giovedì 2 dicembre 2010

Il noce del paradiso (Ogni poco giova)



‒ Aspetta, pulisciti bene i piedi sullo stuoino.
L’uomo appoggiò delicatamente la sua mano sulla maniglia, spinse la porta e la tenne finché lei non fu completamente entrata. Poi l’aiutò a togliersi l’ampio soprabito. Avrebbe potuto anche non farlo, ma quella notte giocavano a fare davvero. “Facevamo che…”
‒ Non è un po’ leggero per questa stagione?
‒ Che vuoi che importi, – rispose la donna ‒ tu invece, con quella cravatta! Non si usa più.
– Sempre la solita storia. Il tuo soprabito va bene, ma la mia cravatta no. Quello che indossiamo non interessa più a nessuno.
L’uomo si sfregò le mani come a riscaldarle. La stanza d’ingresso era allegramente disordinata come può esserlo una stanza dove si è appena conclusa una festa. Il fuoco del camino era ormai spento, ma rimanevano accesi due moccoli di candele profumate nei loro vasetti, che riverberavano intorno una luce fantasmagorica e, trasferendo i disegni sulle parenti, le popolavano di figure danzanti.
‒ Questa mania delle candele prima o poi farà un disastro. Qualcosa potrebbe incendiarsi. Almeno spegnetele, io dico! Un’altra americanata come quelle patetiche zucche sdentate. Andiamo nello stanzino delle scope, ma non facciamo rumore, mi raccomando.
– Non so perché lo chiamino ancora stanzino delle scope, disse l’uomo prendendo l’occorrente per pulire. Qui è tutto così organizzato.
‒ Tu pensi ancora che le cose siano come ai nostri tempi, caro mio! Oggi c’è l’aspirapolvere modello turbo, anzi questi non hanno neppure bisogno di tirarselo dietro per tutte le stanze. Vedi l’impianto è centralizzato. Si collega la bocchetta dell’apparecchio ad una presa sul muro e la polvere si deposita giù per il condotto che porta in cantina nell’apposito bidone dei rifiuti.
– Sei sicura che possiamo farlo? ‒ L’uomo era titubante. Aveva intanto aperto una confezione di panni spugna e ne stringeva uno in mano, agitandolo in aria come un guanto.
– Senti, non discutere. Oggi è il nostro giorno di libertà e possiamo fare quello che vogliamo.
‒ E tu, subito in casa di tua figlia.
– Perché dici tua figlia? Non è anche tua?
‒ Ah, i figli sono delle mamme, lo sai.
– Mi fai ridere. Proprio tu parli. Ti ricordi quando le hai insegnato ad andare in motorino? Io non volevo. Una femmina col motorino!
‒ Che c’entra. Lei era così vivace.
– E fu l’unica nel quartiere tra le sue amiche ad avere il motorino. Lo sfizio le passò quasi subito e il motorino lo usasti solo tu. Soldi buttati via.
Intanto avevano passato l’aspirapolvere in tutto il soggiorno. Era bastato allungare le mani sull’apparecchio e volerlo silenzioso, e quello aveva ubbidito. Aveva trottato da solo davanti a loro come una scimmietta addomesticata. Avevano pilotato allo stesso modo i bicchieri sporchi in cucina, ammassati nel lavello e ricoperti di acqua saponata. Ce n’erano tanti sparsi per la stanza, appoggiati su ogni superficie utile. Ne avevano trovato un paio anche nella fioriera, sotto le piante di orchidee bianche. Phalaenopsis eburnea.
‒ Anche a tua figlia piacciono i fiori bianchi ‒ disse la donna.
L’uomo passò lievemente le sue dita sui petali carnosi. Avvertì il loro tepore. Sentì che la mano di sua figlia era stata lì. Rimase per un po’ dietro i vetri della finestra a guardare la notte con le mani nelle tasche dei pantaloni, giocherellando con un paio di spiccioli che dimoravano da tempo immemorabile proprio in fondo.
Aghi di pioggia sottile ricamavano sulla parte bassa dei vetri gocce tremolanti, rese translucide dal riflesso della luce alle spalle. Nessun altro avrebbe visto qualcosa oltre la cortina del vetro e del buio sul quale si stampava l’immagine del suo viso, ma lui sul prato antistante la casa vide distintamente la catena dell’altalena, che aveva una maglia allentata. Poteva diventare pericoloso.
– Vado fuori. C’è l’altalena che ha bisogno di una sistemata. ‒ disse alla donna occupata a far scivolare con cura uno straccio morbido sul ripiano di cristallo del tavolo del soggiorno – Le do un’occhiata, il bambino potrebbe farsi male.
