Dolcetto o scherzetto?
La donna rise.
Arrivati in un soffio sotto il noce si fermarono e si sollevarono leggeri fino a scomparire tra l’esuberanza delle foglie.



Il mattino dopo, la prima a svegliarsi fu la moglie. Scese in soggiorno, stringendosi la cintura della vestaglia. Voleva subito preparare un caffè per affrontare la giornata che l’aspettava. Perché una bella serata la si deve scontare con ore di lavori domestici mentre tuo marito e i tuoi figli se la dormono beatamente? Questo pensava a metà scala. Giunta in fondo, vide che il soggiorno era tornato allo splendido ordine di prima della festa. Il pavimento di marmo rifletteva la luce del giorno che arrivava dalla porta finestra sul giardino. “Ma che bella giornata. Strano per questo mese.” Fino alla sera prima la pioggia uggiosa di quell’autunno li aveva tenuti in casa e per questo avevano organizzato la festa, chiamando gli amici all’ultimo momento. Non s’erano fatti pregare.
Lei si intenerì guardando quell’ordine inaspettato. Suo marito aveva voluto farle un regalo per il suo compleanno. Già, si era al 2 Novembre. A chi la prendeva in giro per questo, rispondeva allegramente che lei c’era riuscita a metter insieme vita e morte. Anzi c’era riuscita sua madre che, nel metterla al mondo, aveva rischiato di morire, ma non si era arresa. Aveva aspettato col seno gonfio di latte che la bambina, cianotica per diversi giorni, incominciasse a succhiare. Su, stavolta lui era stato proprio carino. Non l’aveva nemmeno sentito arrivare in camera perché era già bella e addormentata.
Pochi minuti dopo, il marito sentì arrivare l’aroma del caffè e si buttò giù dal letto, cercando di fare in fretta. Non voleva iniziare quella giornata con i mugugni della moglie.
La trovò seduta al tavolo davanti alla sua tazza di caffè. L’abbracciò di dietro e le diede un bacio leggero sulla guancia. Le sue labbra ritrovarono la morbidezza della pelle di lei che sapeva di buono. La baciò una seconda volta.
‒ Grazie – disse la moglie con il sorriso nella parola.
‒ E di che? – rispose il marito. Pur meravigliandosi, decise di non approfondire le ragioni della bella accoglienza mattutina. Meglio non indagare.
In giardino le foglie del noce fremettero e luccicarono sotto il timido sole di Novembre