sabato 22 luglio 2017

Più che la Pizia potè il Sole








Scrivere di viaggi è di per sé un viaggio. Esercitare materialmente una possibilità di riflessione che il tran tran quotidiano riduce o sottrae del tutto, essendo quello un viaggio con tappe stabilite ab ovo. E non sto qui a elencarle per ovvie ragioni. Per questo le note del mio blog subiscono un incremento apicale proprio nel peregrinare estivo, quando per fortuna posso dedicarmi a due attività mie, esclusivamente autodeterminate rispetto agli imperativi di un’educazione così interiorizzata e cristallizzata nelle molte mie primavere da rendermi quasi sconosciuta a me stessa: l’esplorazione del mondo e l’esplorazione tanto più impervia dei miei pensieri attraverso le note del mio blog. Il viaggio non mi spalanca semplicemente nuovi panorami geografici o vagamente e pretestuosamente occasioni socioculturali, ma rimanda a sbirciate interiori nuove o semplicemente sottratte alla noncuranza colpevole.

Sarà per questo che non dimentico nessuno dei miei pochi e limitati viaggi, i cui resoconti si riversano in una sorta di scrittura steganografica di ciò che mi accade.  So che la steganografia è oggetto di insegnamento accademico come tecnica di comunicazione, ma la mia è solo un’approssimazione di immagine non un calcolo di algoritmi. Un antico proverbio italico forse sarà più efficace delle mie spiegazioni. “Scrivere a nuora perché suocera intenda”. Parlare in modo obliquo affinché solo l’interlocutore interessato ne colga il senso vero sotto la maschera. Una tecnica, mi dico, vecchia quanto il mondo, e mi assolvo.

Si parte per la Grecia anche questa estate dopo una serie di accadimenti pesanti, di quelli che metterebbero il fuoco sotto il culo a chiunque e ti dicono ‘scappa’ per suggerirti immediatamente di non farlo. Destinazione finale Samo e Lesbo, con pause intermedie necessarie. Delfi, per esempio. Interrogare l’oracolo, uno dei rimedi più ricorrenti quanto incontrollabili negli esiti. Mi attende l’Onfalos della Pizia, quella signora seduta nell’adylon (spero per lei a turno con altre pizie) tra esalazioni indefinibili: se dalla terra bitumosa, o dal braciere di segala cornuta, alloro e altre erbe. L’oracolo di Delfi, nella sua classica solennità, mi appare subito un posto fatto soprattutto per i signori di una volta, di quelli con molte risorse, a giudicare dagli edifici destinati a contenere e custodire i tesori che Ateniesi, Beoti, Cnidii e altra gente portavano qui sulle pendici del Parnaso per ingraziarsi l’oracolo e soprattutto per mantenere in piedi quel clero cialtrone di sacerdoti, che amministravano le offerte, e delle Pizie che profetavano a caso o a comando. Si sa che gli uomini sanno, mica le donne per quanto invasate o fumate.

Alle otto: si va alle otto del mattino, al massimo! Sarà fresco allora. Vana speranza, ché alle dieci siamo appena al teatro e già grondiamo come piante di pomodori innaffiati sotto il sole. Penso che i Greci che vi salivano non erano certamente vecchi come me e il filosofo. Qui ci vogliono resistenza e gambe giovani, attributi che ormai vacillano. Ci rifugiamo nel Museo e qui, tutto quello che ci appariva confuso dall’afa e dalla stanchezza ci è apparso nel suo splendore. Le sale offrono frescura e luce: un luogo divino dove si rimane abbacinati dalla bellezza, proprio quella che si fatica a intravedere in mezzo ai cumuli di pietre annerite dal tempo, sgretolate da terremoti e guerre. Penso che questo sia già un vaticinio della pitonessa: devi faticare per godere.  Direi scontato. Le cose belle te le devi sudare, devi combattere, attraversare il buio (e anche le lacrime o stille di sudore) per varcare la soglia divina della consapevolezza. In queste sale non devi sforzarti di immaginare quello che fu tra i ruderi sotto la canea, devi solo aprire gli occhi e saziarti, e dimenticarti delle ginocchia vacillanti, della gola riarsa, e persino del gattino miagolante che fa da portinaio impaurito al tempio di Febo Apollo. Ci si aggira, orde di visitatori permettendo, tra gigantomachie, divinità olimpiche e terrestri in lotta, natiche turgide dei Dioscuri, l’ombra di una Sfinge con una faccia beota che ammicca verso il povero Edipo, tripodi bronzei e figurine lillipuziane; pareti grondanti degli ori delle decorazioni e un enorme scheletro metallico di un toro che sembra gettare fuoco dalle narici e richiama per grandiosità del simbolo il Guernica di Picasso.

La sensazione di essere lì non per caso, come vaticinava la vecchia Pannychis XI, ormai stufa marcia delle cazzate che i sacerdoti continuavano a pretendere (racconto indimenticabile tragico e ironico di Friedrich Durrenmatt, La morte della Pizia) ma per cogliere quel segno steganografico  viene rivelata, e solo a me, da una teca contenente una coppa attica dall’interno dipinto: Apollo lo splendido che suona la lira e una piccola nera cornacchia che gli tiene compagnia. La stessa sopravvissuta nella mia Luna in gabbia? Sarebbe blasfemia, vero? Ma come mai mi sono trovata davanti a questa sacra cornacchia che svolazza nel tempo e nello spazio fino alle mie modeste pagine? Sono qui per ricevere l'assenso del Parnaso? Pannychis XI direbbe ai servi del tempio di prendermi a pedate e cacciarmi fuori dell’area sacra. Esco per pudore e mi siedo in terrazza: montagna e mare con un solo colpo d’occhio. Quale vaticinio migliore di questo panorama? Ridi di te stessa e non rompere.






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