‒ Vai pure – rispose la donna stranamente accomodante.
– Io qui ne ho ancora per un bel pezzo. La stanza del piccolo, anche quella è da mettere in ordine.
‒ Mi raccomando, fai piano. Se si sveglia, tua figlia sarà costretta ad alzarsi e sarà nervosa per tutta la giornata.
– Perché, tuo genero sarà tranquillo?
La porta si chiuse lentamente ovattando le parole della donna, ma lui le percepì benissimo lo stesso. Dopo tanto tempo tra loro due non c’era più bisogno di parlare. In quel loro giorno di libertà, come diceva la donna, si ritrovavano a fare cose ormai dimenticate. Come poter parlare con qualcuno, camminare, fare visita ai figli. Come restituire all’equilibrio della leggerezza un’altalena che minacciava di cadere, appunto. Tutto accadeva naturalmente. Non è che ci si mettessero d’impegno, ma era così. Quasi non ci credevano essi stessi, anzi la stranezza della cosa, dopo la prima volta, si era pian piano trasformata in normalità. Inutile farsi domande a cui sapevano di non poter rispondere. Era così e basta. Ci si erano abituati. Accadeva un solo giorno all’anno.
L’uomo prese dal garage gli attrezzi. Suo genero era un patito dell’attrezzistica, anche se il suo lavoro all’università non richiedeva pinze, tenaglie, trapani e cacciavite. Ricordava che d’estate gli dava spesso una mano nelle piccole riparazioni di casa. Soprattutto negli ultimi tempi, quando ormai cominciava a vederci poco. Se lo sentì nelle orecchie che gli diceva con riserbo “Pa’, posso fare io?” Un ragazzo gentile, educato, che non si vantava mai di quello che sapeva fare. Gli era piaciuto quel genero, tutti e due erano pressoché incapaci di dirsi parole d’affetto. Si vergognavano entrambi, refrattari alle smancerie moderne. Già. Forse, qualche volta avrebbe potuto dirglielo quanto l’apprezzava. Andò verso l’altalena, strinse la maglia allentata della catena e provò a farla oscillare. Il seggiolino si muoveva sbilenco e sbatteva contro il tronco del poderoso noce a cui era appesa. Decise allora di cambiare le viti che fissavano il seggiolino di legno alle piastre saldate alla catena. Controllò che il ramo del noce tenesse. Fischiettò durante i lavoro. A un certo punto alzò gli occhi e vide il volto della donna dietro la vetrata del soggiorno, che gli faceva segno di rientrare.
‒ Va bene, arrivo. Ho finito.
L’uomo andò prima in garage a riporre gli attrezzi e risalì in casa dalla scala interna.
– Ciao ‒ la voce del bambino gli arrivò nitida, fresca come un bicchiere d’acqua.
L’uomo guardò la donna.
‒ Sì, lui ci vede – disse lei con un sorriso soddisfatto.
–Tu ci vedi? ‒ chiese l’uomo. Un’altra delle stranezze a cui non era preparato.
– Certo.
‒ E non ti spaventi?
– Nonno, io lo sapevo che stanotte voi due sareste venuti a trovarci! ‒ La voce del bambino risuonò di petulanza infantile.
– Sì, ma…
Un’occhiata della donna lo ridusse al silenzio. Quello era un potere che lei aveva sempre avuto.
– Come mai sei in piedi, non dovresti essere a dormire?
‒ Non riuscivo ad addormentarmi. Ho contato le pecorelle, come dice sempre papà, ma quelle continuavano a saltare lo steccato e non finivano mai. Così ho deciso di alzarmi e aspettarvi in soggiorno. Quando la nonna è entrata in camera mi ero già infilato le pantofole.
L’uomo guardò i piedini del bambino, penzoloni dal divano.
– Belle le tue pantofole. Come si chiama il pupazzo che è attaccato sopra?
‒ Homer, nonno. Il papà dei Simpson.
L’uomo guardò la donna ‒ E chi sarebbero? – Lei non gli diede retta.
Il bambino, intanto si era alzato e stava guardando fuori della porta finestra. Sembrava piccolo piccolo dietro ai riquadri di vetro, nonostante i suoi cinque anni.
– Che strano ‒ disse il bambino.
– Perché dici così? ‒ gli chiese l’uomo che intanto gli si era fatto vicino e lo aveva preso per mano. La mano del bambino si adagiò nella convessità accogliente della grande mano del nonno.
– Non si sente più il rumore dell’altalena. Sai, si è smollata e il vento la fa sbattere sul tronco dell’albero. La mamma mi ha detto che non devo salirci.
‒ Sì, le ho dato un’aggiustata. Ora il seggiolino è ben ancorato e la catena ha le maglie tutte strette.
– Non sbatterà più! ‒ Il bambino batté le mani.
– Zitto. Fa’ piano sennò svegliamo tutti.
‒ No, non si svegliano. Lo dice sempre la mamma che in questa casa si dorme come ghiri – disse eccitato il bambino. Lo tirò per mano e sparirono dietro la porta.
‒ Vieni qui che piove. – disse l’uomo sulla soglia – Ti bagnerai i tuoi Homer.
Il bambino si era lanciato di corsa verso l’altalena e si era issato sul seggiolino. Puntando i piedi per terra cercava di dare una spinta iniziale.
La pioggia era cessata, e un leggero venticello aveva quasi asciugato il vialetto che portava dalla casa fino all’altalena.
– Vieni nonno, non ci bagniamo. Dai nonno. Su, dammi una spinta. Piano però, che il pigiama mi fa scivolare dal seggiolino.
In casa la donna si era seduta sul divano. Era un po’ affannata.
‒ Ecco, non cambia mai niente. Loro si divertono, e io devo fare tutto da sola ‒ E si appisolò.
Quando si svegliò vide attraverso la finestra che il buio si stava schiarendo. Sentì le voci di lui e del bambino, che provenivano dal piano di sopra. Salì anche lei.
– Dobbiamo andare.
‒ Già.
Il bambino li guardò crucciato.
– Aspettate ancora un po’. Lo so che dovete andare via.
L’uomo si avvicinò alla parete e guardò la targa.
‒ Che cos’altro sai di noi?
Il bambino ignorò la domanda. Sembrò che l’argomento non lo interessasse.
– La stai vedendo, nonno, quella? La riconosci?
Stette al gioco. Passò le dita come un cieco sui numeri in rilievo della piccola targa trapezoidale attaccata al muro.
‒ No – rispose cercando di assumere un’espressione curiosa.
‒ Come no? Ma se è la targa del tuo motorino!
– Ti stai sbagliando, il motorino non era il mio, era della tua mamma.
‒ Sì, ma sei stato tu a regalarglielo. Me l’ha raccontato lei.
– E come mai si trova qui? Ha conservato la targa ‒ mormorò con un filo di voce.
– Nonno, il motorino si è rotto – disse il bambino con una certa sufficienza.
‒ Lo so, tutto finisce.
– Allora, ti stavo dicendo che la mamma ha tenuto la targa e io gliel’ho chiesta.
‒ Ma non ti servirà una targa attaccata al muro – disse l’uomo che sembrava aver perso l’espressione di leggerezza di quando aveva lavorato all’altalena.
‒ Nonno, sei proprio un mezzano ‒ rise il bambino.
– Io? Ti sembro un mezzano? E cosa sarebbe?
‒ Sì, sei grande, ma mi sembri Carlo, il mio compagno d’asilo. Lui sta in una classe vicina alla mia. Io sono un grande. Quando gli racconto le storie, lui non le capisce mai.
– E che storie gli racconti?
‒ Quelle che mi racconta la mamma. Qualche volta stufano, ma qualche volta mi piacciono. Mi racconta di quando tu la tenevi da dietro sul motorino per insegnarle ad andare. Quella mi piace. La so a memoria.
La donna li guardò preoccupata.
– Sta facendosi giorno, noi dovremmo andare.
‒ Ancora un attimo.
Mise la mano sui capelli del bambino. Gli si erano scomposti sull’altalena. Erano anche un po’ umidi.
‒ Speriamo che non si raffreddi ‒ disse lei.
Il bambino intanto si era sdraiato sul letto e si era addormentato tranquillo su di un fianco, in posizione fetale. Il volto era leggermente arrossato e la bocca aveva conservato una piega gioiosa.
La donna tirò fuori dalla tasca del suo soprabito un involto. Era un calzettone di lana leggera a rombi colorati.
– Prendi dalle tue tasche i cioccolatini ‒ disse all’uomo.
– Sono quelli che ho vinto al biliardo nelle mie ultime partite. Non saranno vecchi?
– No, i nostri cioccolatini si conservano bene, non hanno scadenza.
Riempirono il calzettone e lo posarono sulla base della lampada che disegnava un cerchio di luce tenue sul piano del comodino.
‒ Spengila adesso. – disse la donna. ‒ Ormai s’è addormentato e si sveglierà solo domattina.
A braccetto attraversarono la porta. Non ci fu bisogno di aprirla. Sulla soglia l’uomo allontanò con un calcetto due pirottini di carta, orfani del loro soffice contenuto.
– Dolcetto o scherzetto?
La donna rise.
Arrivati in un soffio sotto il noce si fermarono e si sollevarono leggeri fino a scomparire tra l’esuberanza delle foglie.



Il mattino dopo, la prima a svegliarsi fu la moglie. Scese in soggiorno, stringendosi la cintura della vestaglia. Voleva subito preparare un caffè per affrontare la giornata che l’aspettava. Perché una bella serata la si deve scontare con ore di lavori domestici mentre tuo marito e i tuoi figli se la dormono beatamente? Questo pensava a metà scala. Giunta in fondo, vide che il soggiorno era tornato allo splendido ordine di prima della festa. Il pavimento di marmo rifletteva la luce del giorno che arrivava dalla porta finestra sul giardino. “Ma che bella giornata. Strano per questo mese.” Fino alla sera prima la pioggia uggiosa di quell’autunno li aveva tenuti in casa e per questo avevano organizzato la festa, chiamando gli amici all’ultimo momento. Non s’erano fatti pregare.
Lei si intenerì guardando quell’ordine inaspettato. Suo marito aveva voluto farle un regalo per il suo compleanno. Già, si era al 2 Novembre. A chi la prendeva in giro per questo, rispondeva allegramente che lei c’era riuscita a metter insieme vita e morte. Anzi c’era riuscita sua madre che, nel metterla al mondo, aveva rischiato di morire, ma non si era arresa. Aveva aspettato col seno gonfio di latte che la bambina, cianotica per diversi giorni, incominciasse a succhiare. Su, stavolta lui era stato proprio carino. Non l’aveva nemmeno sentito arrivare in camera perché era già bella e addormentata.
Pochi minuti dopo, il marito sentì arrivare l’aroma del caffè e si buttò giù dal letto, cercando di fare in fretta. Non voleva iniziare quella giornata con i mugugni della moglie.
La trovò seduta al tavolo davanti alla sua tazza di caffè. L’abbracciò di dietro e le diede un bacio leggero sulla guancia. Le sue labbra ritrovarono la morbidezza della pelle di lei che sapeva di buono. La baciò una seconda volta.
‒ Grazie – disse la moglie con il sorriso nella parola.
‒ E di che? – rispose il marito. Pur meravigliandosi, decise di non approfondire le ragioni della bella accoglienza mattutina. Meglio non indagare.
In giardino le foglie del noce fremettero e luccicarono sotto il timido sole di Novembre


3 commenti:

  1. Maria... mi sono commossa tantissimo... Grazie per questa delicatezza maliconica, per la dolcezza di una favola in cui tutti, prima o poi, vorremmo credere. Davvero.

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  2. Grazie, Maina. Volevo ricordare i morti, ma non in modo triste e pensare che sono vicino a noi.

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